nostalgia dell’altro
20 Febbraio 2010
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nostalgia dell’altro

“Solo nella relazione con l’“altro” uomo l’individuo ritroverà se stesso. La via autentica è quella della relazione, del rapporto interpersonale e della comunità”. È un grande maestro e testimone del dialogo tra individui, di culture, religioni e provenienze politiche anche diverse, che ci lancia questa sfida in un momento di grande emergenza diffusa.

Martin Buber, uomo e intellettuale di una identità sionista che pagò a caro prezzo nei tempi della brutale persecuzione nazista e che mai rinunciò a scrivere e a regolare la propria esistenza sul terreno del dialogo ad ogni costo.

“La persona umana, che voglia o no ammetterlo, che voglia o no prenderlo sul serio, appartiene alla comunità in cui è nata o in cui è capitata”. E il nostro grande autore non scarica alcuno dalle responsabilità che lo investono.

Viviamo la stagione di una litigiosità che offusca gli orizzonti della vita e che non aiuta le nuove generazioni a guardare lontano. Siamo un paese, l’Italia, continuamente alle prese di acredine, di contrasti senza regole, di rivendicazioni senza riguardo alcuno nei confronti dell’interlocutore a cui sono rivolte.

Chi continua a fornirci cattivi modelli nell’uso della parola sono, ancora una volta, i “maestri” della politica… Dalle diverse appartenenze. Poveri di proposte, sempre pronti a sovrapporsi al discorso dell’avversario che si trovano a fronteggiare nelle ormai nauseabonde sceneggiate televisive che costituiscono veri e propri laboratori di malacreanza linguistica. Poveri noi e i nostri figli se continueremo a subire le vessazioni di cotali maestri! In altri tempi, generazioni più fortunate hanno avuto la bella ventura di incrociare persone e situazioni che lanciavano segnali, che sollecitavano la partecipazione, l’impegno, la testimonianza.

Se dovessimo fare una piccola intervista ad un esperto di comunicazione, ne dovremmo dedurre che stiamo assistendo ormai alla cancellazione di funzioni proprie del linguaggio maieutico, dialogico, simmetrico che si fondano sulla formulazione di domande e risposte regolate dalla prima legge della comunicazione: la capacità di ascolto… e quindi dallo spirito di tolleranza e dalla ferma volontà di cogliere il significato del messaggio che ci viene rivolto e quindi, di fornire la nostra risposta corretta, regolata nei toni e nei tempi.

“Nessuno può parlare per difendere le sue idee prima di aver riesposto i sentimenti e le idee di quello che ha parlato prima, ciò fino al momento in cui l’altro se ne dichiarerà soddisfatto”. È questa la linea assunta da Carl Rogers, un maestro di indiscussa autenticità per quel che riguarda questa dimensione dialogica nell’uso del linguaggio. E non riferito solo alla scuola.   

Sovrabbondano in questi ultimi tempi segnali di saturazione di fronte a scenari che allontanano sempre più gente di età diverse dalla “partecipazione attiva” alla vita politica intesa in senso di ascolto e di proposta nella direzione dell’assunzione di responsabilità.

Ed ecco allora perché dobbiamo riscontrare un calo diffuso del senso della solidarietà fra popoli e nazioni, come pure accade tra individui che vivono nello stesso contesto geografico e  geopolitico.

Senza ascolto non si colgono gli interessi, i bisogni, le richieste e le proposte di chi ci sta a fianco. Anzi spesso la cosa ci fa comodo perché, facendo finta di non aver capito, ci adeguiamo al modello della comunicazione autoreferenziale per cui non usciamo dal guscio ristretto in cui ci siamo appollaiati: in noi stessi, nella nicchia di un gruppo, associazione, club, nella serra arida di un partitismo ripiegato in se stesso e nelle logiche vincolate a interessi strettamente di parte e sfociati nelle ormai invasive pratiche clientelari.

Papa Benedetto XVI in questi giorni ha sollevato un allarme che aveva anche riportato all’interno dell’enciclica Caritas in Veritate: “Occorre rifondare la convivenza tra le nazioni sui diritti fondamentali di ogni donna e di ogni uomo che vivono sul pianeta”. E, a tal proposito, etichettava in maniera molto succinta il fenomeno della tanto decantata globalizzazione, coll’affer- mare nell’enciclica: “La globalizzazione ci rende vicini ma non ci rende fratelli”.

Siamo sommersi in una società che è fortemente segnata da individualismo e bullismo che non possono, di comodo, essere addebitati esclusivamente ai giovani. È il mondo adulto che fornisce modelli e che diffonde tali messaggi anche se non se ne addebita.

La carenza di dialogo e di reciproco ascolto ci investe e ci riguarda tutti. Non riusciremo a modificare le prassi, i comportamenti se non partiremo da questo sforzo mirato all’ascolto dell’altro (figlio, genitore, prossimo, di diversa provenienza etnica, religiosa, politica…) con la volontà esplicitata e palese di voler cogliere il pensiero dell’altro anche in termini di arricchimento di noi stessi.

Quei silenziosi pastori che si avvicinarono al presepe, e quei magi provenienti da un mondo così lontano e diverso da quello di un bambino nato in una grotta sono forse un messaggio che andrebbe oggi raccolto da un mondo divenuto povero di relazionalità e di ascolto.

Se ne assuma coscienza e responsabilità la famiglia, la scuola, la società tutta.☺

 le.leone@tiscali.it

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