Paura del diverso
“Noi e loro” è una contrapposizione, non solo linguistica, che mostra una dimensione del nostro pensiero contemporaneo. Il suddetto binomio, poi, sembra riguardarci anche da vicino se pensiamo ai recenti episodi di cronaca locale riferiti alle ‘bravate’ delle cosiddette baby-gang o alle risse tra cittadini extracomunitari per le strade del capoluogo regionale e in altri comuni molisani. Pure nel nostro ambito si sta facendo strada la distinzione ‘noi’ intendendo i corregionali e ‘loro’ tutti gli altri, specie se provenienti da Paesi svantaggiati.
Al riguardo, in un suo saggio per la collana Alfabeto UTET, dal titolo Nessunə è normale, Vera Gheno prende in esame quello che ha in inglese il nome othering [pronun- cia: aderin]. La traduzione letterale del vocabolo ‘alterizzazione’ non rende certo l’idea, né si presenta funzionale alla comprensione. La percezione di qualcosa di estraneo è quanto il termine vuole significare e ciò corrisponde al “processo sociologico e psicologico di definire un gruppo di persone come “altri” o “diversi”, separandoli dal gruppo dominante” attraverso l’esclusione, la discriminazione o il pregiudizio.
In sintesi, l’othering è l’atto di etichettare e separare, creando il confine, anche molto netto, tra due distinte realtà, “noi” e “loro”, appunto. Ciò si traduce – per coloro che si rivedono in questo comportamento – nel giudicare le persone e nel classificarle più o meno ‘umane’! Secondo Vera Gheno, “l’alterizzazione, quindi, non crea solo una distanza orizzontale, ma anche verticale; va, insomma, a braccetto con la deumanizzazione, che è un modo semplice per legittimare la violenza”.
Mi rendo conto che queste constatazioni possono apparire crudeli e per molti versi non condivisibili; purtroppo però la realtà che stiamo vivendo conferma atteggiamenti simili, sostiene un divario sempre più crescente tra chi può essere considerato parte di un gruppo (il ‘noi’) e chi invece deve restarne fuori, anzi allontanato il più possibile. Gli esempi che ho riferito in precedenza, vale a dire le considerazioni che i cittadini del capoluogo hanno espresso circa gli episodi di cronaca con protagonisti gli ‘immigrati’ residenti nel centro storico di Campobasso, stanno ad indicare come la lacerazione del tessuto sociale, la mancata accettazione dell’altro inteso come persona, facilmente prendono piede ed influenzano il nostro modo di pensare. Se qualcuno disturba il normale svolgimento della vita di una comunità, prima ancora di analizzare il fenomeno ed individuarne le cause, viene espressa unanime condanna, distanza, allontanamento … fino all’ eliminazione! Ed è sotto gli occhi di tutti la situazione drammatica di Gaza.
Gennaro Giudetti, operatore umanitario, ha scritto un appassionato resoconto della sua attività a Gaza, da cui è tornato recentemente. Il titolo del suo libro, Con i miei occhi – Quello che ho visto a Gaza, (Piemme, 2026) colpisce per immediatezza e sincerità: “niente di tutto quello a cui ho assistito o che ho vissuto durante la mia vita di operatore negli scenari di guerra si può paragonare a ciò che ho visto accadere a Gaza. Gaza è oltre. Gaza è troppo. Per questo motivo lo voglio, anzi lo devo, raccontare. Perché se sei stato testimone, devi parlare. Devi dire cosa hai visto, con i tuoi occhi”.
Se le considerazioni teoriche sull’ othering e la divisione della società in gruppi distinti può lasciare adito a qualche perplessità, la testimonianza preziosa – dato che a molti operatori è precluso ormai l’accesso a Gaza – di Giudetti conferma che la deumanizzazione è purtroppo una realtà tangibile. Le condizioni di vita degli abitanti della Striscia sono drammatiche: qualsiasi genere di conforto, da quelli essenziali ai voluttuari, passa per il controllo degli Israeliani: “per Israele bloccare le sigarette, come bloccare sapone, shampoo, assorbenti, carta igienica, era una strategia deliberata: disumanizzare”!
E se ci si è arroccati dietro posizioni ideologiche circa la denominazione di ‘ge- nocidio’, che secondo alcuni si adatterebbe a quanto è avvenuto ed ancora continua ad accadere nella Striscia di Gaza, è bene ribadire che “per Israele difendersi dai terroristi legittima un genocidio, perché per Israele ‘terrorista’ non significa ‘persona che commette atti di terrorismo dei quali risponderà alla legge come individuo’. Per Israele ‘terrorista’ significa ‘essere umano che con la sua sola esistenza ci ricorda che sul territorio su cui abbiamo edificato il nostro Stato non ci siamo solo noi’”.
Vera Gheno mette bene in evidenza un aspetto importante: “la reazione istintiva degli esseri umani di fronte al ‘diverso’ è di paura e allontanamento; una reazione breve, ma molto intensa, che viene superata grazie al raziocinio, al pensiero lento”. Fondandosi sulla riflessione razionale gli esseri umani hanno imparato, nel corso dei secoli, a contenere e superare la paura dell’altro ed a stabilire un giusto comportamento. Oggi però si sta ritornando ad una visione più ristretta: “intere narrazioni politiche vengono costruite sull’othering e sull’amplificare, invece che gestire, quella reazione negativa d’istinto”.
Con amarezza condivido la definizione, a suo modo ‘poetica’, di Franco Marcoaldi che ritrae il nostro tempo come “epoca segnata quant’altre mai dal disinteresse per il prossimo e da uno strabordante individualismo” (La disperanza).☺
