Nuove identità per collaboratori e testimoni di giustizia
21 Luglio 2019
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Nuove identità per collaboratori e testimoni di giustizia

Il popolo dei collaboratori e dei testimoni di giustizia non chiede comprensione ma giustizia. Accoglienza e non distrazione. Addizione di risorse e non sottrazione, che impoverisce gli organismi preposti alla vigilanza. Nelle mani dello Stato ci sono vite umane che hanno diritto di vivere in serenità e convivialità come ogni cittadino. Questa situazione non incentiverà di certo la disponibilità collaborativa quanto piuttosto dissuaderà molti dal rendersi disponibili a rischiare una protezione lacunosa, farraginosa, elefantiaca nella burocrazia e depotenziata, minuscola nell’azione, lungimirante nelle promesse-intenzioni, miope nella loro esecuzione.

L’unico modo per risolvere tutti i problemi innanzi esposti è quello di cambiare identità in modo definitivo, veloce, immediato, in deroga a tutte le pastoie burocratiche, per favorire l’anonimato e quindi la sicurezza personale e familiare dei possessori. Una volta che “nasce”, una nuova persona sarà libera di fare tutte le operazioni a cui non ha praticamente accesso attraverso i documenti di copertura. E tutto questo senza oneri per chi ne fa richiesta: contrattazione personale per l’affitto senza più case ministeriali o già contaminate da precedenti presenze di collaboratori; facilitazione per chi cerca lavoro di disporre di risorse per il sostentamento, evitando così critiche, domande, perplessità, insinuazioni, da parte di chi vede queste persone senza lavoro.

Importante è anche sottolineare come queste persone protette non sono “parassiti” dello Stato perchè ricevono un sostentamento e l’affitto delle case. Essi, con grandi sacrifici, calcolabili venalmente, ma, soprattutto, moralmente, affettivamente e relazionalmente, hanno lasciato tutto: radici, provenienza, proprietà, affetti per mettersi al servizio dello Stato. Hanno scelto la legalità e la trasparenza per osteggiare il sopruso e la rivendicazione, la verità per sconfiggere la menzogna. Tutto questo ha un prezzo che si chiama rischio, anonimato, difficoltà, diffidenze. Quindi, ciò che ricevono è una “restituzione” di quanto hanno lasciato. Non solo. La collaborazione permette, agli organi investigativi dello Stato, di risparmiare tempo, uomini, mezzi e risorse nelle indagini, ricevendo, servito su un piatto, notizie, rivelazioni che altrimenti non si sarebbero mai conosciute e mai si sarebbe arrivati ad arresti eccellenti, repressioni, sequestri di beni, accuse. Mai si sarebbero interrotti circuiti malavitosi, emorragie di violenza, ingerenze negli appalti, traffico di droga, associazioni malavitose, rifugi segreti, collusioni politiche ecc. I collaboratori e i loro familiari hanno messo le loro vite nelle mani delle Stato che ha l’obbligo morale e giuridico di proteggerli. Essi, tutti, meritano più rispetto, reclamano maggiore tutela, invocano giustizia e, soprattutto, attendono adeguate risposte.

Coloro che trattano con queste persone debbono avere cura di mettersi nei panni di chi la precarietà la vive costantemente oltre al rischio della propria vita. Talvolta si ha l’impressione che si abbia a che fare con pratiche, carte, burocrazia, non che si abbia in custodia vite umane. Sogni di bambini, desideri dei giovani, progetti di famiglie intere che sono state costrette ad emigrare e diventare “nomadi per la giustizia e per la legalità”. Il popolo dei collaboratori e dei testimoni di giustizia – attualmente in Italia circa seimila compresi i familiari – non è e non deve essere quello di cittadini di serie “B” o guardati con diffidenza, giudicati sbrigativamente e, talvolta, sprezzantemente quasi fossero persone da condannare o a cui dare un contentino. Ciò di cui necessitano è un atto dovuto, un atto di giustizia e non elargizione benevola di uno Stato generoso. La loro condizione di nomadismo forzato li pone in condizioni di precarietà, incertezza, difesa, mimetizzazione perché sono limitati in tutto e debbono vivere sospettosi, guardinghi. Il logorio a cui sono sottoposti procura notevoli stress, disagi spaventosi e precarietà assoluta.

Allora non soluzioni deboli, che si dissolvono come nebbia al sole, ma leggi che li tutelino e li preservino da ogni minaccia, garantendo loro, oltre l’incolumità, la serenità relazionale, professionale e la libertà a cui tutti anelano e che tutti vorremmo respirare a pieni polmoni.☺

 

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