la riforma della finanza di Silvio Malic | La Fonte TV
La pace è il bene che maggiormente si avvicina al bene comune dell’intera famiglia umana mondiale; c’è quasi una coincidenza fra pace e bene comune. La pace è costruzione di relazioni tra persone, comunità, stati nella libertà, verità, giustizia e solidarietà-fraternità come ci indicava Giovanni XXIII nella Pacem in Terris (1963). La fraternità ci obbliga – riprende a dire anche la Caritas in veritate di Benedetto XVI – a rivedere i grandi principi su cui si costruisce la comunità politica e a rileggere la stessa definizione del bene comune, in un contesto in cui il bene comune è desemantizzato, ossia, svigorito nella sua sostanza essenzialmente etica. Infatti, basato sulla fraternità, consente di vedere nell’altro, soprattutto nei più poveri, un simile, un fratello. Non possiamo formare una vera famiglia umana, né realizzare il bene comune, se non mettiamo al centro la persona umana e soprattutto i più poveri.
Pace è bene comune, come retto ordine sociale. Il bene comune comprende tanti beni comuni; sono molti, a partire dall’acqua, dall’energia e vanno compresi, vissuti, senza mai perdere la relazione intrinseca tra i beni comuni (insieme di beni e di condizioni) e il bene comune.
Oggi l’impegno a realizzare il bene comune della famiglia umana deve porre tra le condizioni che lo costituiscono anche il bene finanziario-monetario ed economico. Perché risulti un bene occorre che abbia caratteristiche chiare: sistema libero, stabile, trasparente (abbiamo mercati ombra che realizzano operazioni spericolatissime destabilizzanti l’economia reale), democratico e non oligarchico; infine, reso funzionale o ministeriale – da tutti i soggetti, non solo dagli stati ma anche dalla società civile e da tutte le associazioni ed organizzazioni -, all’economia reale, alle famiglie, alle imprese, ai lavoratori, allo sviluppo integrale. Chi osserva i mercati oggi li vede essenzialmente come realtà divise, non relazionate con altre realtà con cui pure dovrebbero coordinarsi e trovare un giusto ordine, in vista della realizzazione del bene comune. Già nel 2002 il finanziere americano Warren Buffet definì i titoli derivati (strumenti privilegiati dell’attuale finanza) “armi finanziarie di distruzione di massa”; il loro utilizzo avrebbe richiesto cautele etico-politiche e controlli pari al maneggio degli arsenali nucleari. È nella finanza che si gioca la guerra vera.
Su questo crinale della storia si pone il documento di Justitia et Pax sulla riforma del sistema e sulla proposta di costituire una autorità pubblica a rilevanza mondiale di controllo e gestione, riprendendo l’indicazione della Caritas in Veritate al n. 67. Non basterà solo la riforma del funzionamento del sistema; essa dovrà essere accompagnata dalla vita buona delle persone, dalla vita retta delle moltitudini. È la definizione classica di bene comune che si trova in Aristotele, poi ripresa da S. Tommaso d’Aquino: non solo un insieme di beni o condizioni, ma anche il giusto modo di realizzare il bene, generato da una vita buona, da una prassi giusta, da una vita virtuosa.
Le connessioni sequenziali da ricostruire sono: la pace è bene comune; il bene comune necessita di un insieme di condizioni che favoriscano lo sviluppo di persone e comunità ad ogni dimensione; tra queste condizioni, oggi, vanno collocati i sistemi finanziari e monetari con le precise caratteristiche già dette. Sono dall’uomo, dell’uomo e per l’uomo e dunque orientate al suo sviluppo.
La nota pontificia offre un articolato di riflessioni per favorire la discussione e le scelte necessarie. Riflessioni non calate dall’alto ma generate da studiosi del campo, e dall’impegno di associazioni e movimenti da tempo in lotta pacifica per la riforma del sistema finanziario (ricordiamo gli indignados). Non si va ideologicamente contro il mercato né alla funzione dei capitali, si dice con fermezza – perché i cristiani si sveglino dal torpore – che non si può accettare questo tipo di capitalismo e di finanza “deregolati” e “devastanti” per l’intero pianeta. La funzione delle banche è necessaria ma non questo tipo di banca, strumento succube della “leva finanziaria”, che esalta solo il profitto a breve termine e compie un’opera di eversione verso le imprese, comunità di persone, in quanto vede nelle imprese solo gli azionisti.
Il sistema finanziario è bene pubblico o bene comune. Lo é a certe condizioni come sopra detto e deve tornare ad essere bene pubblico. Se non tale, diventa un “male pubblico”, crea danni perché non più funzionali all’economia reale, alle imprese, alle famiglie, alle persone, ai giovani. Ci troviamo in una tempesta che sembra senza fine e rimarrà senza fine, perché è di tipo endogeno: riguarda la natura etica ed antropologia della finanza e ne azzera il valore antropologico-sociale. La tempesta può finire solo se la finanza sarà ricentrata sulla persona, se il lavoro tornerà ad essere fonte della ricchezza, e se questa sarà funzionale alle imprese, ai servizi sociali e alla giustizia sociale; queste sono le decisioni politiche, nazionali e mondiali, da prendere. L’ideologia che la ricchezza si ottiene speculando è stata custodita come la serpe in grembo ed oggi si muore del suo veleno. Su tre piste occorrerà avviare una riflessione approfondita, realistica, non ideologica e urgente per impellenti decisioni: a) governare, anzi smantellare, i mercati ombra (off-shore); b) fornire il credito alle imprese e alle attività; c) pensare a forme di ricapitalizzazione delle banche, condizionandole al sostegno ai cittadini e alle imprese per realizzare una società più giusta. È decisione politica che dovrà essere non opera di alcuni, ma opera di popoli.
“È evidente che una bolla speculativa dalle proporzioni di quella attuale mai si sarebbe potuta realizzare senza quella bolla mentale che ha fatto credere a tantissimi che fosse possibile ridurre il rischio a zero, qualora si fosse riusciti a spalmarlo in modo acconcio tra un numero elevato di operatori” (Zamagni). Già Platone affermava che “l’unica moneta con cui bisogna cambiare tutte le altre è la phronesis: l’intelligenza che sta in guardia”. J.K. Galbraith, economista dei Kennedy, più prosaicamente la traduceva così: “È bene che ogni tanto i soldi vengano separati dagli imbecilli”.☺
La pace è il bene che maggiormente si avvicina al bene comune dell’intera famiglia umana mondiale; c’è quasi una coincidenza fra pace e bene comune. La pace è costruzione di relazioni tra persone, comunità, stati nella libertà, verità, giustizia e solidarietà-fraternità come ci indicava Giovanni XXIII nella Pacem in Terris (1963). La fraternità ci obbliga – riprende a dire anche la Caritas in veritate di Benedetto XVI – a rivedere i grandi principi su cui si costruisce la comunità politica e a rileggere la stessa definizione del bene comune, in un contesto in cui il bene comune è desemantizzato, ossia, svigorito nella sua sostanza essenzialmente etica. Infatti, basato sulla fraternità, consente di vedere nell’altro, soprattutto nei più poveri, un simile, un fratello. Non possiamo formare una vera famiglia umana, né realizzare il bene comune, se non mettiamo al centro la persona umana e soprattutto i più poveri.
Pace è bene comune, come retto ordine sociale. Il bene comune comprende tanti beni comuni; sono molti, a partire dall’acqua, dall’energia e vanno compresi, vissuti, senza mai perdere la relazione intrinseca tra i beni comuni (insieme di beni e di condizioni) e il bene comune.
Oggi l’impegno a realizzare il bene comune della famiglia umana deve porre tra le condizioni che lo costituiscono anche il bene finanziario-monetario ed economico. Perché risulti un bene occorre che abbia caratteristiche chiare: sistema libero, stabile, trasparente (abbiamo mercati ombra che realizzano operazioni spericolatissime destabilizzanti l’economia reale), democratico e non oligarchico; infine, reso funzionale o ministeriale – da tutti i soggetti, non solo dagli stati ma anche dalla società civile e da tutte le associazioni ed organizzazioni -, all’economia reale, alle famiglie, alle imprese, ai lavoratori, allo sviluppo integrale. Chi osserva i mercati oggi li vede essenzialmente come realtà divise, non relazionate con altre realtà con cui pure dovrebbero coordinarsi e trovare un giusto ordine, in vista della realizzazione del bene comune. Già nel 2002 il finanziere americano Warren Buffet definì i titoli derivati (strumenti privilegiati dell’attuale finanza) “armi finanziarie di distruzione di massa”; il loro utilizzo avrebbe richiesto cautele etico-politiche e controlli pari al maneggio degli arsenali nucleari. È nella finanza che si gioca la guerra vera.
Su questo crinale della storia si pone il documento di Justitia et Pax sulla riforma del sistema e sulla proposta di costituire una autorità pubblica a rilevanza mondiale di controllo e gestione, riprendendo l’indicazione della Caritas in Veritate al n. 67. Non basterà solo la riforma del funzionamento del sistema; essa dovrà essere accompagnata dalla vita buona delle persone, dalla vita retta delle moltitudini. È la definizione classica di bene comune che si trova in Aristotele, poi ripresa da S. Tommaso d’Aquino: non solo un insieme di beni o condizioni, ma anche il giusto modo di realizzare il bene, generato da una vita buona, da una prassi giusta, da una vita virtuosa.
Le connessioni sequenziali da ricostruire sono: la pace è bene comune; il bene comune necessita di un insieme di condizioni che favoriscano lo sviluppo di persone e comunità ad ogni dimensione; tra queste condizioni, oggi, vanno collocati i sistemi finanziari e monetari con le precise caratteristiche già dette. Sono dall’uomo, dell’uomo e per l’uomo e dunque orientate al suo sviluppo.
La nota pontificia offre un articolato di riflessioni per favorire la discussione e le scelte necessarie. Riflessioni non calate dall’alto ma generate da studiosi del campo, e dall’impegno di associazioni e movimenti da tempo in lotta pacifica per la riforma del sistema finanziario (ricordiamo gli indignados). Non si va ideologicamente contro il mercato né alla funzione dei capitali, si dice con fermezza – perché i cristiani si sveglino dal torpore – che non si può accettare questo tipo di capitalismo e di finanza “deregolati” e “devastanti” per l’intero pianeta. La funzione delle banche è necessaria ma non questo tipo di banca, strumento succube della “leva finanziaria”, che esalta solo il profitto a breve termine e compie un’opera di eversione verso le imprese, comunità di persone, in quanto vede nelle imprese solo gli azionisti.
Il sistema finanziario è bene pubblico o bene comune. Lo é a certe condizioni come sopra detto e deve tornare ad essere bene pubblico. Se non tale, diventa un “male pubblico”, crea danni perché non più funzionali all’economia reale, alle imprese, alle famiglie, alle persone, ai giovani. Ci troviamo in una tempesta che sembra senza fine e rimarrà senza fine, perché è di tipo endogeno: riguarda la natura etica ed antropologia della finanza e ne azzera il valore antropologico-sociale. La tempesta può finire solo se la finanza sarà ricentrata sulla persona, se il lavoro tornerà ad essere fonte della ricchezza, e se questa sarà funzionale alle imprese, ai servizi sociali e alla giustizia sociale; queste sono le decisioni politiche, nazionali e mondiali, da prendere. L’ideologia che la ricchezza si ottiene speculando è stata custodita come la serpe in grembo ed oggi si muore del suo veleno. Su tre piste occorrerà avviare una riflessione approfondita, realistica, non ideologica e urgente per impellenti decisioni: a) governare, anzi smantellare, i mercati ombra (off-shore); b) fornire il credito alle imprese e alle attività; c) pensare a forme di ricapitalizzazione delle banche, condizionandole al sostegno ai cittadini e alle imprese per realizzare una società più giusta. È decisione politica che dovrà essere non opera di alcuni, ma opera di popoli.
“È evidente che una bolla speculativa dalle proporzioni di quella attuale mai si sarebbe potuta realizzare senza quella bolla mentale che ha fatto credere a tantissimi che fosse possibile ridurre il rischio a zero, qualora si fosse riusciti a spalmarlo in modo acconcio tra un numero elevato di operatori” (Zamagni). Già Platone affermava che “l’unica moneta con cui bisogna cambiare tutte le altre è la phronesis: l’intelligenza che sta in guardia”. J.K. Galbraith, economista dei Kennedy, più prosaicamente la traduceva così: “È bene che ogni tanto i soldi vengano separati dagli imbecilli”.☺
La pace è il bene che maggiormente si avvicina al bene comune dell’intera famiglia umana mondiale; c’è quasi una coincidenza fra pace e bene comune. La pace è costruzione di relazioni tra persone, comunità, stati nella libertà, verità, giustizia e solidarietà-fraternità come ci indicava Giovanni XXIII nella Pacem in Terris (1963). La fraternità ci obbliga – riprende a dire anche la Caritas in veritate di Benedetto XVI – a rivedere i grandi principi su cui si costruisce la comunità politica e a rileggere la stessa definizione del bene comune, in un contesto in cui il bene comune è desemantizzato, ossia, svigorito nella sua sostanza essenzialmente etica. Infatti, basato sulla fraternità, consente di vedere nell’altro, soprattutto nei più poveri, un simile, un fratello. Non possiamo formare una vera famiglia umana, né realizzare il bene comune, se non mettiamo al centro la persona umana e soprattutto i più poveri.
Pace è bene comune, come retto ordine sociale. Il bene comune comprende tanti beni comuni; sono molti, a partire dall’acqua, dall’energia e vanno compresi, vissuti, senza mai perdere la relazione intrinseca tra i beni comuni (insieme di beni e di condizioni) e il bene comune.
Oggi l’impegno a realizzare il bene comune della famiglia umana deve porre tra le condizioni che lo costituiscono anche il bene finanziario-monetario ed economico. Perché risulti un bene occorre che abbia caratteristiche chiare: sistema libero, stabile, trasparente (abbiamo mercati ombra che realizzano operazioni spericolatissime destabilizzanti l’economia reale), democratico e non oligarchico; infine, reso funzionale o ministeriale – da tutti i soggetti, non solo dagli stati ma anche dalla società civile e da tutte le associazioni ed organizzazioni -, all’economia reale, alle famiglie, alle imprese, ai lavoratori, allo sviluppo integrale. Chi osserva i mercati oggi li vede essenzialmente come realtà divise, non relazionate con altre realtà con cui pure dovrebbero coordinarsi e trovare un giusto ordine, in vista della realizzazione del bene comune. Già nel 2002 il finanziere americano Warren Buffet definì i titoli derivati (strumenti privilegiati dell’attuale finanza) “armi finanziarie di distruzione di massa”; il loro utilizzo avrebbe richiesto cautele etico-politiche e controlli pari al maneggio degli arsenali nucleari. È nella finanza che si gioca la guerra vera.
Su questo crinale della storia si pone il documento di Justitia et Pax sulla riforma del sistema e sulla proposta di costituire una autorità pubblica a rilevanza mondiale di controllo e gestione, riprendendo l’indicazione della Caritas in Veritate al n. 67. Non basterà solo la riforma del funzionamento del sistema; essa dovrà essere accompagnata dalla vita buona delle persone, dalla vita retta delle moltitudini. È la definizione classica di bene comune che si trova in Aristotele, poi ripresa da S. Tommaso d’Aquino: non solo un insieme di beni o condizioni, ma anche il giusto modo di realizzare il bene, generato da una vita buona, da una prassi giusta, da una vita virtuosa.
Le connessioni sequenziali da ricostruire sono: la pace è bene comune; il bene comune necessita di un insieme di condizioni che favoriscano lo sviluppo di persone e comunità ad ogni dimensione; tra queste condizioni, oggi, vanno collocati i sistemi finanziari e monetari con le precise caratteristiche già dette. Sono dall’uomo, dell’uomo e per l’uomo e dunque orientate al suo sviluppo.
La nota pontificia offre un articolato di riflessioni per favorire la discussione e le scelte necessarie. Riflessioni non calate dall’alto ma generate da studiosi del campo, e dall’impegno di associazioni e movimenti da tempo in lotta pacifica per la riforma del sistema finanziario (ricordiamo gli indignados). Non si va ideologicamente contro il mercato né alla funzione dei capitali, si dice con fermezza – perché i cristiani si sveglino dal torpore – che non si può accettare questo tipo di capitalismo e di finanza “deregolati” e “devastanti” per l’intero pianeta. La funzione delle banche è necessaria ma non questo tipo di banca, strumento succube della “leva finanziaria”, che esalta solo il profitto a breve termine e compie un’opera di eversione verso le imprese, comunità di persone, in quanto vede nelle imprese solo gli azionisti.
Il sistema finanziario è bene pubblico o bene comune. Lo é a certe condizioni come sopra detto e deve tornare ad essere bene pubblico. Se non tale, diventa un “male pubblico”, crea danni perché non più funzionali all’economia reale, alle imprese, alle famiglie, alle persone, ai giovani. Ci troviamo in una tempesta che sembra senza fine e rimarrà senza fine, perché è di tipo endogeno: riguarda la natura etica ed antropologia della finanza e ne azzera il valore antropologico-sociale. La tempesta può finire solo se la finanza sarà ricentrata sulla persona, se il lavoro tornerà ad essere fonte della ricchezza, e se questa sarà funzionale alle imprese, ai servizi sociali e alla giustizia sociale; queste sono le decisioni politiche, nazionali e mondiali, da prendere. L’ideologia che la ricchezza si ottiene speculando è stata custodita come la serpe in grembo ed oggi si muore del suo veleno. Su tre piste occorrerà avviare una riflessione approfondita, realistica, non ideologica e urgente per impellenti decisioni: a) governare, anzi smantellare, i mercati ombra (off-shore); b) fornire il credito alle imprese e alle attività; c) pensare a forme di ricapitalizzazione delle banche, condizionandole al sostegno ai cittadini e alle imprese per realizzare una società più giusta. È decisione politica che dovrà essere non opera di alcuni, ma opera di popoli.
“È evidente che una bolla speculativa dalle proporzioni di quella attuale mai si sarebbe potuta realizzare senza quella bolla mentale che ha fatto credere a tantissimi che fosse possibile ridurre il rischio a zero, qualora si fosse riusciti a spalmarlo in modo acconcio tra un numero elevato di operatori” (Zamagni). Già Platone affermava che “l’unica moneta con cui bisogna cambiare tutte le altre è la phronesis: l’intelligenza che sta in guardia”. J.K. Galbraith, economista dei Kennedy, più prosaicamente la traduceva così: “È bene che ogni tanto i soldi vengano separati dagli imbecilli”.☺
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