Linguaggio e violenza
Il linguaggio sessista è l’insieme di espressioni, immagini e modalità comunicative che svalutano, ridicolizzano o rendono invisibili le donne, rappresentandole in ruoli subordinati o stereotipati rispetto agli uomini. Non si tratta solo di insulti espliciti, ma anche di abitudini apparentemente neutre: l’uso sistematico del maschile come “universale”, le battute sulla presunta emotività o irrazionalità femminile, il riferimento costante al corpo e alla sessualità delle donne più che alle loro competenze. La recente polemica sulle frasi di Tajani e Vannacci riguardanti la lunghezza delle gonne è un tipico esempio di utilizzo scorretto e stereotipato del linguaggio.
Ma perché il linguaggio è l’ anticamera della violenza? Le principali fonti internazionali e la giurisprudenza italiana qualificano la violenza contro le donne come fenomeno strutturale, legato a rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi. In questo quadro, il linguaggio sessista non è un semplice problema di “buona educazione”, ma un dispositivo culturale che contribuisce a costruire e mantenere quella disuguaglianza. Rappresentare sistematicamente le donne come oggetti sessuali, come “naturalmente” votate alla cura, o come meno adatte a ruoli di responsabilità, produce effetti concreti sull’accesso al lavoro, sulla carriera, sulla credibilità pubblica e, in ultima analisi, sulla possibilità di autodeterminarsi.
Il diritto antidiscriminatorio italiano ed europeo vieta qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, anche quando veicolata da comportamenti e prassi che creano un ambiente ostile o degradante. Nel mondo del lavoro, ad esempio, il divieto di discriminazione legata al sesso, alla gravidanza e alla maternità si applica a tutte le fasi del rapporto: accesso, inquadramento, progressione, retribuzione. Penalizzare l’accesso o la carriera in ragione della maternità è stato più volte riconosciuto come discriminatorio. In questo contesto, il linguaggio sessista nei luoghi di lavoro – battute, commenti degradanti, allusioni sessuali, uso di appellativi infantilizzanti – può costituire discriminazione diretta o molestia, soprattutto quando è sistematico e idoneo a creare un clima intimidatorio o umiliante. Tali condotte possono essere fatte valere con gli strumenti di repressione delle discriminazioni previsti dalla normativa (azioni individuali e collettive, ruolo delle consigliere di parità, nullità degli atti discriminatori e risarcimento del danno).
Sul versante penale, il nesso tra linguaggio e violenza emerge nelle norme che qualificano come aggravate le condotte motivate da odio o discriminazione. Oltre ai reati che puniscono la propaganda e l’istigazione all’odio per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, il legislatore ha introdotto il reato autonomo di femminicidio e aggravanti specifiche per la violenza sessuale quando il fatto è commesso come atto di odio, discriminazione, prevaricazione, controllo o possesso “in quanto donna”, in relazione al rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo, o come atto di limitazione delle libertà individuali della donna. Queste formule giuridiche riconoscono che la violenza di genere nasce da una logica di dominio: la donna è trattata come oggetto, “cosa di qualcuno”, sottoposta alla signoria dell’ abusante.
Il linguaggio sessista, specie quando assume la forma di insulti, minacce, discorsi d’odio o derisione sistematica, è parte integrante di questa logica: contribuisce alla violenza psicologica, rafforza il controllo e prepara il terreno alla violenza fisica e sessuale. La nozione di violenza domestica adottata dal legislatore italiano include espressamente la violenza psicologica: uno o più atti, gravi o non episodici, di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica in famiglia o tra partner. In molti casi di maltrattamenti e femminicidio, le cronache giudiziarie mostrano una lunga storia di umiliazioni verbali, insulti sessisti, svalutazioni e minacce, che precedono l’escalation fisica. Il linguaggio è dunque il primo strumento di controllo, e non un elemento neutro.
Le fonti europee e la Convenzione di Istanbul impongono agli Stati obblighi positivi di prevenire la violenza di genere, non solo di punirla a posteriori. Ciò significa agire anche sul piano culturale: educazione al rispetto e alla parità fin dalla scuola, politiche di contrasto agli stereotipi nei media e nella pubblicità, formazione specifica per operatori della giustizia, forze dell’ordine, personale sanitario e scolastico sul ruolo che linguaggio e stereotipi svolgono nella normalizzazione della violenza.
Contrastare il linguaggio sessista è quindi parte integrante delle politiche di prevenzione della violenza di genere. Significa riconoscere che esiste un continuum che va dalle battute sessiste, alle discriminazioni in ambito lavorativo e sociale, alla violenza psicologica e domestica, fino alle forme più estreme di violenza fisica e al femminicidio. Spezzare questo continuum implica intervenire già sul primo livello, quello simbolico e linguistico, per non lasciare che la svalutazione quotidiana delle donne si trasformi, passo dopo passo, in limitazione concreta delle loro libertà e nella negazione della loro stessa vita. I nostri politici dovrebbero rammentarlo.☺
