la tragedia continua
14 Aprile 2010 Share

la tragedia continua

 

Sono passati 5 anni dall'inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003). Crediamo che nessuna promessa sia stata mantenuta. L'Iraq oggi, ci dicono alcuni amici con cui siamo in contatto da anni, non è più un Paese, non ha autorità credibile né amministrazione efficiente, né la possibilità di fare passi verso la riconciliazione.

"Se non ci fosse stata la guerra a Saddam Hussein, se si fosse ascoltato Giovanni Paolo II che scongiurava tutti di non fare la guerra, non staremmo a piangere tutti questi morti. La Santa Sede disponeva di informazioni sicure sul fatto che Saddam era pronto ad accettare le condizioni dell'Onu. Le ispezioni stavano funzionando e sarebbe stato sufficiente attendere un mese, ma non si volle questa attesa" (Card. Raffaele Martino, presidente Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, Corriere della Sera 14 marzo 2008).

Non sapremmo aggiungere altro a queste parole che condannano, se ancora serve, in modo definitivo la strategia di guerra avviata in Iraq dagli Usa e da una ampia coalizione, appoggiata anche dal governo italiano, ora rieletto. Già nel 1963 la Pacem in Terris diceva: "A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell'amore, nella libertà". La tragedia della guerra scatenata in Iraq, contro Saddam, contro quel popolo e altre nazioni, per portare democrazia, libertà e libero mercato ha calpestato puntualmente e indecentemente ogni prospettiva di pace e di giustizia, di democrazia e di libertà effettiva:

… ha calpestato la verità.

perché un’infinità di menzogne sono state vendute come ‘verità’: le armi di distruzione di massa in mano a Saddam non esistevano, lo ha detto la Cia; Saddam non copriva il terrorismo fondamentalista di Al Qaeda, lo ha detto il Pentagono. Troppi Paesi occidentali, in testa l'Italia, hanno appoggiato Bush e le sue bugie, scatenando la tragedia di una guerra inutile. Centinaia di giornalisti sono stati costretti all'esilio e al silenzio, oppure eliminati (Reporters sans frontières considerano l'Iraq "il Paese più micidiale del mondo per i media": dal marzo 2003 sono 210 i giornalisti e operatori dei media uccisi e 87 i sequestrati). Due verità taciute non sono state smentite dalla realtà: accanto alle aziende di contractors che hanno fatto affari d'oro con la sicurezza e la protezione degli interessi non iracheni, è di pochi giorni fa l'elenco delle compagnie straniere ammesse a partecipare alle gare di appalto per lo sfruttamento di gas e petrolio dei ricchi giacimenti iracheni: Royal Dutch Shell, BP, Exxon Mobil, Chevron, Total, Conoco Philips, la russa Lukoil, la spagnola Repsol, l'australiana BHP Billiton, l'italiana Gruppo Edison e la Korea Gas Korp.

… ha calpestato la giustizia

perché il prezzo pagato non giustifica gli impalpabili risultati raggiunti. Sono stati 5 anni di "carneficina e disperazione", come denunciano Amnesty International e alcune agenzie Onu. L'Organizzazione Mondiale della Sanità documenta 151.000 iracheni uccisi da marzo 2003 a giugno 2006 e per la maggior parte civili (uno studio del gennaio 2008 della Britannica Opinion Research Business parla di un milione di vittime); oltre 70.000 vedove e centinaia di migliaia di orfani; più di 4.400.000 iracheni costretti ad abbandonare le loro case (2.500.000 sfollati interni e 1.900.000 profughi nei Paesi vicini: fonte Unhcr), 1 irakeno su 3 che sopravvive con gli aiuti di emergenza, 2 su 3 che non hanno accesso all'acqua potabile, un sistema sanitario "in condizioni peggiori che mai" (fonte: Comitato Internazionale della Croce Rossa); un programma di ricostruzione non ancora decollato che ha visto stanziati (tramite Usa, Ue e Onu) decine di miliardi di dollari senza risultati significativi. La situazione umanitaria nella maggior parte dell'Iraq è fra le più critiche al mondo. E ancora: 4.000 soldati statunitensi morti, 6.000 reduci Usa suicidi, almeno 500 miliardi di dollari spesi fino a oggi secondo le stime più caute per questa guerra, 3mila miliardi secondo il Nobel Joseph Stiglitz; un Iraq distrutto, diviso e lontano dalla democrazia in cui le minoranze sono sempre più calpestate, un mondo diviso come non mai fra occidente e islam, un mondo più insicuro e a rischio.

… ha calpestato la libertà, la legalità e i diritti umani

"Iraqi Freedom" si chiamava l'operazione che ha scatenato la guerra in Iraq. "Cinque anni dopo l'invasione guidata dagli Usa che ha rovesciato Saddam Hussein, l'Iraq è uno dei Paesi più pericolosi al mondo" (fonte Amnesty International, rapporto 2008). Nessuna guerra libera, anzi genera altre catene, tanto più una guerra preventiva che ridicolizza in modo irreversibile e tragico l'Onu: basta ricordare Falluja e l'uso di armi chimiche; Abu Grahib o Guantanamo e le torture ai detenuti; 51.133 detenuti (fonte: Rapporto Onu sulla situazione dei Diritti Umani in Iraq, dic 2007), molti dei quali senza possibilità di difesa, in carcere solo per sospetti o senza prove effettive e senza garanzie di un giusto processo; la presenza nelle carceri irachene di 1.350 minori di età compresa fra i 10 e i 17 anni (fonte Unicef); una costituzione che contempla la pena di morte velocemente applicata; le vendette trasversali ormai incontenibili; la divisione etnica del Paese e la conseguente violenza contro le minoranze (cristiani, yazidi…); la tragedia della criminalità organizzata e i continui rapimenti a scopo di lucro; la drammatica situazione delle donne (v. rapporto del Women for Women International); il fatto che oggi in Iraq Al Qaeda è saldamente presente con la sua ideologia di morte; la creazione di muri di divisione sempre più invalicabili in Medio Oriente e nel mondo intero.

Rifiutiamo ogni tentativo di disimpegno in atteggiamenti dimissionari che minimizzano il male, in fuga nel privato che separa ambito sociale e morale, in fuga nello strategico che ci porta a un’azione umanitaria incapace di mettere in discussione il nostro sistema e le nostre scelte. (…)

Come già detto più volte in questi anni, rinnoviamo l'impegno a non cedere alla tentazione crescente dell'assuefazione, dell'indifferenza, della rassegnazione. Come Pax Christi, siamo stati molte volte in Iraq per essere accanto a chi subisce la follia della guerra con tutte le sue conseguenze. L'ultima volta, lo scorso mese di febbraio. Per questo ci sentiamo di affermare che i dati presentati in questa riflessione, i numeri e le cifre non solo sono tragicamente veri, ma per noi hanno un volto, concreto e ben definito: quello delle persone che abbiamo incontrato. Anche con loro e per loro, rifiutiamo la guerra, gridiamo la speranza. ☺

 

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