lavoro a rischio
22 Marzo 2010 Share

lavoro a rischio

 

Il 9 dicembre 2008 è stato un giorno particolare alla luce della venuta di uno degli uomini  più impegnati sul versante della lotta alla mafia: questi da almeno 10 anni vive sotto scorta, sperimentando una esistenza condizionata dal “limen” della solitudine e della precarietà dell’esistenza.

Il convegno del 9 dicembre scorso “Diritti umani? Libera il coraggio” è stato tra l’altro l’occasione per mettere al centro dell’attenzione dei presenti e dell’opinione pubblica regionale anche la questione del “lavoro”, tema drammatico per il Molise, nel quale solo il nepotismo vile ed oltraggioso permette a pochissimi di trovare un posto di lavoro, ma anche di essere ricattati per tutta la  vita.

 Nel Molise non c’è giorno, in questi ultimi mesi, che non veniamo a conoscenza della messa in mobilità, o, solo per pochi “fortunati”, della concessione della cassa integrazione straordinaria per centinaia di lavoratori del settore industriale ma anche di altri settori produttivi (commercio, piccole aziende, agricoltura, settore ittico, etc.) con la conseguente, dannosa, destabilizzazione di nuclei familiari, che così all’improvviso tornano a dipendere dai genitori…

Ci sono stati in particolare due interventi “operaisti”, il primo di Giuseppe Tarantino, delegato Rsu dell’azienda ATME di Pozzilli-Venafro (Is), il secondo dell’operaio curdo, di nazionalità turca e nel contempo anche cittadino italiano, Ikmet Aslan, lavoratore edile del settore privato: ci occuperemo di entrambi ma in questa sede solo del rappresentante sindacale della ATME.

L’intervento di Giuseppe Tarantino, delegato Rsu dell’ATME di Pozzilli-Venafro (Is), mette in evidenza alcuni aspetti rilevanti dell’attuale crisi economica nel Molise ed in Italia.

Chi paga pienamente la crisi economica è il lavoratore dipendente e l’ultima finanziaria del governo in carica, mentre da un lato dà l’elemosina al ceto meno abbiente (una tantum a Natale e un po’ dopo), da un altro strizza l’occhio confortando oltre misura solamente le banche e le aziende del settore privato che ancora una volta mungono, come fa il contadino/pastore il latte alle mucche,  finanziamenti straordinari allo Stato (quindi,  a noi tutti). In un regime di libero mercato le aziende, e con queste i loro mentori mendaci, non dividono i profitti con i lavoratori dipendenti, li tengono interamente per sé, negando gli elementari diritti al lavoratore, quei diritti sacrosanti che sia lo Statuto dei lavoratori che il Dettato Costituzionale indicano a chiare lettere come patrimonio inalienabile per qualsiasi lavoratore.

Invece che fanno le aziende? Corroborate dalla legge Biagi, precarizzano il rapporto di lavoro, rendendolo flessibile e ricattabile; riducono il salario, negando a tutti i lavoratori quegli elementi di dignità che invece sono alla base dell’attività lavorativa; licenziano senza pudore i precari per assumerli subito dopo in condizioni ancora più disastrose sotto il profilo sociale e civile; in questo modo esse annientano l’uomo, paragonandolo soltanto alla bestia. 

Nella ricorrenza ciclica della crisi il privato (una grande parte di questo settore) impudicamente chiede aiuto allo Stato, venendo dunque meno alla regola liberista che non prevede i finanziamenti straordinari statali…

Tornando all’azienda ATME di Pozzilli, questa è stata messa in liquidazione a giugno del 2008, a causa di una situazione debitoria, fino alla comunicazione nel mese di novembre scorso della cessazione dell’attività produttiva con la chiusura dello stabilimento e la messa in mobilità (= cessazione del rapporto di lavoro e licenziamento) di 34 lavoratori.

Quali le conseguenze? Queste sono sicuramente drammatiche agli occhi di tutti, perché la mobilità è l’anticamera del licenziamento e sconquassa l’impostazione della vita che i lavoratori e le loro famiglie hanno avuto modo di costruirsi (scegliersi una compagna e mettere su casa; chiedere mutui bancari per le abitazioni o altro; fare progetti di vita per l’immediato futuro come per esempio costruirsi uno spazio nella società civile per far politica, per dedicarsi al volontariato o a quanto altro; garantire ai figli una vita dignitosa ed un’istruzione adeguata alle prospettive di vita di ciascun nucleo familiare; e così di seguito).

La risposta immediata, dura ed energica dei lavoratori è stata quella di presidiare con le famiglie, giorno e notte, per 25 giorni di seguito, l’azienda, ottenendo per un anno la sospensione della mobilità e la concessione della cassa integrazione straordinaria. Ciò ovviamente risolve i problemi della immediata disponibilità di liquidità non certo quelli della garanzia e della stabilità del posto di lavoro per i 34 lavoratori dipendenti.

Quale la riflessione di fondo? 

Innanzitutto c’è da osservare che la crisi in atto destabilizza anche le aziende in condizione di relativo benessere, in quanto per le stesse si può aprire, comunque, un sipario egualmente positivo, qualora rientrino nei piani di salvataggio richiesto al governo centrale o a quello regionale. Non è assurdo ciò, se pensiamo a tante affrettate aperture e alle altrettanto immediate chiusure di aziende/industrie che si sono appropriate dei finanziamenti e successivamente degli sgravi fiscali, mettendo però sul lastrico centinaia, migliaia di lavoratori.

In secondo luogo, gli articoli della Costituzione repubblicana (Artt. 1; 3 comma 2; 4; 30-31; 34/41) e lo Statuto dei Lavoratori (1976) sono messi alla gogna, segno che oggi c’è un attacco vergognoso ed inqualificabile del ceto padronale-imprenditoriale nei confronti della classe operaia e lavoratrice, nonché di  tutte quelle norme che l’intelligenza operativa propria dei Costituenti (1946-47) e le lotte dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali (anni sessanta e settanta del Novecento) hanno imposto alla ragnatela della politica.

Abolire la tessitura e la filosofia relative alla dignità morale e materiale e all’indipendenza economica che la Costituzione da sempre indica come elementi da tutelare ed ampliare per tutti i lavoratori significa creare le condizioni di asservimento fisico e di brutalità comportamentale che aprono le porte all’autoritarismo, alla mancanza di regole democratiche, alla schiavitù dell’uomo sull’uomo.

Ciò non è consentito a nessuno e per questo motivo anche l’associazione LIBERA grida con fermezza a tutti i cittadini di vigilare sulla Costituzione e di lottare a difesa della dignità propria e di quella degli altri, perché ciò che riguarda gli altri appartiene culturalmente e politicamente anche a noi stessi. ☺

bar.novelli@micso.net

 

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