le costituzioni civili
26 Febbraio 2010 Share

le costituzioni civili

 

“Nel libro Naufragio con spettatore, H. Blumenberg ha descritto la posizione esistenziale di chi da un’isola di sicurezza guarda gli altri naufragare. Questa è spesso la condizione di chi contempla gli eventi nel mondo rappresentati da quegli specchi sociali che sono i media. Specchi deformati perché non danno voce al dolore, ma enfatizzano l’immagine della sventura e dell’impotenza, con l’effetto di spingere lo spettatore a chiudersi nella sua sicurezza e ad aumentare ancora più la potenza (delle armi, dell’economia, dell’imperatore di turno). E poi perché, mentre descrivono il disastro, occultano sempre sia i passaggi che spiegherebbero la nostra comune responsabilità sia le possibilità di agire e di convivere in modo più umano. Le cose non migliorano molto quando, su questa inaffidabile base percettiva, si passa ad una valutazione.

In questo processo sperimentiamo che l’essenza del male o delle sfide, ritenuta misteriosa, è la distruzione. Distruzione di quella relazione con il bene (qualunque ne sia il nome proprio) che invece è fondamento incessante della nostra umanità. L’essere umano infatti non è buono per natura, né cattivo, né ambiguo: è relazione con il bene stesso. Relazione implica libertà, storia, fragilità, possibilità di fraintendimento, angoscia risanata o angoscia disamorevole e accecata, tutti elementi oscurati quando il male diventa spettacolo di potenza o quando vogliamo risolvere delicate questioni esistenziali, antropologiche, metafisiche o teologiche con un rudimentale schema giuridico del potere o non potere”. (R. Mancini, in RTM [2004] 143, 389-394).

Perché i beni comuni non siano distrutti e possano consentire ancora ad ogni uomo di relazionarsi con essi in modo da usufruirne con equità e perché vengano custoditi per chi viene in seguito, occorre avviarsi decisamente – é convinzione di tutti tranne che dei governi incapaci di decidere – verso un modello di sviluppo che sia etico e sostenibile. Perché l’etico (reclamante giustizia ed equità) contenga il sostenibile (per la terra, l’ambiente e le popolazioni) si richiede una diversa concezione dello spazio e del tempo per far entrare il passato e il futuro ovvero i tempi di accumulazione (il passato) e i tempi di durata (il futuro) nelle programmazioni presenti perché «la terra ci è data in prestito dai nostri figli». Questo consentirà di passare dal valore di scambio, per il quale ha priorità il capitale, il patrimonio monetario che ha tempi di accumulazione e di durata brevi se non brevissimi, al valore di utilizzazione per il quale hanno invece priorità le dotazioni e i patrimoni naturali, biologici e culturali che hanno tempi di accumulazione e di durata in migliaia di anni.

Sarà questa ridefinizione nonviolenta di spazio e tempo a farci passare dal benavere, misurato col prodotto nazionale lordo e il reddito pro capite, al reale benessere degli individui e dei popoli misurati con indicatori profetici come l’indicatore della global compassion o indicatore di civiltà (Martirani 1989).

Rassegnarsi alla distruzione dei beni comuni o alla loro svendita sul mercato degli interessi privati? Questo cinismo degli impotenti che ha contagiato soprattutto i governi non ci appartiene perché è banale, rudimentale, figlio di una spaventosa pigrizia mentale. Rivela una ferita aperta e non sanata: sorge dal rancore di chi ha scelto in cuor suo di insediarsi nella propria impotenza (per quanto ammantata di potere), rinunciando alla libertà responsabile. Da questo luogo esistenziale  costui accetta ogni nefandezza nella storia – come la supposta inevitabilità della guerra – ma reagisce indignato contro quanti sperano e lottano, perché proprio costoro possono penosamente ricordargli l’umiliazione che ha inferto a se stesso e che ogni giorno rinnova in un agitarsi onnivoro senza alcuna reale capacità di futuro.

 Occorre, allora, che le comunità si costituiscano in vere e proprie costituzioni civili, con stile tenace, rigoroso e non violento, capaci di riconoscere e definire i beni comuni e di richiedere,  fino a pretendere ed imporre, con le forme che il diritto consente, la loro tutela e salvaguardia (come in questo momento è quello dell’acqua e dei servizi idrici) con atti che partano dal territorio prossimo, luogo della percezione reale del rischio, ovvero dai territori comunali, risalgano alle province e regioni fino ai governi. Non si può immaginare di vivere in una innocenza passiva; vicini a questo stato possono considerarsi, secondo Gesù Cristo, solo i bambini. È possibile svoltare, entrare in un altro presente, quello della responsabilità attiva. Ogni “forum mondiale” a vario titolo convocato vede la spontanea auto-convocazione di moltitudini in “contro-forum”, sviliti, a volte, dal confluire di violenti appiattitisi al solo linguaggio della contrapposizione, ma ancor più  maltrattati e malvisti dai governi che non amano voci o presenze diverse dalle loro.

Mai era comparso un simile fenomeno, ormai ultra ventennale, nelle epoche precedenti. Sono movimenti di restituzione, dal latino re-institutio, nel senso di un re-impiantare l’azione di cura del futuro, l’azione di ciò che merita finalmente di diventare realtà: una società umanizzata. In questa coscienza plurale, polifonica – Balducci la chiamava coscienza planetaria – s’inaugura un futuro possibile e già ora  presente. ☺

 

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