L’omicidio di la spezia
Sappiamo tutti cosa è accaduto a La Spezia. Ma forse non tutti – in primis il ministro Valditara – hanno colto la portata e lo spessore di quel coltello che ha tolto la vita a due persone: l’aggredito e l’aggressore. 18 anni e tanto vuoto intorno. Sarò blasfema ma, alla pena senza fine per Abanoub Youssef, si affianca quella per chi lo ha ammazzato, vittima anch’egli di un vuoto senza fine. Dobbiamo farci carico anche di quello, se una lezione vogliamo trarre da questo gravissimo episodio di “violenza giovanile” che ha squarciato i nostri tg.
I metal-detector (pur se circoscritti alle cosiddette “zone a rischio” e richiesti a discrezione dei dirigenti scolastici) mi sembrano, francamente, una risposta deludente, miope, all’ennesimo campanello d’allarme sul disfacimento del tessuto della nostra società, sulla crisi educativa profonda che percorre le nostre famiglie e le nostre comunità, a tutti i livelli. L’omicidio di La Spezia non è una questione di sicurezza (men che meno di scarsa sicurezza nelle scuole, vi prego), ma la spia di un’emergenza educativa la cui soluzione non si può più rimandare. Cos’altro deve accadere per prendere consapevolezza che il mondo adulto, tutto, manca ormai di quella parola chiara, autorevole, profonda, equilibrata, che può orientare la coscienza e gli orizzonti di valore dei nostri ragazzi? Dove sono l’ascolto, la presenza, la disponibilità, la cura che questi ragazzi, senza neanche saperlo, cercano disperatamente? Serve attenzione, tanta, ai loro bisogni. Non chiedono che questo.
Il mondo adulto sempre più liquido e inconsistente offre risposte inadeguate, prive di autorevolezza, non sa dire quei preziosi “no” pacati, fermi, coerenti, che generano sì ribellione nei giovani ma anche quel sano senso del limite indispensabile alla crescita armoniosa della propria persona. La difficoltà diffusa di gestire la frustrazione di un rifiuto è diventata patologia cronica da quando non siamo più in grado di mettere al centro i nostri bambini, i nostri ragazzi, e da quando l’onore e l’onere di offrire modelli educativi credibili è precipitato in coda alle nostre priorità di genitori, insegnanti, educatori… di adulti e basta, in qualunque contesto ci troviamo ad operare.
I metal-detector sono una risposta repressiva, una scorciatoia che banalizza, non vanno al cuore del problema. C’è tutta una società da rifondare, tutta una rete di relazioni e di ruoli da reimpostare, c’è un malessere giovanile profondo da intercettare e al quale rispondere con rinnovate sfide educative. Non con le forze dell’ordine fuori alle scuole. Perché poi, a questo punto, non fuori alle discoteche? Non sono luoghi un tantino più “pericolosi” delle scuole? O perché non fuori dalle palestre, dai teatri, dai locali… che so, ci potremmo sbizzarrire. Ma ce lo immaginiamo lo stato d’animo di un ragazzino che, zaino in spalla, esce di casa la mattina col pensiero che verrà perquisito perché “può essere pericoloso” o può entrare in un luogo “a rischio”? Ma la vogliamo smettere o no di pensare che della scuola si può fare un po’ quello che si vuole? Quand’è che potrà tornare ad essere, la scuola, una vera opportunità di crescita ed emancipazione per chi è lontano da ogni possibilità di futuro nel proprio quartiere, nella propria famiglia, nella propria realtà?
E poi, basta con quest’informazione avvelenata, razziale, che ghettizza. I due ragazzi definiti come? Non “studenti diciottenni”, ma “italiani di origine X”, come se nella parola “origine” già si nascondesse o si spiegasse il motivo della violenza, dimenticando lo smantellamento sistematico del sistema didattico, la mancanza di un’adeguata e permanente formazione dei docenti (specie nell’affrontare problematiche nuove), gli indegni sistemi di reclutamento del personale scolastico, l’urgenza di edifici accoglienti, dignitosi, sicuri, la mancata trasformazione delle scuole in luoghi di aggregazione, il degrado di quartieri e città. Insomma, come se il problema non fossero le picconate continue al nostro sistema scolastico e, in senso lato, educativo.
Dei giovani, dei nostri giovani, non interessa niente a nessuno, lassù ai piani alti. Chi se ne occupa davvero è chi fa pura manovalanza, ogni santa mattina, in classe, mettendo insieme quel che può, con tenacia, pochi soldi e nessun riconoscimento sociale del proprio mestiere. Chi non smette di estirpare, ogni santa mattina, l’idea che l’altro (la donna poi…) sia un soggetto meno libero di me e che, dunque, possa essere dominato, annientato.
Ministro Valditara, se non se ne fosse ancora accorto, non abbiamo bisogno di una scuola militarizzata (e gestita con piglio militare), di una scuola cieca e classista (razzista?), ma di una scuola colta, dinamica, accogliente e lungimirante, in cui gli alunni possano essere censiti non per la loro etnia, ma per i loro bisogni culturali e sociali, per la loro povertà educativa che, a volte, fa danni di portata incalcolabile. La loro etnia non c’entra, non spiega, non aggiunge o toglie nulla. Gli alunni, tutti, non sono egiziani o palestinesi, sono ragazzi e famiglie che spesso hanno problemi economici nel reperire libri di testo, nel pagarsi la mensa, nell’accedere alle attività extra-scolastiche, ai servizi sociali e sanitari.
Abbiamo bisogno di insegnanti che ci credono, in quello che fanno. E abbiamo bisogno che non siano soli. Io ho scelto la scuola perché sono profondamente convinta che sia davvero un ascensore sociale e culturale insostituibile, e sono convinta che ci vogliano amore e dedizione per cercare di far salire su quell’ascensore più gente possibile. Ciò che è accaduto a La Spezia, però, mostra che da sola non ce la faccio, che da soli non ce la facciamo: la scuola, l’educazione, devono tornare al centro dell’agenda di chi ci governa. Non c’è più tempo. La Spezia è un sintomo grave, è il mondo adulto che fa acqua da tutte le parti, è un modello educativo che sta fallendo. Ed è uno Stato lontano, sordo, miope. Colpevole del più angoscioso e cupo fallimento del nostro tempo.
Dobbiamo rimettere al centro del nostro mestiere, delle nostre famiglie, del nostro impegno pedagogico i bambini, i ragazzi. Loro sono lo scopo del nostro cammino, punto, qualunque esso sia. Abbiamo, verso di loro, il dovere di consegnare un futuro dignitoso, pulito.
Abanoub Youssef, se puoi, perdonaci.☺
