Muovere il culo
7 Dicembre 2019
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Muovere il culo

Il Manifesto quotidiano, qualche settimana fa, ha annunciato il ritorno di Ghino di Tacco. Per chi non ha memoria o per chi è troppo giovane vorrei ricordare che non stiamo parlando del Ghino di Tacco che visse nel XIII secolo, il quale svolse la sua attività di brigante nelle campagne senesi e aveva fatto di Radicofani la sua capitale militare. Stiamo parlando di Bettino Craxi che così venne battezzato da Eugenio Scalfari. Craxi all’inizio degli anni ‘80 maramaldeggiava in politica così come Ghino di Tacco fece ottocento anni fa nelle campagne intorno a Radicofani. Il segretario socialista di questa caricatura non se ne ebbe a male, anzi l’idea di Scalfari gli piacque e prese a firmare alcuni dei suoi corsivi come Ghino di Tacco.

Matteo Renzi non ha la statura e l’intelligenza di Bettino Craxi, ma su alcune questioni ne ha raccolto l’eredità. In primis nella spregiudicatezza e nel cinismo politico. L’ex segretario del PD, avendo intuito che il potere suo e del “cerchio magico” nel partito era in calo, da tossico del Potere qual è, ha organizzato la scissione del Partito Democratico. Partito del quale sino alla primavera del 2018 era stato segretario e leader indiscusso. Spregiudicato e, anche, bugiardo, fu così con Enrico Letta nel 2013/2014. Il nostro Matteo di giorno rassicurava l’ingenuo Enrico e di notte gli scavava la fossa sotto i piedi. Stessa musica con il famoso impegno alla vigilia del referendum costituzionale del dicembre 2016. Renzi aveva solennemente annunciato che la sconfitta al referendum avrebbe significato le sue dimissioni dalla politica. L’ex primo ministro non solo non si è ritirato dalla Politica, ma ha fondato un suo partito personale. Stessa canzone con l’attuale governo. L’ex segretario del PD ha fatto l’impossibile perché si evitassero le elezioni; oggi, dopo aver stabilizzato il suo partitino, non passa giorno che non polemizzi con le scelte del governo Conte. Ghino di Tacco è all’opera, ma non per affrontare i gravi e seri problemi del paese. La somiglianza fra i due leader va ben oltre la spregiudicatezza dei comportamenti. Il fondatore di Italia Viva, come l’ex leader socialista, ha sfidato il sindacato e il mondo del lavoro. Craxi nel 1984 con il decreto di San Valentino tagliò di tre punti la scala mobile, Renzi presidente del consiglio, con il provvedimento legislativo chiamato Job Act, ha fatto un monumento al precariato. Si potrebbe continuare a lungo con queste analogie, ma la questione fondamentale è un’altra. Sia Bettino che Matteo hanno in comune una vera ossessione che poi è il cuore della loro strategia politica: il “riequi- libro a sinistra”. Per Craxi il vero nemico da sconfiggere era il Partito Comunista di Enrico Berlinguer. Per Renzi l’oggetto del desiderio è il Partito Democratico di Zingaretti; “svuotare il Pd”, questo è il mantra renziano. Ad onor del vero, fra i due leader vi è una differenza sostanziale che sarebbe ingiusto dimenticare. Craxi pur essendo in guerra con i comunisti di Berlinguer, pur avendo governato per anni e anni con la Democrazia Cristiana era e si considerava uomo di sinistra, socialista e orgogliosamente membro dell’Internazionale Socialista. Renzi è lo Zelig della politica italiana, ieri ha iscritto il Pd nell’internazionale socialista, domani, se fosse utile, potrebbe mettere su casa con Silvio Berlusconi.

Ieri l’uomo di Rignano sull’Arno ammiccava alla sinistra e alla sua tradizione, oggi corteggia deputati e senatori di Forza Italia. Eppure l’ex sindaco di Firenze ha sicuramente più possibilità di successo nella sua opera di demolizione del Pd di quante ne ebbe con il PCI il povero Craxi che morì fuggiasco in Tunisia e senza alcun tesoro in Svizzera. Le cose possono andare bene per Renzi non solo perché Zingaretti non è Berlinguer, ma per alcune ragioni ben più generali. Il Partito Democratico non è un partito popolare e tantomeno un partito operaio, i voti del PD li troviamo ai Parioli, piuttosto che sulla Tiburtina o a Torre Maura. Il PD non ha un orizzonte ideale definito, è un albero senza radici, nasconde la sua memoria e alla fine finisce per essere una foglia al vento che va in ogni luogo e quindi in nessun luogo. Il PD non ha una “disciplina” che regoli democraticamente la sua vita interna, è un coacervo di correnti, è un insieme di comitati elettorali personali, per questo è un terreno friabile esposto a tutte le tentazioni. Il PD non ha un progetto per l’Italia e questo governo giallo-rosso ne è la più evidente e drammatica testimonianza. Renzi che ben conosce queste debolezze, spera di entrare, come coltello nel burro, nel Partito Democratico e fare quel che Macron ha fatto in pochi mesi con i socialisti francesi.

L’auspicio è che qualcosa di nuovo accada nel mondo del PD. La speranza è che quella migliaia di giovani e cittadini bolognesi che il 14 di Novembre hanno riempito piazza Maggiore per contestare Salvini siano l’inizio di una nuova storia. E ha ragione quel giovane che ha concluso la straordinaria e spontanea manifestazione bolognese, quando ha detto: “se ognuno di noi muove un po’ il culo forse le elezioni in Emilia Romagna del 27 Gennaio le portiamo a casa”.☺

 

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