La ricerca della verità
3 Maggio 2016
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La ricerca della verità

Se dicessi “fischietto”, alla maggior parte dei lettori verrebbero in mente un campo da calcio, due squadre di giocatori ed un arbitro pronto a dirigere l’incontro con la sua nota autorevolezza; qualcun altro potrebbe pensare ad un vigile urbano intento a regolare il traffico in una delle nostre città. Sono queste le immagini che la nostra cultura associa al vocabolo.

Diverso è ciò che accade nel mondo anglosassone: whistleblower [pronuncia: uis’lblouer], letteralmente “soffiatore di fischietto”, è espressione così insolita da non comunicarci nulla, da non trovare in italiano un corrispettivo diretto. Essa indica la persona che porta alla luce le attività illecite, sia nel settore pubblico che in quello privato, rivelandole all’esterno. La denuncia può riguardare reati anche molto gravi quali la violazione delle leggi, la corruzione, la frode. E coloro che portano allo scoperto tali atti sono spesso coinvolti loro malgrado perché operanti nel medesimo settore. Nella nostra lingua spesso queste persone vengono additate come “talpe” o “gole profonde”, espressioni che semanticamente fanno torto al vocabolo inglese, certamente più dignitoso e rispettoso della legalità. “Soffiare il fischietto”, come rimarca il termine anglofono, riprende il ruolo dell’arbitro o del poliziotto – quelli inglesi ne sono muniti – e vuole sottolineare ciò che qualcuno compie nel tentativo di fermare una illegalità.

Apparentemente l’azione di un whistleblower potrebbe leggersi come poco lecita, quasi il gesto di una spia che agisce al solo scopo di causare un danno; nella nostra cultura sembra aver preso purtroppo piede il voltarsi dall’altra parte, far finta di non vedere, “farsi i fatti propri”, cosa che appare certamente più di comodo lasciandoci nel nostro limbo di tranquillità. Invece chi si sente whistleblower agisce per evitare che la collettività venga frodata, è una sentinella, non una spia! Il suo è un richiamo alla consapevolezza di essere parte, e di appartenere, ad un gruppo sociale. Chi tenta di perseguire il proprio interesse, specialmente nella gestione della cosa pubblica, non si considera componente di questa collettività, ed è giusto denunciare simili comportamenti. Come ha sostenuto Gherardo Liguori, “per combattere la corruzione ad armi pari servirebbe un premio per chi la denuncia … altrimenti molte persone continueranno a non denunciare per paura di non farcela economicamente a resistere a tutto quello che potrebbe succedere dopo la denuncia”.

Nel mondo anglosassone il whistleblower è tutelato dalla legge già da diversi anni: la ricerca della verità e soprattutto la trasparenza nel settore dell’amministrazione della cosa pubblica hanno facilitato l’approvazione di adeguate misure legislative. Non sono però ancora state annullate le preoccupazioni circa le conseguenze che un’azione di denuncia potrebbe generare anche in queste società democraticamente più evolute: vendette, ritorsioni, critiche, ostacoli sul posto di lavoro. In Italia la legge che protegge i whistleblower è abbastanza recente ma non ancora completa; si sta discutendo ancora in merito al riconoscimento di premi per chi segnala i reati. Tutelare i dipendenti che denunciano la corruzione dovrebbe essere l’obiettivo non solo di tale provvedimento ma di una società che fa della legalità e del rispetto della cosa pubblica l’obiettivo primario.

Anche tra quanti  lavorano nel mondo dell’informazione si possono trovare whistleblower: la tenacia e la determinazione di rivelare azioni criminali hanno accompagnato alcuni di loro, che hanno pagato di persona, con la propria vita. Mi piace leggere in questa chiave la recente tragica vicenda di Giulio Regeni, sulla cui brutale eliminazione pesano ancora ombre e mistificazioni. Ha avuto il coraggio di non arrendersi e di continuare a far sentire il “fischio” della ricerca della verità contro ogni forma di repressione. La sua scelta di vita è monito per ognuno di noi. ☺

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