Se si dovesse partire, per ricostruire la vita di Gesù, dai dati certi trasmessi dalle fonti neotestamentarie, con un’operazione “cartesiana” dobbiamo dire che il fatto più inoppugnabile e indubitabile è che sia morto sulla croce. La sua esecuzione tramite il servile supplicium (così era definita la crocifissione dai romani, cioè il supplizio degli schiavi) non può essere ritenuta un’invenzione dei cristiani, in quanto c’era poco da vantarsi della fine ignominiosa fatta da Gesù, ben lontana dalla solennità della morte di Socrate, che da solo bevve la cicuta mentre ancora dialogava con i discepoli. E’ altrettanto considerato certo il fatto che Gesù sia morto durante le celebrazioni pasquali. Se si guarda però attentamente alle fonti (i vangeli), ci sono delle differenze di dati tra i Sinottici (Matteo, Marco e Luca) e Giovanni.
Al di fuori dei vangeli, poi, in nessun testo del Nuovo Testamento si parla della morte di Gesù in relazione alla pasqua se non nella vaga allusione di 1 Cor 5,7: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato”. E poco più avanti, quando ricorda le parole di Gesù nell’ultima cena, in 1 Cor 11,23, Paolo non accenna minimamente al fatto che tale cena si sia svolta in occasione della Pasqua, ma dice semplicemente: “nella notte in cui veniva consegnato”. Solo i 4 vangeli, quindi, collegano la morte di Gesù con la pasqua e questo, secondo molti studiosi basta per considerarlo un elemento storico, in quanto Giovanni costituirebbe una fonte storica indipendente dai Sinottici. Non tutti gli studiosi, tuttavia, sono d’accordo sulla totale indipendenza di Giovanni e se l’autore di questo vangelo ha conosciuto almeno il vangelo di Marco, quest’ultima sarebbe l’unica fonte neotestamentaria all’origine della collocazione della morte di Gesù durante la festa di pasqua, avendo così un grado di certezza storico molto inferiore a quello della crocifissione in sé, di cui si parla in tante fonti del Nuovo Testamento.
Guardando più da vicino i dati ci accorgiamo che esiste una evidente contraddizione tra la preoccupazione dei membri del Sinedrio di far fuori Gesù non durante la festa e invece la consegna che fanno a Pilato nel cuore della maggiore festa ebraica. In Mc 14,2 (e Mt 26,5) si legge: “Dicevano infatti: Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo”. Tutto il racconto della Passione, invece, tace questa preoccupazione, sebbene il cosiddetto “processo giudaico” avvenga di notte: in quell’occasione, infatti, anziché gestire tutto in segreto, si cercano e si ottengono false testimonianze, ovviamente esterne ai membri del sinedrio stesso. Il tragicomico rinnegamento di Pietro, inoltre, avviene in un cortile affollato, in cui già ci si scaglia contro Gesù e i suoi discepoli, senza neppure la necessità di essere sobillati dai capi del popolo, come avverrà nel pretorio, davanti a Pilato. E’ evidente che il racconto della Passione risponde non a una logica giornalistica, ma narrativa, ad uso di comunità cristiane che vivevano in un contesto di ostilità da parte delle comunità giudaiche, mentre cercavano di acquistare simpatia presso i romani, presentando Pilato come dubbioso e scrupoloso, mentre le fonti storiche contemporanee o di poco successive, sia giudaiche che romane, mostrano uno zelante e sanguinario carnefice, che fu addirittura esiliato dall’imperatore Tiberio per il suo facile ricorso alla violenza e alla repressione nel sangue delle sommosse causate da giudei disperati.
In quest’ottica, l’ ambientazione pasquale della morte di Gesù obbedisce chiaramente alla volontà di spiegare quella morte sullo sfondo teologico delle Scritture ebraiche, che collegano la pasqua dell’esodo con la salvezza dalla morte (e quindi dal peccato, in base a quanto dice Paolo nel capitolo 5 della lettera ai Romani).
Gesù, dicono i vangeli, non è morto perché dava fastidio ai capi giudei, ma perché ha offerto il suo corpo come sostentamento nell’esodo dalla morte alla vita e ha effuso il suo sangue in riscatto dei peccati dell’umanità. Ecco perché l’ultima cena per i Sinottici è una cena pasquale, cioè era quel pasto sacro, consumato in famiglia, ma nei dintorni del tempio di Gerusalemme, durante il quale si mangiava l’agnello immolato nel tempio, in ricordo di quello della notte dell’esodo e il cui sangue fu messo sugli stipiti delle porte degli israeliti perché l’angelo sterminatore, mandato a far morire i primogeniti egiziani, passasse oltre. Le parole di Gesù richiamano sia quell’agnello che l’alleanza conclusa 50 giorni dopo tra Dio e il popolo (ricordata nella festa della pentecoste), dopo il dono della legge. La cena si sarebbe svolta il 14 di Nisan, al tramonto, dopo l’uccisione degli agnelli, che avveniva a mezzogiorno del 14 di Nisan. La morte di Gesù sarebbe quindi avvenuta il pomeriggio del 15 di Nisan, quasi a conclusione del giorno di pasqua e sarebbe avvenuta di venerdì, cioè alla vigilia del Sabato, giorno sacro per i giudei. Ci si chiede: perché tanta preoccupazione di togliere il corpo di Gesù per non contaminare il sabato, mentre si è contaminata la festa principale dei giudei con un falso processo avvenuto proprio durante la notte che commemorava l’uscita dall’Egitto e con la morte di un condannato innocente proprio nel giorno del ricordo dell’esodo? C’era così tanta fretta, considerando anche che i capi non volevano ucciderlo durante una festa per paura delle reazioni del popolo (che spesso durante le feste era protagonista di rivolte che scaturivano da pretesti anche più banali)?
Giovanni, da questo punto di vista è più accorto, anticipando la cena di Gesù al 13 di Nisan, sempre di giovedì e quindi in un altro anno solare rispetto ai Sinottici. L’ultima cena non sarebbe stata quindi una cena pasquale ma una cena d’addio, durante la quale, sullo stile di Socrate, Gesù ha consegnato il suo testamento spirituale (i discorsi di Gesù si estendono per ben 5 capitoli del vangelo!) e non ha pronunciato le parole sul pane e sul vino, ma ha lasciato come segno distintivo la lavanda dei piedi. Il doppio processo avviene sempre tra la notte e il mattino ma non è crocifisso alle nove, come racconta Marco, bensì subito dopo mezzogiorno, l’ora in cui si immolano gli agnelli che serviranno per la cena pasquale, collocata dopo la morte di Gesù che per Giovanni, quindi, avviene il 14 di Nisan e non il 15 come invece per i Sinottici. Il modo in cui si svolge la scena della crocifissione in Giovanni, poi, riecheggia la solennità del grande giorno dell’espiazione, in cui il sommo sacerdote immolava un agnello per implorare il perdono dei peccati del popolo. Gesù, infatti, in Giovanni è definito l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ed è consegnato da Pilato non ai soldati ma ai sommi sacerdoti.
Questo accostamento è fatto anche dalla lettera agli Ebrei, che non accenna minimamente alla pasqua mentre rilegge la morte di Gesù attraverso il rito del giorno dell’espiazione. Se poi consideriamo che l’ultima settimana di Gesù si apre con una processione tipica della festa delle Capanne (i rami di palma) che avviene in autunno, ci rendiamo conto che i racconti evangelici non parlano solo della pasqua, riguardo alla morte di Gesù, ma fanno una sintesi di tutte le grandi commemorazioni rituali della religione ebraica, cadendo spesso in imprecisioni di calendario. In tal senso la centralità della pasqua più che un dato di cronaca è soprattutto un dato teologico e tale ricorrenza sovrasta le altre nell’indicare la passione di Cristo forse per due motivi: per il fatto che è la festa più importante, e per inserire anche il mistero della risurrezione, passaggio dalla morte alla vita, sul modello del passaggio dalla schiavitù alla libertà del popolo di Israele.
Non è da dimenticare, inoltre, che sia i Sinottici che Giovanni, pur distanziandosi per quanto riguarda il giorno del mese, coincidono riguardo al giorno della settimana: l’inizio del sabato, il giorno del compimento della creazione, che ha il suo vertice nella creazione dell’uomo.
Concludo sottolineando che questa analisi non vuole assurgere a dato storico certo, ma vuole solo sottolineare che le fonti storiche su Gesù non sono affatto univoche nel riportare i dati, né tantomeno chiare; tuttavia, se (e solo se) accettiamo l’ipotesi che Gesù sia morto effettivamente alla vigilia di Pasqua o nel giorno di Pasqua, abbiamo tre sole date possibili (quindi non una sola!): se si accetta la cronologia di Giovanni, negli anni trenta della nostra era, sono possibili due date: l’8 aprile del 30 oppure il 4 aprile del 33 (in quanto solo in quegli anni la pasqua cadeva di sabato); se si accetta la cronologia dei Sinottici è possibile una sola data: il 27 aprile del 31 (perché solo in quell’anno la pasqua cadeva di venerdì). ☺
Se si dovesse partire, per ricostruire la vita di Gesù, dai dati certi trasmessi dalle fonti neotestamentarie, con un’operazione “cartesiana” dobbiamo dire che il fatto più inoppugnabile e indubitabile è che sia morto sulla croce. La sua esecuzione tramite il servile supplicium (così era definita la crocifissione dai romani, cioè il supplizio degli schiavi) non può essere ritenuta un’invenzione dei cristiani, in quanto c’era poco da vantarsi della fine ignominiosa fatta da Gesù, ben lontana dalla solennità della morte di Socrate, che da solo bevve la cicuta mentre ancora dialogava con i discepoli. E’ altrettanto considerato certo il fatto che Gesù sia morto durante le celebrazioni pasquali. Se si guarda però attentamente alle fonti (i vangeli), ci sono delle differenze di dati tra i Sinottici (Matteo, Marco e Luca) e Giovanni.
Al di fuori dei vangeli, poi, in nessun testo del Nuovo Testamento si parla della morte di Gesù in relazione alla pasqua se non nella vaga allusione di 1 Cor 5,7: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato”. E poco più avanti, quando ricorda le parole di Gesù nell’ultima cena, in 1 Cor 11,23, Paolo non accenna minimamente al fatto che tale cena si sia svolta in occasione della Pasqua, ma dice semplicemente: “nella notte in cui veniva consegnato”. Solo i 4 vangeli, quindi, collegano la morte di Gesù con la pasqua e questo, secondo molti studiosi basta per considerarlo un elemento storico, in quanto Giovanni costituirebbe una fonte storica indipendente dai Sinottici. Non tutti gli studiosi, tuttavia, sono d’accordo sulla totale indipendenza di Giovanni e se l’autore di questo vangelo ha conosciuto almeno il vangelo di Marco, quest’ultima sarebbe l’unica fonte neotestamentaria all’origine della collocazione della morte di Gesù durante la festa di pasqua, avendo così un grado di certezza storico molto inferiore a quello della crocifissione in sé, di cui si parla in tante fonti del Nuovo Testamento.
Guardando più da vicino i dati ci accorgiamo che esiste una evidente contraddizione tra la preoccupazione dei membri del Sinedrio di far fuori Gesù non durante la festa e invece la consegna che fanno a Pilato nel cuore della maggiore festa ebraica. In Mc 14,2 (e Mt 26,5) si legge: “Dicevano infatti: Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo”. Tutto il racconto della Passione, invece, tace questa preoccupazione, sebbene il cosiddetto “processo giudaico” avvenga di notte: in quell’occasione, infatti, anziché gestire tutto in segreto, si cercano e si ottengono false testimonianze, ovviamente esterne ai membri del sinedrio stesso. Il tragicomico rinnegamento di Pietro, inoltre, avviene in un cortile affollato, in cui già ci si scaglia contro Gesù e i suoi discepoli, senza neppure la necessità di essere sobillati dai capi del popolo, come avverrà nel pretorio, davanti a Pilato. E’ evidente che il racconto della Passione risponde non a una logica giornalistica, ma narrativa, ad uso di comunità cristiane che vivevano in un contesto di ostilità da parte delle comunità giudaiche, mentre cercavano di acquistare simpatia presso i romani, presentando Pilato come dubbioso e scrupoloso, mentre le fonti storiche contemporanee o di poco successive, sia giudaiche che romane, mostrano uno zelante e sanguinario carnefice, che fu addirittura esiliato dall’imperatore Tiberio per il suo facile ricorso alla violenza e alla repressione nel sangue delle sommosse causate da giudei disperati.
In quest’ottica, l’ ambientazione pasquale della morte di Gesù obbedisce chiaramente alla volontà di spiegare quella morte sullo sfondo teologico delle Scritture ebraiche, che collegano la pasqua dell’esodo con la salvezza dalla morte (e quindi dal peccato, in base a quanto dice Paolo nel capitolo 5 della lettera ai Romani).
Gesù, dicono i vangeli, non è morto perché dava fastidio ai capi giudei, ma perché ha offerto il suo corpo come sostentamento nell’esodo dalla morte alla vita e ha effuso il suo sangue in riscatto dei peccati dell’umanità. Ecco perché l’ultima cena per i Sinottici è una cena pasquale, cioè era quel pasto sacro, consumato in famiglia, ma nei dintorni del tempio di Gerusalemme, durante il quale si mangiava l’agnello immolato nel tempio, in ricordo di quello della notte dell’esodo e il cui sangue fu messo sugli stipiti delle porte degli israeliti perché l’angelo sterminatore, mandato a far morire i primogeniti egiziani, passasse oltre. Le parole di Gesù richiamano sia quell’agnello che l’alleanza conclusa 50 giorni dopo tra Dio e il popolo (ricordata nella festa della pentecoste), dopo il dono della legge. La cena si sarebbe svolta il 14 di Nisan, al tramonto, dopo l’uccisione degli agnelli, che avveniva a mezzogiorno del 14 di Nisan. La morte di Gesù sarebbe quindi avvenuta il pomeriggio del 15 di Nisan, quasi a conclusione del giorno di pasqua e sarebbe avvenuta di venerdì, cioè alla vigilia del Sabato, giorno sacro per i giudei. Ci si chiede: perché tanta preoccupazione di togliere il corpo di Gesù per non contaminare il sabato, mentre si è contaminata la festa principale dei giudei con un falso processo avvenuto proprio durante la notte che commemorava l’uscita dall’Egitto e con la morte di un condannato innocente proprio nel giorno del ricordo dell’esodo? C’era così tanta fretta, considerando anche che i capi non volevano ucciderlo durante una festa per paura delle reazioni del popolo (che spesso durante le feste era protagonista di rivolte che scaturivano da pretesti anche più banali)?
Giovanni, da questo punto di vista è più accorto, anticipando la cena di Gesù al 13 di Nisan, sempre di giovedì e quindi in un altro anno solare rispetto ai Sinottici. L’ultima cena non sarebbe stata quindi una cena pasquale ma una cena d’addio, durante la quale, sullo stile di Socrate, Gesù ha consegnato il suo testamento spirituale (i discorsi di Gesù si estendono per ben 5 capitoli del vangelo!) e non ha pronunciato le parole sul pane e sul vino, ma ha lasciato come segno distintivo la lavanda dei piedi. Il doppio processo avviene sempre tra la notte e il mattino ma non è crocifisso alle nove, come racconta Marco, bensì subito dopo mezzogiorno, l’ora in cui si immolano gli agnelli che serviranno per la cena pasquale, collocata dopo la morte di Gesù che per Giovanni, quindi, avviene il 14 di Nisan e non il 15 come invece per i Sinottici. Il modo in cui si svolge la scena della crocifissione in Giovanni, poi, riecheggia la solennità del grande giorno dell’espiazione, in cui il sommo sacerdote immolava un agnello per implorare il perdono dei peccati del popolo. Gesù, infatti, in Giovanni è definito l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ed è consegnato da Pilato non ai soldati ma ai sommi sacerdoti.
Questo accostamento è fatto anche dalla lettera agli Ebrei, che non accenna minimamente alla pasqua mentre rilegge la morte di Gesù attraverso il rito del giorno dell’espiazione. Se poi consideriamo che l’ultima settimana di Gesù si apre con una processione tipica della festa delle Capanne (i rami di palma) che avviene in autunno, ci rendiamo conto che i racconti evangelici non parlano solo della pasqua, riguardo alla morte di Gesù, ma fanno una sintesi di tutte le grandi commemorazioni rituali della religione ebraica, cadendo spesso in imprecisioni di calendario. In tal senso la centralità della pasqua più che un dato di cronaca è soprattutto un dato teologico e tale ricorrenza sovrasta le altre nell’indicare la passione di Cristo forse per due motivi: per il fatto che è la festa più importante, e per inserire anche il mistero della risurrezione, passaggio dalla morte alla vita, sul modello del passaggio dalla schiavitù alla libertà del popolo di Israele.
Non è da dimenticare, inoltre, che sia i Sinottici che Giovanni, pur distanziandosi per quanto riguarda il giorno del mese, coincidono riguardo al giorno della settimana: l’inizio del sabato, il giorno del compimento della creazione, che ha il suo vertice nella creazione dell’uomo.
Concludo sottolineando che questa analisi non vuole assurgere a dato storico certo, ma vuole solo sottolineare che le fonti storiche su Gesù non sono affatto univoche nel riportare i dati, né tantomeno chiare; tuttavia, se (e solo se) accettiamo l’ipotesi che Gesù sia morto effettivamente alla vigilia di Pasqua o nel giorno di Pasqua, abbiamo tre sole date possibili (quindi non una sola!): se si accetta la cronologia di Giovanni, negli anni trenta della nostra era, sono possibili due date: l’8 aprile del 30 oppure il 4 aprile del 33 (in quanto solo in quegli anni la pasqua cadeva di sabato); se si accetta la cronologia dei Sinottici è possibile una sola data: il 27 aprile del 31 (perché solo in quell’anno la pasqua cadeva di venerdì). ☺
Se si dovesse partire, per ricostruire la vita di Gesù, dai dati certi trasmessi dalle fonti neotestamentarie, con un’operazione “cartesiana” dobbiamo dire che il fatto più inoppugnabile e indubitabile è che sia morto sulla croce. La sua esecuzione tramite il servile supplicium (così era definita la crocifissione dai romani, cioè il supplizio degli schiavi) non può essere ritenuta un’invenzione dei cristiani, in quanto c’era poco da vantarsi della fine ignominiosa fatta da Gesù, ben lontana dalla solennità della morte di Socrate, che da solo bevve la cicuta mentre ancora dialogava con i discepoli. E’ altrettanto considerato certo il fatto che Gesù sia morto durante le celebrazioni pasquali. Se si guarda però attentamente alle fonti (i vangeli), ci sono delle differenze di dati tra i Sinottici (Matteo, Marco e Luca) e Giovanni.
Al di fuori dei vangeli, poi, in nessun testo del Nuovo Testamento si parla della morte di Gesù in relazione alla pasqua se non nella vaga allusione di 1 Cor 5,7: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato”. E poco più avanti, quando ricorda le parole di Gesù nell’ultima cena, in 1 Cor 11,23, Paolo non accenna minimamente al fatto che tale cena si sia svolta in occasione della Pasqua, ma dice semplicemente: “nella notte in cui veniva consegnato”. Solo i 4 vangeli, quindi, collegano la morte di Gesù con la pasqua e questo, secondo molti studiosi basta per considerarlo un elemento storico, in quanto Giovanni costituirebbe una fonte storica indipendente dai Sinottici. Non tutti gli studiosi, tuttavia, sono d’accordo sulla totale indipendenza di Giovanni e se l’autore di questo vangelo ha conosciuto almeno il vangelo di Marco, quest’ultima sarebbe l’unica fonte neotestamentaria all’origine della collocazione della morte di Gesù durante la festa di pasqua, avendo così un grado di certezza storico molto inferiore a quello della crocifissione in sé, di cui si parla in tante fonti del Nuovo Testamento.
Guardando più da vicino i dati ci accorgiamo che esiste una evidente contraddizione tra la preoccupazione dei membri del Sinedrio di far fuori Gesù non durante la festa e invece la consegna che fanno a Pilato nel cuore della maggiore festa ebraica. In Mc 14,2 (e Mt 26,5) si legge: “Dicevano infatti: Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo”. Tutto il racconto della Passione, invece, tace questa preoccupazione, sebbene il cosiddetto “processo giudaico” avvenga di notte: in quell’occasione, infatti, anziché gestire tutto in segreto, si cercano e si ottengono false testimonianze, ovviamente esterne ai membri del sinedrio stesso. Il tragicomico rinnegamento di Pietro, inoltre, avviene in un cortile affollato, in cui già ci si scaglia contro Gesù e i suoi discepoli, senza neppure la necessità di essere sobillati dai capi del popolo, come avverrà nel pretorio, davanti a Pilato. E’ evidente che il racconto della Passione risponde non a una logica giornalistica, ma narrativa, ad uso di comunità cristiane che vivevano in un contesto di ostilità da parte delle comunità giudaiche, mentre cercavano di acquistare simpatia presso i romani, presentando Pilato come dubbioso e scrupoloso, mentre le fonti storiche contemporanee o di poco successive, sia giudaiche che romane, mostrano uno zelante e sanguinario carnefice, che fu addirittura esiliato dall’imperatore Tiberio per il suo facile ricorso alla violenza e alla repressione nel sangue delle sommosse causate da giudei disperati.
In quest’ottica, l’ ambientazione pasquale della morte di Gesù obbedisce chiaramente alla volontà di spiegare quella morte sullo sfondo teologico delle Scritture ebraiche, che collegano la pasqua dell’esodo con la salvezza dalla morte (e quindi dal peccato, in base a quanto dice Paolo nel capitolo 5 della lettera ai Romani).
Gesù, dicono i vangeli, non è morto perché dava fastidio ai capi giudei, ma perché ha offerto il suo corpo come sostentamento nell’esodo dalla morte alla vita e ha effuso il suo sangue in riscatto dei peccati dell’umanità. Ecco perché l’ultima cena per i Sinottici è una cena pasquale, cioè era quel pasto sacro, consumato in famiglia, ma nei dintorni del tempio di Gerusalemme, durante il quale si mangiava l’agnello immolato nel tempio, in ricordo di quello della notte dell’esodo e il cui sangue fu messo sugli stipiti delle porte degli israeliti perché l’angelo sterminatore, mandato a far morire i primogeniti egiziani, passasse oltre. Le parole di Gesù richiamano sia quell’agnello che l’alleanza conclusa 50 giorni dopo tra Dio e il popolo (ricordata nella festa della pentecoste), dopo il dono della legge. La cena si sarebbe svolta il 14 di Nisan, al tramonto, dopo l’uccisione degli agnelli, che avveniva a mezzogiorno del 14 di Nisan. La morte di Gesù sarebbe quindi avvenuta il pomeriggio del 15 di Nisan, quasi a conclusione del giorno di pasqua e sarebbe avvenuta di venerdì, cioè alla vigilia del Sabato, giorno sacro per i giudei. Ci si chiede: perché tanta preoccupazione di togliere il corpo di Gesù per non contaminare il sabato, mentre si è contaminata la festa principale dei giudei con un falso processo avvenuto proprio durante la notte che commemorava l’uscita dall’Egitto e con la morte di un condannato innocente proprio nel giorno del ricordo dell’esodo? C’era così tanta fretta, considerando anche che i capi non volevano ucciderlo durante una festa per paura delle reazioni del popolo (che spesso durante le feste era protagonista di rivolte che scaturivano da pretesti anche più banali)?
Giovanni, da questo punto di vista è più accorto, anticipando la cena di Gesù al 13 di Nisan, sempre di giovedì e quindi in un altro anno solare rispetto ai Sinottici. L’ultima cena non sarebbe stata quindi una cena pasquale ma una cena d’addio, durante la quale, sullo stile di Socrate, Gesù ha consegnato il suo testamento spirituale (i discorsi di Gesù si estendono per ben 5 capitoli del vangelo!) e non ha pronunciato le parole sul pane e sul vino, ma ha lasciato come segno distintivo la lavanda dei piedi. Il doppio processo avviene sempre tra la notte e il mattino ma non è crocifisso alle nove, come racconta Marco, bensì subito dopo mezzogiorno, l’ora in cui si immolano gli agnelli che serviranno per la cena pasquale, collocata dopo la morte di Gesù che per Giovanni, quindi, avviene il 14 di Nisan e non il 15 come invece per i Sinottici. Il modo in cui si svolge la scena della crocifissione in Giovanni, poi, riecheggia la solennità del grande giorno dell’espiazione, in cui il sommo sacerdote immolava un agnello per implorare il perdono dei peccati del popolo. Gesù, infatti, in Giovanni è definito l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ed è consegnato da Pilato non ai soldati ma ai sommi sacerdoti.
Questo accostamento è fatto anche dalla lettera agli Ebrei, che non accenna minimamente alla pasqua mentre rilegge la morte di Gesù attraverso il rito del giorno dell’espiazione. Se poi consideriamo che l’ultima settimana di Gesù si apre con una processione tipica della festa delle Capanne (i rami di palma) che avviene in autunno, ci rendiamo conto che i racconti evangelici non parlano solo della pasqua, riguardo alla morte di Gesù, ma fanno una sintesi di tutte le grandi commemorazioni rituali della religione ebraica, cadendo spesso in imprecisioni di calendario. In tal senso la centralità della pasqua più che un dato di cronaca è soprattutto un dato teologico e tale ricorrenza sovrasta le altre nell’indicare la passione di Cristo forse per due motivi: per il fatto che è la festa più importante, e per inserire anche il mistero della risurrezione, passaggio dalla morte alla vita, sul modello del passaggio dalla schiavitù alla libertà del popolo di Israele.
Non è da dimenticare, inoltre, che sia i Sinottici che Giovanni, pur distanziandosi per quanto riguarda il giorno del mese, coincidono riguardo al giorno della settimana: l’inizio del sabato, il giorno del compimento della creazione, che ha il suo vertice nella creazione dell’uomo.
Concludo sottolineando che questa analisi non vuole assurgere a dato storico certo, ma vuole solo sottolineare che le fonti storiche su Gesù non sono affatto univoche nel riportare i dati, né tantomeno chiare; tuttavia, se (e solo se) accettiamo l’ipotesi che Gesù sia morto effettivamente alla vigilia di Pasqua o nel giorno di Pasqua, abbiamo tre sole date possibili (quindi non una sola!): se si accetta la cronologia di Giovanni, negli anni trenta della nostra era, sono possibili due date: l’8 aprile del 30 oppure il 4 aprile del 33 (in quanto solo in quegli anni la pasqua cadeva di sabato); se si accetta la cronologia dei Sinottici è possibile una sola data: il 27 aprile del 31 (perché solo in quell’anno la pasqua cadeva di venerdì). ☺
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