l’altro come risorsa
17 Aprile 2010 Share

l’altro come risorsa

 

 Rientrare a casa e trovarla messa a soqquadro: oggetti riversi a terra, tiretti frugati, intimità violentata o peggio essere ostaggio, fra le pareti domestiche, di persone senza scrupoli, disposte a tutto pur di arraffare un po’ di beni; o affacciarsi un mattino e veder vuoto il luogo dove era parcheggiata la propria vettura: sono esperienze drammatiche che lasciano un segno indelebile nella psiche. I furti mettono in crisi il nostro sistema di esistenza costruita sul possesso, magari legittimo.

Il bisogno di sicurezza fa ritorcere la nostra rabbia, non poche volte, contro le categorie più deboli fino a chiederne l’annientamento: ripulire le strade dalle prostitute (i clienti, se italiani, sono sempre rispettabilissimi), i semafori dai lavavetri, gli insediamenti dai rom, le periferie dagli immigrati, senza tante sottigliezze se sono comunitari o extracomunitari. Giustizia è fatta e sicurezza è data!

Siamo più terrorizzati dai topi di appartamento che dalle iene che creano “crack” (Cirio, Parmalat, La Molisana, ecc.), o dagli squali del mondo finanziario che inghiottono denaro a livello planetario, o dalle multinazionali che riducono al lastrico intere regioni, importandovi conflitti armati ed esportando materia prima. Ci preoccupa più chi ci deruba del superfluo che chi ci impoverisce irreversibilmente.

Il sistema ci stritola, ma abbiamo paura che collassi. E allora che ben venga il falso in bilancio o l’inquinamento del sottosuolo con rifiuti tossici o la fabbricazione e il commercio di armi o il cedere una parte di territorio a potenze straniere (Vicenza è solo un piccolo esempio), o avere basi nucleari o… l’importante è la nostra sicurezza. Che il Titanic affondi non desta così tanta preoccupazione; ciò che conta è che sia pulito il pavimento dove, ammaliati dalla musica che continua a suonare,  possiamo proseguire la nostra danza senza inciampi.

Finché il primato andrà alle cose costruiremo una civiltà necrofila. È tempo di tornare a scommettere sulla persona. L’altro – a livello individuale come a livello collettivo – è visto ancora troppo spesso come antagonista. Nei suoi confronti scattano solitamente due meccanismi opposti, ma che portano allo stesso obiettivo: l’annientamento. Si chiede di integrarlo, ma si opera per omologarlo, in modo da spogliarlo della diversità per renderlo in tutto e per tutto identico, omogeneizzato;  oppure lo si ostracizza, non lo si prende in considerazione, lo si espelle, quando non si riesce addirittura ad eliminarlo.

La rivoluzione francese ci ha consegnato tre parole chiavi, fondamentali per tutte le democrazie: libertà, fraternità, uguaglianza. Sarebbe il caso di rivisitarle a partire non dall’io come centro dell’universo, ma dall’altro come soggetto fondante il nostro esserci.

Il primo diritto dell’altro è di esistere. Se il sistema economico affama e uccide, non possiamo cavarcela con una rassegnata alzata di spalle, come a dire: che ci posso fare io! I casi di violenza nei confronti di immigrati, tutt’altro che sporadici, anche se non assurgono all’onore delle cronache, molte volte non vengono denunciati dalle vittime per paura di subire ritorsioni ed anche la beffa dell’espulsione. Abbiamo già dimenticato l’inchiesta sugli schiavi immigrati nella provincia di Foggia e i diversi morti polacchi senza nome?

Un secondo punto fermo è la salvaguardia della propria identità: i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali sono inalienabili. Un nomade deve poter transitare liberamente, un musulmano costruirsi la moschea, checché ne pensi Calderoli e i tanti pseudo cattolici integristi.

E un terzo caposaldo è il principio di solidarietà: esso dice che gli esseri umani dipendono gli uni dagli altri e che sono orientati gli uni verso gli altri. L’Europa casa comune non è per realizzare meglio i nostri affari, ma perché ogni persona possa avere l’opportunità di vivere in pienezza, soddisfacendo i bisogni vitali: cibo, casa, scuola, salute e lavoro. Chi emigrerebbe se avesse la possibilità di vivere dignitosamente nella propria terra?

È in atto una orribile campagna politica e mediatica (su certi temi, guarda caso, si ritrova puntuale l’unione di intenti tra stampa asservita e politica poco lungimirante) contro l’immigrato: chissà perché se i delitti li commettono persone rumene, albanesi o marocchini, vengono indicati non con i nomi, ma per nazionalità! E poi ci meravigliamo ipocritamente che si organizzano squadracce di fanatici picchiatori con scritto in fronte “vuoto a perdere” e malmenano indifesi immigrati che hanno l’unico torto di essere tra noi per contribuire, col loro lavoro, al nostro benessere. Il “dagli all’immigrato” serve a coprire le nostre inefficienze e a depistare chiunque crede che un mondo altro è possibile. Il terrore di essere espulsi si rivela particolarmente utile per tenere schiavi, per non dare il giusto salario, per fare il gioco di imprenditori senza scrupoli. C’è chi invoca espulsioni di massa: arriveremo presto ai carri bestiame rigorosamente piombati dopo averli riempiti di stranieri? Bisogna individuare solo verso quale campo di concentramento dirigere i treni!

L’immigrato non è un problema, ma una risorsa, non tanto come braccia lavoro, ma come portatore di cultura altra. “Ero forestiero e mi avete ospitato” proclama Cristo, identificandosi con l’immigrato. Per me cristiano l’accoglienza della persona è un dato non trattabile. Alla politica, allora, il modo di organizzarla, non di sopprimerla. ☺

 

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