Migrazioni
5 Ottobre 2015 Share

Migrazioni

Assistiamo ad una potente migrazione di uomini e donne che tentano di sfondare le resistenze dell’occidente per sopravvivere a guerre e fame; si spostano come oggetti, perché vengono mosse da necessità e non dalla libera scelta: assumono le sembianze di merci non piazzabili su nessun mercato, la rappresentazione più estrema della verità del progetto della globalizzazione.

Masse di uomini alle frontiere spingono per entrare nel nord ricco del sogno capitalistico, ma assistiamo anche alle migrazioni di giovani uomini costretti a partire dal sud povero del mondo (non ultimo, dal meridione d’Italia), in una ripetizione della storia che ha tanto della farsa, e molto della tragedia.

Non parlo delle fughe di cervelli, di quelle élite che hanno la possibilità di vendere le proprie competenze ai migliori offerenti, ma della manodopera a basso costo la quale, come per gran parte del Novecento, sfugge alla stagnazione economica e culturale delle nostre regioni.

È un caso? Ovviamente no! Mi pare che il dibattito debba muovere a partire dal problema più vasto che ancora oggi si definisce “questione meridionale”, che credo di poter ricondurre sommariamente ai seguenti aspetti di stringente attualità:

a) Lo smantellamento del tessuto industriale;

b) La scarsa tutela del settore agricolo (paradossale appare allora il boom delle mode macrobiotiche, del chilometro zero, delle serate dedicate alla scoperta delle tradizioni enogastronomiche territoriali).

La conseguenza di tali scelte economiche ed ideologiche riguarda l’ impossibilità di una moderna economia nel mezzogiorno, l’inesistenza di una classe dirigente degna di questo nome, la sclerotizzazione della dinamica conflittuale tra capitale e lavoro, che ha incagliato la crescita sociale nelle secche dei clientelismi e delle mafie.

L’emigrazione, nel Novecento come oggi, impoverisce ulteriormente la collettività, ed è favorita dalla totale conversione di gran parte del Sud Italia a mercato turistico a cielo aperto e terra dedicata al terziario ed ai servizi che portano minor contributo economico e sociale alle giovani generazioni e a tutto il territorio. In particolare, il progetto di terziarizzazione dell’economia si incastra perfettamente con la distruzione del tessuto produttivo, e scardina qualsiasi possibilità di crescita individuale e di gruppi dirigenti che possano modificare e rendere moderni gli assetti economici e politici.

Ogni donna e ogni uomo costretto alla fuga, a causa dei motivi descritti, è una perdita grave per la nostra terra, non solo dal punto di vista produttivo, ma per tutto ciò che riguarda la vitalità e le energie necessarie alla nascita di una alternativa seria, duratura e concreta dopo 150 anni di depauperamento del meridione. ☺

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