In un’intervista, 2014, all’ intellettuale francese Régis Meyran, lo storico Enzo Traverso si pone la domanda “Che fine hanno fatto gli intellettuali?”, e, lungo un percorso di analisi e riflessioni che attraversano la parte finale del XIX secolo e tutto il XX secolo, il cosiddetto “secolo breve”, giunge alla conclusione che l’intellettuale, colui cioè che aiuta a leggere, a interpretare il presente e a presagire le dinamiche socio-politico-culturali del futuro prossimo, non c’è più, non esiste, perché è stato completamente esautorato dalla figura del “tecnico” e anche del presenzialista tuttologo che appare nei talk show. In particolare, Traverso afferma che “l’intellettuale non è più l’”inventore delle utopie”, e, accogliendo la tesi di Karl Mannheim, dice di essere d’accordo col filosofo tedesco, quando questi sostiene che non ci sono più gruppi indipendenti di intellettuali, che sappiano ergersi al di sopra delle classi sociali, assegnandosi il compito di indicare “alternative sociali, utopie”, per cui conclude che non saprebbe dire chi possa “corrispondere a questa categoria”.
L’intellettuale di qualche tempo fa, che esprime una visione del mondo, non c’è più o rappresenta soltanto un minuscolo drappello di “mohicani e peones”, o è completamente integrato nella dinamica del talk show. Gli intellettuali sono silenti, perché probabilmente hanno interiorizzato la sconfitta degli “ismi”, in particolare alcuni la sconfitta del comunismo, e altri quella della visione equilibrata dell’ala construens della borghesia liberale, cristiana o laica che sia stata.
Alberto Asor Rosa sostiene che per la prima volta nella storia – nel XX secolo -, nonostante forme di resistenza anche violenta e sanguinosa, si sono determinati modelli sempre più omogenei del vivere e del pensare e questo ha comportato, in virtù di un eguale processo nell’economia e negli assetti industriali (mondializzazione della finanza, dell’economia e delle merci) una amara omologazione sociale ed economica che ha teso (e tende ancora) a ridurre al lumicino le enormi differenze che solo pochi decenni or sono tendevano a sottolineare la diversità delle classi sociali e che oggi sono sostanzialmente omologate, in basso, ed incapaci di reattività civile, politica, culturale ed etica.
Oggi non sono quasi più l’ università, la scuola, la biblioteca, la libreria, il libro il luogo e il mezzo di diffusione delle idee, ma lo è il mercato, il cosiddetto “libero mercato” che opprime le coscienze e annebbia le menti, paventando possibilità di successo economico e sociale per quanti vogliano esibire l’abilità di raggiungere la ricchezza con mezzi e strumenti “diversamente etici” o “profondamente scorretti” (concorrenza sleale, corruzione, appropriazione indebita del copyright, ed altro ancora!).
Jean Paul Sartre sosteneva che un intellettuale è veramente tale, quando prende pubblicamente posizione su un problema sociale. Sotto questo aspetto, tuttavia, la figura dell’intellettuale critico (scrittore ma anche ricercatore) non è scomparsa del tutto, se è vero che di fronte alle pressioni pesanti della finanza (qual essa è oggi), di fronte alle sollecitazioni su intere popolazioni del “debito sovrano”, promosso proditoriamente dalle banche, a fronte di una riduzione drastica della democrazia partecipata in quasi tutti i paesi del nord del mondo (governato dalla oligarchia plutocratica o finanziaria), gruppi di intellettuali stanno reagendo e di questo c’è traccia nel dibattito che da qualche mese si è aperto a sinistra sulla funzione di un “word café” o di una comunità di pensiero e di ricerca, come sostengono Bevilacqua, Scandurra, Viale, Rodotà ed altri ancora con loro. Dunque, la figura dell’intellettuale che pensa, che si proietta nel futuro, che indica una strategia di profondo cambiamen- to/rinnovamento resiste ancora, pur trovando condizioni socio-culturali profondamente modificate e “altre” rispetto a quelle (specialmente della seconda metà) del XX secolo.
Infatti, la crisi economica e di civiltà politica che stiamo subendo fa emergere una serie numerosa di problematiche e di spinose questioni alle quali l’intellettuale critico cerca di dare una risposta, come d’altronde emerge dalla ripresa del dibattito “che fare?”, che da qualche mese si sforza di agitare le acque a sinistra. L’elenco delle sofferenze che affliggono l’Italia è presto fatto: le riforme costituzionali renziane che eliminano l’autonomia parlamentare e riducono a zero l’autorevolezza delle due Camere, perché una, il Senato, sparisce nella sostanza, e l’altra vede fortemente ridotto il suo ruolo. Ci sono, poi, la legge elettorale, l’Italicum, incostituzionale e antidemocratica; la conversione ecologica dell’economia; il diritto al lavoro e un reddito di dignità per quanti sono senza lavoro; la questione dell’immigrazione; la pace e la guerra; la difesa del territorio e la valorizzazione del paesaggio; la lotta alla corruzione, vero e proprio tumore per la nostra democrazia; la diffusione necessaria e non più procrastinabile del concetto di politica come partecipazione volontaristica e responsabile dei cittadini. Dunque, il “sapere”, la “cultura” devono essere al fianco dei cittadini e indicare la strada per un autentico stravolgimento dei valori e degli obiettivi. Il primo e principale obiettivo che la sinistra radicale deve conseguire è mettersi d’accordo su 5/6 punti, che devono essere condivisi e così riprendere l’obiettivo della non più procrastinabile presenza attiva nelle istituzioni.
I movimenti di base, l’arcipelago dell’associazionismo civile e sociale debbono per un verso impegnarsi perché la politica parli alla gente comune, ai cittadini, indicando una soluzione condivisa ai bisogni, per un altro debbono indicare una rappresentanza politica (non elettoralistica, s’intende) e farsi eleggere nelle istituzioni, affinché anche i poveri cristi e gli ultimi del carro sociale facciano sentire la loro rabbia, e, perché non, anche un radicale antagonismo di classe. ☺
In un’intervista, 2014, all’ intellettuale francese Régis Meyran, lo storico Enzo Traverso si pone la domanda “Che fine hanno fatto gli intellettuali?”, e, lungo un percorso di analisi e riflessioni che attraversano la parte finale del XIX secolo e tutto il XX secolo, il cosiddetto “secolo breve”, giunge alla conclusione che l’intellettuale, colui cioè che aiuta a leggere, a interpretare il presente e a presagire le dinamiche socio-politico-culturali del futuro prossimo, non c’è più, non esiste, perché è stato completamente esautorato dalla figura del “tecnico” e anche del presenzialista tuttologo che appare nei talk show. In particolare, Traverso afferma che “l’intellettuale non è più l’”inventore delle utopie”, e, accogliendo la tesi di Karl Mannheim, dice di essere d’accordo col filosofo tedesco, quando questi sostiene che non ci sono più gruppi indipendenti di intellettuali, che sappiano ergersi al di sopra delle classi sociali, assegnandosi il compito di indicare “alternative sociali, utopie”, per cui conclude che non saprebbe dire chi possa “corrispondere a questa categoria”.
L’intellettuale di qualche tempo fa, che esprime una visione del mondo, non c’è più o rappresenta soltanto un minuscolo drappello di “mohicani e peones”, o è completamente integrato nella dinamica del talk show. Gli intellettuali sono silenti, perché probabilmente hanno interiorizzato la sconfitta degli “ismi”, in particolare alcuni la sconfitta del comunismo, e altri quella della visione equilibrata dell’ala construens della borghesia liberale, cristiana o laica che sia stata.
Alberto Asor Rosa sostiene che per la prima volta nella storia – nel XX secolo -, nonostante forme di resistenza anche violenta e sanguinosa, si sono determinati modelli sempre più omogenei del vivere e del pensare e questo ha comportato, in virtù di un eguale processo nell’economia e negli assetti industriali (mondializzazione della finanza, dell’economia e delle merci) una amara omologazione sociale ed economica che ha teso (e tende ancora) a ridurre al lumicino le enormi differenze che solo pochi decenni or sono tendevano a sottolineare la diversità delle classi sociali e che oggi sono sostanzialmente omologate, in basso, ed incapaci di reattività civile, politica, culturale ed etica.
Oggi non sono quasi più l’ università, la scuola, la biblioteca, la libreria, il libro il luogo e il mezzo di diffusione delle idee, ma lo è il mercato, il cosiddetto “libero mercato” che opprime le coscienze e annebbia le menti, paventando possibilità di successo economico e sociale per quanti vogliano esibire l’abilità di raggiungere la ricchezza con mezzi e strumenti “diversamente etici” o “profondamente scorretti” (concorrenza sleale, corruzione, appropriazione indebita del copyright, ed altro ancora!).
Jean Paul Sartre sosteneva che un intellettuale è veramente tale, quando prende pubblicamente posizione su un problema sociale. Sotto questo aspetto, tuttavia, la figura dell’intellettuale critico (scrittore ma anche ricercatore) non è scomparsa del tutto, se è vero che di fronte alle pressioni pesanti della finanza (qual essa è oggi), di fronte alle sollecitazioni su intere popolazioni del “debito sovrano”, promosso proditoriamente dalle banche, a fronte di una riduzione drastica della democrazia partecipata in quasi tutti i paesi del nord del mondo (governato dalla oligarchia plutocratica o finanziaria), gruppi di intellettuali stanno reagendo e di questo c’è traccia nel dibattito che da qualche mese si è aperto a sinistra sulla funzione di un “word café” o di una comunità di pensiero e di ricerca, come sostengono Bevilacqua, Scandurra, Viale, Rodotà ed altri ancora con loro. Dunque, la figura dell’intellettuale che pensa, che si proietta nel futuro, che indica una strategia di profondo cambiamen- to/rinnovamento resiste ancora, pur trovando condizioni socio-culturali profondamente modificate e “altre” rispetto a quelle (specialmente della seconda metà) del XX secolo.
Infatti, la crisi economica e di civiltà politica che stiamo subendo fa emergere una serie numerosa di problematiche e di spinose questioni alle quali l’intellettuale critico cerca di dare una risposta, come d’altronde emerge dalla ripresa del dibattito “che fare?”, che da qualche mese si sforza di agitare le acque a sinistra. L’elenco delle sofferenze che affliggono l’Italia è presto fatto: le riforme costituzionali renziane che eliminano l’autonomia parlamentare e riducono a zero l’autorevolezza delle due Camere, perché una, il Senato, sparisce nella sostanza, e l’altra vede fortemente ridotto il suo ruolo. Ci sono, poi, la legge elettorale, l’Italicum, incostituzionale e antidemocratica; la conversione ecologica dell’economia; il diritto al lavoro e un reddito di dignità per quanti sono senza lavoro; la questione dell’immigrazione; la pace e la guerra; la difesa del territorio e la valorizzazione del paesaggio; la lotta alla corruzione, vero e proprio tumore per la nostra democrazia; la diffusione necessaria e non più procrastinabile del concetto di politica come partecipazione volontaristica e responsabile dei cittadini. Dunque, il “sapere”, la “cultura” devono essere al fianco dei cittadini e indicare la strada per un autentico stravolgimento dei valori e degli obiettivi. Il primo e principale obiettivo che la sinistra radicale deve conseguire è mettersi d’accordo su 5/6 punti, che devono essere condivisi e così riprendere l’obiettivo della non più procrastinabile presenza attiva nelle istituzioni.
I movimenti di base, l’arcipelago dell’associazionismo civile e sociale debbono per un verso impegnarsi perché la politica parli alla gente comune, ai cittadini, indicando una soluzione condivisa ai bisogni, per un altro debbono indicare una rappresentanza politica (non elettoralistica, s’intende) e farsi eleggere nelle istituzioni, affinché anche i poveri cristi e gli ultimi del carro sociale facciano sentire la loro rabbia, e, perché non, anche un radicale antagonismo di classe. ☺
“Oggi, dunque, le oligarchie minacciano la democrazia allo stesso modo di sempre (…); l’oligarchia è il governo di pochi (…) e questo sistema di governo concentra in pochi il potere e crea una sperequazione rispetto ai molti” (Canfora-Zagrebesky, 2014). Gli intellettuali sono silenti, perché probabilmente hanno interiorizzato la sconfitta degli “ismi”, in particolare alcuni la sconfitta del comunismo, e altri quella della visione equilibrata..
In un’intervista, 2014, all’ intellettuale francese Régis Meyran, lo storico Enzo Traverso si pone la domanda “Che fine hanno fatto gli intellettuali?”, e, lungo un percorso di analisi e riflessioni che attraversano la parte finale del XIX secolo e tutto il XX secolo, il cosiddetto “secolo breve”, giunge alla conclusione che l’intellettuale, colui cioè che aiuta a leggere, a interpretare il presente e a presagire le dinamiche socio-politico-culturali del futuro prossimo, non c’è più, non esiste, perché è stato completamente esautorato dalla figura del “tecnico” e anche del presenzialista tuttologo che appare nei talk show. In particolare, Traverso afferma che “l’intellettuale non è più l’”inventore delle utopie”, e, accogliendo la tesi di Karl Mannheim, dice di essere d’accordo col filosofo tedesco, quando questi sostiene che non ci sono più gruppi indipendenti di intellettuali, che sappiano ergersi al di sopra delle classi sociali, assegnandosi il compito di indicare “alternative sociali, utopie”, per cui conclude che non saprebbe dire chi possa “corrispondere a questa categoria”.
L’intellettuale di qualche tempo fa, che esprime una visione del mondo, non c’è più o rappresenta soltanto un minuscolo drappello di “mohicani e peones”, o è completamente integrato nella dinamica del talk show. Gli intellettuali sono silenti, perché probabilmente hanno interiorizzato la sconfitta degli “ismi”, in particolare alcuni la sconfitta del comunismo, e altri quella della visione equilibrata dell’ala construens della borghesia liberale, cristiana o laica che sia stata.
Alberto Asor Rosa sostiene che per la prima volta nella storia – nel XX secolo -, nonostante forme di resistenza anche violenta e sanguinosa, si sono determinati modelli sempre più omogenei del vivere e del pensare e questo ha comportato, in virtù di un eguale processo nell’economia e negli assetti industriali (mondializzazione della finanza, dell’economia e delle merci) una amara omologazione sociale ed economica che ha teso (e tende ancora) a ridurre al lumicino le enormi differenze che solo pochi decenni or sono tendevano a sottolineare la diversità delle classi sociali e che oggi sono sostanzialmente omologate, in basso, ed incapaci di reattività civile, politica, culturale ed etica.
Oggi non sono quasi più l’ università, la scuola, la biblioteca, la libreria, il libro il luogo e il mezzo di diffusione delle idee, ma lo è il mercato, il cosiddetto “libero mercato” che opprime le coscienze e annebbia le menti, paventando possibilità di successo economico e sociale per quanti vogliano esibire l’abilità di raggiungere la ricchezza con mezzi e strumenti “diversamente etici” o “profondamente scorretti” (concorrenza sleale, corruzione, appropriazione indebita del copyright, ed altro ancora!).
Jean Paul Sartre sosteneva che un intellettuale è veramente tale, quando prende pubblicamente posizione su un problema sociale. Sotto questo aspetto, tuttavia, la figura dell’intellettuale critico (scrittore ma anche ricercatore) non è scomparsa del tutto, se è vero che di fronte alle pressioni pesanti della finanza (qual essa è oggi), di fronte alle sollecitazioni su intere popolazioni del “debito sovrano”, promosso proditoriamente dalle banche, a fronte di una riduzione drastica della democrazia partecipata in quasi tutti i paesi del nord del mondo (governato dalla oligarchia plutocratica o finanziaria), gruppi di intellettuali stanno reagendo e di questo c’è traccia nel dibattito che da qualche mese si è aperto a sinistra sulla funzione di un “word café” o di una comunità di pensiero e di ricerca, come sostengono Bevilacqua, Scandurra, Viale, Rodotà ed altri ancora con loro. Dunque, la figura dell’intellettuale che pensa, che si proietta nel futuro, che indica una strategia di profondo cambiamen- to/rinnovamento resiste ancora, pur trovando condizioni socio-culturali profondamente modificate e “altre” rispetto a quelle (specialmente della seconda metà) del XX secolo.
Infatti, la crisi economica e di civiltà politica che stiamo subendo fa emergere una serie numerosa di problematiche e di spinose questioni alle quali l’intellettuale critico cerca di dare una risposta, come d’altronde emerge dalla ripresa del dibattito “che fare?”, che da qualche mese si sforza di agitare le acque a sinistra. L’elenco delle sofferenze che affliggono l’Italia è presto fatto: le riforme costituzionali renziane che eliminano l’autonomia parlamentare e riducono a zero l’autorevolezza delle due Camere, perché una, il Senato, sparisce nella sostanza, e l’altra vede fortemente ridotto il suo ruolo. Ci sono, poi, la legge elettorale, l’Italicum, incostituzionale e antidemocratica; la conversione ecologica dell’economia; il diritto al lavoro e un reddito di dignità per quanti sono senza lavoro; la questione dell’immigrazione; la pace e la guerra; la difesa del territorio e la valorizzazione del paesaggio; la lotta alla corruzione, vero e proprio tumore per la nostra democrazia; la diffusione necessaria e non più procrastinabile del concetto di politica come partecipazione volontaristica e responsabile dei cittadini. Dunque, il “sapere”, la “cultura” devono essere al fianco dei cittadini e indicare la strada per un autentico stravolgimento dei valori e degli obiettivi. Il primo e principale obiettivo che la sinistra radicale deve conseguire è mettersi d’accordo su 5/6 punti, che devono essere condivisi e così riprendere l’obiettivo della non più procrastinabile presenza attiva nelle istituzioni.
I movimenti di base, l’arcipelago dell’associazionismo civile e sociale debbono per un verso impegnarsi perché la politica parli alla gente comune, ai cittadini, indicando una soluzione condivisa ai bisogni, per un altro debbono indicare una rappresentanza politica (non elettoralistica, s’intende) e farsi eleggere nelle istituzioni, affinché anche i poveri cristi e gli ultimi del carro sociale facciano sentire la loro rabbia, e, perché non, anche un radicale antagonismo di classe. ☺
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