La presidente
Era il 20 ottobre 1945 quando l’allora Presidente del Consiglio del Regno d’Italia Ferruccio Parri, partigiano ed antifascista, commentava così la concessione del diritto di voto alle donne davanti alla platea dell’UDI (Unione Donne Italiane): “Per sbagliare bastiamo noi. E sarebbe eccessivo che vi aggiungeste anche voialtre”. Ed ancora: “Intendiamoci, è stato giusto che sia stata data questa parità… è evidente che voi non penserete di venire a ripetere in campo politico, sociale, economico, intellettuale, quelle stesse cose che facciamo noi uomini”.
77 anni ed un giorno dopo, l’on. Giorgia Meloni, prima donna nella storia della Repubblica Italiana, ha accettato senza riserve dal capo dello Stato l’incarico di formare il nuovo governo. Sembrerebbe che il mondo dal 1945 sia davvero cambiato… Eppure, tra le prime scelte della nuova premier c’è quella di voler utilizzare l’articolo maschile, firmandosi “il” Presidente del Consiglio invece che “la” Presidente, nelle comunicazioni ufficiali. Sia la Treccani che l’ Accademia della Crusca, pur evidenziando che non ci sarebbe nessun errore grammaticale nell’utilizzare la formula al maschile, raccomandano che i cambiamenti sociali, ideologici, giuridici e comunicativi sollecitano attualmente l’utilizzo dell’articolo femminile davanti ai nomi derivati dai participi (dirigente, agente, presidente, etc).
La questione quindi non è pertanto (solo) grammaticale, bensì ideologica e non deve meravigliare che sia tanto dibattuta. L’approdo è una netta divaricazione tra chi ritiene che la parità sia comunque assicurata con l’utilizzo dell’articolo maschile (“siamo talmente uguali da non doverci distinguere neanche nel lessico”, come sembrerebbe sottolineare la nuova premier) e chi ritiene invece di voler sottolineare la propria uguaglianza (anche) attraverso la rivendicazione scritta della propria appartenenza di genere (“siamo uguali, ma io rivendico anche di essere donna”).
La riflessione, di conseguenza, si sposta sul concetto di uguaglianza e non discriminazione tra uomo e donna e soprattutto su quale sia il contenuto che a quell’ uguaglianza si intende dare: questa sembrerebbe essere una scelta affatto personale, che dipende dal modello culturale che si ha in testa, dalla propria formazione, dalla propria sensibilità personale, dai propri vissuti quotidiani.
Non è facile per una donna, e per la presidente Meloni non lo sarà stato di meno, emergere in un contesto tradizionalmente e prevalentemente maschile quale quello della politica; ci vuole determinazione, coraggio, spirito di sacrificio e forza d’animo, per prepararsi al tritacarne quotidiano di stereotipi e pregiudizi un tanto al chilo che quotidianamente aspettano noi donne al varco. Il punto però è scegliere se appropriarsi del modello patriarcale del mondo per farlo proprio e declinarlo al femminile, oppure se proporre un NUOVO modello in cui il femminile possa trovare la propria piena libertà di espressione e di visione. Per questo la questione non è meramente grammaticale ma ideologica.
La Presidente ha in mano un potere immenso in questo momento storico, che non è (solo) quello di guidare una Nazione ma è (anche) quello di generare un cambiamento culturale nelle relazioni di uguaglianza tra i cittadini, perché innegabile è lo scarto tra i diritti che la legge riconosce alle donne e la disinvoltura con la quale questi vengono aggirati nella prassi, perché – per dirne una – per una donna che diventa presidente, ce ne sono tante che quotidianamente non vengono assunte perché appena sposate ed in età fertile.
In quest’ottica, rivendicare il proprio essere donna negli atti ufficiali della Presidenza del Consiglio, non è una sminuente o un capriccio radical chic, ma una dichiarazione con la quale si ribadisce l’affermazione della conquista di un diritto da parte di chi si trova in una posizione di potenziale svantaggio in quanto donna. Perché è inutile prendersi in giro, essere donna è tuttora una condizione di potenziale svantaggio nella società, nonostante i passi avanti ed i diritti acquisiti negli anni.
Occorre uscire dall’ottica di pensiero che se ce l’ha fatta una donna, ce la possono fare tutte: non siamo tutte sprinter in grado di imbastire favolose rimonte, ci sono ancora troppe variabili in ballo, siamo quello che siamo, nonostante un mondo che continua a proporci i ruoli in cui dobbiamo stare, con la consapevolezza che l’uscita da quei ruoli incasellati a volte può costarci finanche la vita. Si richiede che proprio quelle “variabili” debbano essere rimosse ad una ad una, come prescrive l’art. 3 della Costituzione, per parlare di vera parità.
A tale proposito, Presidente, la Commissione femminicidio, ci sarà o no in questa legislatura?☺
