L’anno che va via
Il Natale è tornato, ma già sta alle nostre spalle. L’anno, che va via, chissà cosa porta via… È la domanda che mi faccio, mentre scrivo. Per un verso, rispondo di non saperlo; ma, appena un attimo dopo, mi dico che lo so bene, ma che nello stesso tempo avverto come un senso di riserbo, in quanto le riflessioni e i pensieri, che sono nel mio animo in questi momenti, risentono chiaramente del clima politico, sociale e culturale, e anche spirituale, che stiamo vivendo oggi. Qual è la ragione della mia discrezione, quasi smarrimento? Quest’ultimo lo definirei come una sensazione che, proiettandomi nella quotidianità, mi alimenta un disgusto notevole nel costatare come oggi vada il mondo, in particolare il nostro Occidente, che mi pare abbia perso la bussola delle sue idealità.
Infatti, da più parti si sente dire che i suoi valori, tanto vantati, sono praticamente distrutti dall’arroganza dei bulli al governo dei Paesi che sembrano contare di più; come pure dalla violenza non solo verbale che si accompagna all’ignoranza crassa, diffusa oggi, soprattutto tra i potenti del pianeta, che appare come la mala erba. Vorrei, tuttavia, considerando che siamo nel mese di dicembre e, quindi, che nell’arcipelago cristiano è il mese della ricorrenza del Natale, desidererei, dicevo, appurare che cosa sia ancora questa festività per me. Mi accorgo, però, prima di decidermi a scrivere cosa pensi del Natale, di essere come quell’usignolo di cui scrive Dino Buzzati nel volume Siamo spiacenti di…: “Che cosa canterai, usignolo, questa notte? Benché la luna splenda e tutto nel giardino sia sospeso sulle ali impalpabili del sogno, non ti si vede: però, sappiamo che tu sei appostato già nella macchia, in bilico su uno stecchetto che sporge sopra il baldacchino delle foglie. Muto, aspetti il momento misterioso (…) Che cosa canterà? Una favola antica? Il respiro del mare? I dolori del vento (…) Il segnale orario della RAI? Silenzio. Ora comincia. (…) odi quel gorgheggio sottovoce, tremula filigrana di cristallo? (…)”.
Vorrei, dunque, sapere se il Natale, se la grotta, se la stalla, dove si racconta è nato Gesù nella sua essenziale nudità e nella coreografia sacra, così come lo si rappresenta, siano ancora oggi rilevanti anche per me. Certamente il Natale, nella coreografia classica della stalla dove Gesù è nato con al fianco i genitori e il bue e l’asinello, che lo riscaldavano, questa iconografica e toccante immagine, cui naturalmente si accompagna quella della Croce, mi colpisce non solo per il suo significato soteriologico – l’uomo redento dal peccato originale in virtù della sua venuta al mondo e della sua morte sulla Croce -, ma anche per la sacralità universale che ne è conseguita.
In tutto il mondo, dove ci sono comunità cristiane, si celebra il mito della capanna dove è nato Gesù. L’immagine davanti agli occhi è quella dell’incantesimo, che alimenta il fascino del presepe sui bambini, che si fermano ad osservarlo nelle chiese o a costruirlo nelle proprie case, attratti dall’ incanto misterioso di un racconto che dura da due millenni. I pastori sopraggiungono con i loro doni essenziali, tipici del mondo contadino e pastorale, colpiti dalla visione della cometa che li accomuna dinanzi alla grotta, increduli e meravigliati che un bambino, nato da genitori poverissimi, che fuggono come nel tentativo di allontanarsi da un pericolo incombente, possa aver spinto i sapienti di quel tempo – i re Magi – ad ossequiarlo, ad ammirarlo nella sua estrema dignitosa povertà. Ma oggi i grandi della terra, ossia i politici e i governanti dei paesi più possenti – mi limito in questa sede al solo Occidente, per le ragioni connaturate all’argomento – che fanno? Per caso possono rassomigliare ai Magi del tempo della Capanna di Betlemme, dove questi si sono inginocchiati dinanzi ad un neonato, che neppure conoscevano, ma di cui bene sapevano dai testi sacri e dalle tante narrazioni popolari, che si riannodavano a quelle dei profeti della Bibbia?
No! Non penso che oggi i governanti degli Stati più possenti possano rassomigliare ai sapienti venuti dall’Oriente a conoscere e ad ossequiare un bambino appena nato e in condizioni estremamente precarie. Oggi i potenti dell’Occidente, i ceti governanti, per intenderci bene, non offrono alle giovani generazioni il bene più prezioso che abbiamo l’obbligo di alimentare, ossia il dialogo fecondo tra diversi, il confronto dialettico tra culture anche confliggenti, l’armonia dell’ incontro che apre il cuore al sorriso e all’accettazione di quanto possa sembrare lontano dal nostro orizzonte. Guardarsi negli occhi e capirsi all’istante: quanto sarebbe gratificante specialmente per chi soffre o è emarginato! Oggi il ricco schifa e ha disgusto del povero mendicante. Lo spocchioso governante occidentale butta in mare, lasciandolo affogare fra i gorghi del Mediterraneo e del vicino oceano Atlantico, il migrante africano o mediorientale, in quanto la sua condizione di estrema indigenza appare pericolosa al ricco epulone; come pure a questo capitalismo settario, schiavista, oppressivo, razzista, la condizione di povertà dell’emarginato si mostra estremamente pericolosa, perché in essa viene supposta la naturale inclinazione alla ribellione. Queste sono le motivazioni della caccia all’untore, al non abbiente e all’ emarginato. Ma chi è costretto all’ emarginazione, se non addirittura alla sparizione come uomo sa bene come reagire:
“Scriverò
dalle tenebre delle caverne
Forse potrò risuscitare il fiore del mattino
Perché la poesia
È come il filo delle spade
Come il tuono del cielo (…)”
(Dareen Tatour, poetessa palestinese).
Il mio auspicio è che l’anno nuovo ci aiuti a uscire dalle tenebre della violenza sopraffattrice e dall’arroganza del ricco epulone… ☺
