Non cerchiamo la luna nel pozzo
8 Settembre 2020
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Non cerchiamo la luna nel pozzo

Sulla prima pagina della nostra rivista la fonte si legge: “periodico dei terremotati o di resistenza umana”. Una scelta fatta 17 anni fa, quando la natura fu matrigna e la classe dirigente molisana, ancora una volta, dette il peggio di sé. In quella situazione non si poteva che sperare nelle profonde risorse umane della nostra gente e resistere. La storia, i fatti di questi anni ci hanno obbligato a cambiar pelle, ad assumerci nuove responsabilità, a svolgere un nuovo ruolo, senza per questo abbandonare la sostanza delle nostre origini: essere sempre e comunque dalla parte degli ultimi. Avendo però chiaro che molte cose sono mutate, e sono mutate in profondità.

Prima e fondamentale questione, chi sono oggi gli ultimi? Il terremoto è lontano, male, talvolta malissimo, quella ferita è stata curata, eppure l’esercito degli ultimi, per ragioni generali e per responsabilità locali, è aumentato di molto e oggi rappresenta la gran parte della società molisana. E i giovani sono la prima vittima di un vuoto economico che nella sua normalità produce marginalità e povertà sociale. Gli ultimi di casa nostra sono i primi a partire alla ricerca di un futuro, di una speranza che la terra d’origine continua a negargli.

Seconda questione: la politica e le classi dirigenti. I terremoti sono una terribile emergenza, una grande disgrazia naturale ed umana, e sono una verifica drammatica della natura e della qualità di una classe dirigente. Il nostro giudizio su chi ha avuto responsabilità di governo in quella fase è stato e resta fortemente critico. Pensavamo che si fosse toccato il fondo, ci siamo sbagliati. Chi ha governato questi ultimi lunghi anni non solo non ha compreso la dura lezione del passato, ma in quanto a trasformismo, opportunismo e clientelismo ha superato i maestri degli ultimi decenni. Questa povertà etico-politica di chi ha il potere di decidere è la causa prima del vuoto progettuale di chi ha comandato e comanda nella nostra regione. Siamo arrivati all’assurdo e al ridicolo di un presidente di regione, il nostro Toma, che mentre di giorno si asteneva sulla proposta dell’ospedale Covid a Larino, nottetempo di nascosto, nello stile dei famosi ladri di Pisa, inviava un suo e diverso progetto al governo e al ministero della Sanità.

È questo complesso di ragioni, è la dilatazione della sofferenza sociale delle nostre comunità, è la latitanza della classe politica ad aver obbligato la fonte a interrogarsi sul destino generale della nostra comunità. È toccato a noi, insieme a tante altre associazioni della società civile, alla chiesa, al sindacato, a donne ed uomini di buona volontà, a quei sindaci che hanno amore per le proprie comunità,  l’onere e l’onore di  tenere alta la bandiera di un’altra politica. È toccato a noi negli ultimi anni avanzare il progetto della clean economy, poi la proposta “dei biodistretti” e in queste ultime settimane l’urgenza di un grande progetto socio-sanitario che abbia al centro la medicina del territorio. Sono tutti tasselli di un solo mosaico, di una sola strategia: l’idea di trasformare quelle che sono le debolezze storiche della nostra terra in una opportunità. Non stiamo inseguendo le farfalle, non stiamo cercando la luna nel pozzo, sono le cose che accadono nel mondo ad averci dato e a darci ragione.

Il cambiamento climatico, i disastri ambientali e la stessa pandemia obbligano a un radicale cambiamento dell’economia e dell’organizzazione sociale. E il messaggio che ci viene dall’Europa è molto chiaro: riconvertire manifattura e servizi, produrre energia ed agricoltura, organizzare città e mobilità seguendo i princìpi e le regole della “sostenibilità” ambientale e sociale. La Commissione europea, quando parla di Agricoltura – questione fondamentale per tutti e in particolare per il futuro della nostra regione – chiede in modo imperativo di coltivare il 25% delle nostre terre con criteri e sistemi biologici, di andare verso una drastica riduzione dell’uso dei pesticidi, di abbandonare le coltivazioni intensive e garantire la biodiversità. Siamo ormai ad un bivio epocale, è giunto il momento di abbandonare il feticcio del PIL, la malsana e distruttiva idea di uno sviluppo che ha nella logica della quantità, nel mercato senza regole e nel consumo compulsivo il suo mantra.

Il Molise è una piccola regione, una terra di emigrazione, poco antropizzata, per gran parte fatta di aree interne semiabbandonate, con poche industrie e un’agricoltura ancora per molti versi antica. Tutte caratteristiche che in una società industrialista, sviluppista e consumista appaiono come un disvalore e che, diversamente, in un sistema che fa della sostenibilità, della biodiversità e della sobrietà la sua stella polare, possono essere straordinarie risorse. Per paradosso e per quegli strani giochi della storia, oggi, il Molise potrebbe essere un importante laboratorio, un luogo ove sperimentare idee, progetti e buone pratiche che guardano al futuro. La debolezza di ieri e di oggi può essere una forza per il domani, ma perché ciò accada è decisivo che le nostre virtù ambientali, la bellezza della natura, le tradizioni e le culture delle nostre comunità si nutrano di innovazione tecnologica, di qualità della crescita economica, di un diffuso spirito imprenditoriale e infine di un nuovo protagonismo sociale, in primo luogo dei giovani. Il territorio, la sua tutela e la sua valorizzazione sono il cuore di questa proposta e i sindaci, come già si è visto sulla penosa vicenda dell’ospedale Covid a Larino, sono i fondamentali interlocutori.☺

 

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