Omaggio a simenon
10 Novembre 2025
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Omaggio a simenon

“Penso che il romanziere debba mostrare l’uomo per quello che è e non come quello della propaganda. E non mi riferisco solo alla propaganda politica; mi riferisco al tipo di uomo che ti insegnano al terzo anno di scuola, un uomo che non ha niente a che vedere con l’uomo reale”.
George Simenon, che degli uomini e del loro animo ha scritto le zone oscure, l’ipocrisia, le crepe, gli istinti bassi che si nascondono dietro lo smalto più e meno lucido delle convenzioni sociali, specie piccoli borghesi, specie della periferia francese a cavallo tra la prima e la seconda metà del Novecento.
Scrittore prolifico dalla vocazione narrativa onnivora – fu anche giornalista e fotografo -, George Simenon, dopo l’esordio nella letteratura d’appendice coi roman de gare, volumetti che si compravano in stazione e si abbandonavano sul treno appena finiti e finito il viaggio, prosegue la sua lunga carriera come autore di polizieschi, dando vita alla celebre saga del commissario Maigret, la pipa e la bombetta, il fisico massiccio e il cappottone pesante, soprattutto un metodo d’indagine sovversivo, che alla deduzione logica e all’indizio fattuale tipici del giallo all’inglese sostituisce l’immersione dell’ investigatore nel mondo psichico dell’autore del delitto: assumendo per sua l’interiorità del criminale, Maigret finisce con l’abbattere il muro divisorio tra buoni e cattivi, indicando non solo che nello stesso uomo albergano potenzialmente male e bene, ma che la pietà che comprende senza giudicare è la sola via umana di resistenza ed opposizione al male.
Mentre Maigret riscuote un enorme successo di pubblico, Simenon si dedica alla scrittura dei cosiddetti romans durs, romanzi duri, come egli stesso li definì, che gli guadagnano un posto di primo piano tra i grandi della letteratura europea del Novecento. È in questi romanzi che Simenon mette a punto un’implacabile capacità di scavo dell’animo umano, sorretta da una lingua schietta, talora sintatticamente erronea, tagliente e scorticante in sommo grado; forte del suo naturale talento e del consiglio che, ancora giovane, gli aveva dato Colette, cui aveva sottoposto le sue prime prove di scrittura, “Troppa letteratura, tolga gli aggettivi e tutto andrà bene”, Simenon in tutti i suoi romanzi mira all’essenza, con una prosa in cui gli aggettivi sono rari e preziosi, inseriti quando ci devono stare, mai piazzati in una frase per abbellimento, tanto che Goffredo Parise a proposito de Le finestre di fronte, romanzo pubblicato da Simenon nel 1933, scrisse che la sua “semplice chiara prosa di umile scrittore di gialli … descrive gli uomini a due dimensioni: una di faccia e l’altra di profilo. Ma il profilo è una lama sottile di rasoio geometrico”.
Sottile lama di rasoio geometrico cui si accompagna paradossalmente un’attitudine impressionistica nell’evocare ambienti ed istanti, compresi di ombre e luci, con pennellate di scrittura quasi en plein air, spontanee, rapide, mai insistite, di modo che al lettore in quel pulviscolo fotografico, quale che sia, pare di potervisi riconoscere, di viverci. Ogni volta che si inizia un romanzo di Simenon, difatti, ci si butta dentro, come in un fiume familiare di cui pensiamo di poter conoscere il percorso, ma ignoriamo il finale.
Così è per La morte di Auguste, pubblicato per la prima volta 1966. Straordinariamente coinvolgente, La morte di Auguste sfugge alle definizioni di genere, lo si direbbe a tratti giallo a tratti noir a tratti epico, ma di un’epica grigia e ridotta; anche se, assecondando il suo stile di scrittura in togliere, Simenon vi sottrae perfino la vicenda delittuosa, il romanzo suscita nel lettore fin dalle prime pagine un sentimento di inquietudine, di disagio, complice il tratto breve, conciso e sommamente evocativo con cui l’autore restituisce un mondo, un quadro di affetti e di relazioni umane, un’atmosfera culturale ed economica, che, al netto della precisa collocazione cronologica e geografica, paiono l’impronta perenne della fragilità e della pochezza umane.
La trama è semplice: anni ‘50 del Novecento, Parigi, quartiere di Les Halles, una periferia non dissimile dalle tante periferie protagoniste dei romanzi di Simenon; muore, colpito da un ictus, il vecchio Auguste Mature, emigrato a suo tempo dall’Alvernia e proprietario di un bistrot divenuto, grazie al suo fiuto commerciale, un vero ristorante frequentato dalla Parigi-bene; il figlio Antoine, uomo mite e servizievole che per lungo tempo ha coadiuvato il padre nell’attività, rapidamente avvisa gli altri due fratelli, Ferdinand, che ha studiato da giudice e quasi si vergogna delle sue origini, e il minore, Bernand, uno scapestrato che vive di truffe ed espedienti; la salma di Auguste è ancora calda, ma non c’è tempo per il pianto, perché i tre fratelli e le loro consorti, seppure con intenti e in misura diversa, sono totalmente presi nella caccia ad un’eredità che non esiste, come si scoprirà appena prima della celebrazione del funerale di Auguste, che segna la definitiva separazione dei fratelli e con cui il libro si chiude. Un microcosmo lontano nel tempo e nello spazio quello del romanzo, eppure il lettore ha la sensazione di conoscerlo, di poterlo annusare, di sentirlo sulla pelle, di viverlo, con paura e con ansia, con orrore, specie quando lo zoom dell’autore si restringe sulla famiglia e la polverizza davanti al fantasma di una ricchezza inaspettata.
Tre figli che erano stati fratelli, che avevano dormito insieme… adesso erano tutti e tre dentro quella macchina (il carro funebre, si intende), muti senza dirsi niente, senza osare aprire bocca, perché il vecchio Auguste era morto e loro erano diventati estranei.
I soldi per averne di più, piccola grande tragedia borghese, fratricida, senza aura e senza anima.☺

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