Il 21 giugno la comunità il noce ha festeggiato i vent’anni di vita e ha voluto riflettere sui linguaggi della violenza e sulla cultura dell’incontro. Guardare al presente per capire il passato, alla luce del futuro. Le testimonianze dei ragazzi che hanno subito violenza e di chi ha cercato in questi anni di sostenerli in un percorso di liberazione, reinserendoli nella società affinché anch’essi potessero, a loro volta, sostenere altri, ha consentito di riflettere sul perché la società della collettività (tutti per uno, uno per tutti) è cessata passando alla società della connettività (uno vale uno anche se in rete). I macroprocessi mondiali avrebbero prodotto la microdisintegrazione, nella vita quotidiana di milioni di persone, di quel patto di solidarietà tra uguali che chiamiamo Welfare. Ma le cose sarebbero potuto andare in maniera molto diversa, forse in direzione addirittura contraria. Sarebbe potuto essere il micro della mutazione della forma morale a produrre il macro delle conseguenze socio-storiche sulle quali ci esercitiamo a riflettere. Quello che Bauman ha definito “egoismo dell’opulenza” (da intendersi come una forma emergente del sistema di benessere) ha proprio nella disuguaglianza il valore di misura fondamentale, il volano dello squilibrio nella distribuzione delle risorse. Il superamento, nella coscienza delle masse, del paradigma della giustizia sociale, la fine del sociale, hanno la stessa genesi. E se questo iter ha senso è la disuguaglianza che ha generato la globalizzazione e non il contrario.
Con la banalizzazione dello scandalo generato dalla disuguaglianza è mutato irreparabilmente il concetto di prossimità: mi è prossimo non chi ha i miei stessi interessi/bisogni ma chi è funzionale ai miei interessi; è uguale a me non chi mi è in qualche modo simile (per esempio nella finitezza) ma chi mi è utile. La nuova uguaglianza è, cioè, un tessuto di tipo connettivo e non più collettivo: “mio fratello è figlio unico” ma ha molti follower, direbbe Rino Gaetano. Ad essere mutata profondamente, cioè, è la semantica del like: non più like inteso come uguale ma like inteso come piace; da like me/come me a I like/mi piace. Insieme allo scenario morale è mutata ovviamente anche la semantica del lavoro sociale, e di conseguenza anche il mandato e la legittimazione degli operatori sociali: complessivamente si potrebbe affermare che questa palingenesi porta con sé l’evaporazione dell’operatore sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?” rispose Caino a chi gli chiese notizie di suo fratello (come Bauman ci ha ricordato recentemente). Sin da quando il lavoro sociale esiste, nella sua versione post-moder- na che è quella che conosciamo e sulla cui evaporazione in conseguenza della crisi stiamo ragionando, la risposta a questa domanda-risposta di Caino è stata la stessa (“Sì, sei tu il custode di tuo fratello”) ma con una duplice intenzione: la custodia come protezione e la custodia come controllo. Paradossalmente le due diverse intenzioni, provenienti da due differenti platee di mandanti culturali, hanno configurato due diversi mandati, due diverse consegne, che però si sono ricomposti ad unità nell’azione pratica della custodia dell’altro. La protezione del proprio uguale e della sua fragilità, dunque, si è sempre accompagnata al controllo per conto di coloro che si considerano diversi nel senso di superiori. Anzi: molto spesso la protezione della fragilità è stata la foglia di fico del controllo sociale.
Ciò che oggi è cambiato, in molte comunità e spero poco nella nostra, in conseguenza della evaporazione del ruolo sociale dell’operatore, è il venir meno del mandato di protezione a totale vantaggio del mandato di controllo: l’aggettivo “sociale” dell’operatore sfuma perché è sfumata e si è modificata l’idea di uguaglianza e insieme ad essa è sfumata quella massa di persone che in essa aveva creduto e per essa si era unita; ma l’aggettivo “sociale” sfuma anche perché è irreparabilmente venuta meno quella rappresentazione di sé dell’operatore sociale che ha consentito al sistema di protezione di reggersi per anni sul vuoto strutturale di un welfare immaturo e incompiuto. Il mandato di custodia-controllo crea oggi, negli operatori, molto meno scandalo di un tempo: si tratta in fin dei conti di un lavoro come un altro che esaurisce nell’atto di compiersi la sua ragione di esistere. In quanto non più finalizzato al cambiamento radicale del sistema, in quanto non più concepito come prova tecnica di un altro mondo possibile, il lavoro sociale diventa soprattutto lavoro precario e l’operatore sociale “impara” a rappresentarsi innanzitutto come lavoratore sociale alle prese con la grave crisi industriale del proprio settore di produzione che costringe a tagliare anche i fondi del controllo sociale. Lavorare in comunità ci consente di curare storie spezzate e ferite, ma anche di generare qualcosa che insieme alla speranza può chiamarsi proprio il senso della vita e di una battaglia per sottrarre consumatori al mercato illegale che crea dipendenze, ma che inebria e aliena. Qualcuno dice che se trovi uno schiavo addormentato lascialo, perché sta sognando la libertà, ma noi vi diciamo di svegliarlo per parlagli della libertà. ☺
Il 21 giugno la comunità il noce ha festeggiato i vent’anni di vita e ha voluto riflettere sui linguaggi della violenza e sulla cultura dell’incontro. Guardare al presente per capire il passato, alla luce del futuro. Le testimonianze dei ragazzi che hanno subito violenza e di chi ha cercato in questi anni di sostenerli in un percorso di liberazione, reinserendoli nella società affinché anch’essi potessero, a loro volta, sostenere altri, ha consentito di riflettere sul perché la società della collettività (tutti per uno, uno per tutti) è cessata passando alla società della connettività (uno vale uno anche se in rete). I macroprocessi mondiali avrebbero prodotto la microdisintegrazione, nella vita quotidiana di milioni di persone, di quel patto di solidarietà tra uguali che chiamiamo Welfare. Ma le cose sarebbero potuto andare in maniera molto diversa, forse in direzione addirittura contraria. Sarebbe potuto essere il micro della mutazione della forma morale a produrre il macro delle conseguenze socio-storiche sulle quali ci esercitiamo a riflettere. Quello che Bauman ha definito “egoismo dell’opulenza” (da intendersi come una forma emergente del sistema di benessere) ha proprio nella disuguaglianza il valore di misura fondamentale, il volano dello squilibrio nella distribuzione delle risorse. Il superamento, nella coscienza delle masse, del paradigma della giustizia sociale, la fine del sociale, hanno la stessa genesi. E se questo iter ha senso è la disuguaglianza che ha generato la globalizzazione e non il contrario.
Con la banalizzazione dello scandalo generato dalla disuguaglianza è mutato irreparabilmente il concetto di prossimità: mi è prossimo non chi ha i miei stessi interessi/bisogni ma chi è funzionale ai miei interessi; è uguale a me non chi mi è in qualche modo simile (per esempio nella finitezza) ma chi mi è utile. La nuova uguaglianza è, cioè, un tessuto di tipo connettivo e non più collettivo: “mio fratello è figlio unico” ma ha molti follower, direbbe Rino Gaetano. Ad essere mutata profondamente, cioè, è la semantica del like: non più like inteso come uguale ma like inteso come piace; da like me/come me a I like/mi piace. Insieme allo scenario morale è mutata ovviamente anche la semantica del lavoro sociale, e di conseguenza anche il mandato e la legittimazione degli operatori sociali: complessivamente si potrebbe affermare che questa palingenesi porta con sé l’evaporazione dell’operatore sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?” rispose Caino a chi gli chiese notizie di suo fratello (come Bauman ci ha ricordato recentemente). Sin da quando il lavoro sociale esiste, nella sua versione post-moder- na che è quella che conosciamo e sulla cui evaporazione in conseguenza della crisi stiamo ragionando, la risposta a questa domanda-risposta di Caino è stata la stessa (“Sì, sei tu il custode di tuo fratello”) ma con una duplice intenzione: la custodia come protezione e la custodia come controllo. Paradossalmente le due diverse intenzioni, provenienti da due differenti platee di mandanti culturali, hanno configurato due diversi mandati, due diverse consegne, che però si sono ricomposti ad unità nell’azione pratica della custodia dell’altro. La protezione del proprio uguale e della sua fragilità, dunque, si è sempre accompagnata al controllo per conto di coloro che si considerano diversi nel senso di superiori. Anzi: molto spesso la protezione della fragilità è stata la foglia di fico del controllo sociale.
Ciò che oggi è cambiato, in molte comunità e spero poco nella nostra, in conseguenza della evaporazione del ruolo sociale dell’operatore, è il venir meno del mandato di protezione a totale vantaggio del mandato di controllo: l’aggettivo “sociale” dell’operatore sfuma perché è sfumata e si è modificata l’idea di uguaglianza e insieme ad essa è sfumata quella massa di persone che in essa aveva creduto e per essa si era unita; ma l’aggettivo “sociale” sfuma anche perché è irreparabilmente venuta meno quella rappresentazione di sé dell’operatore sociale che ha consentito al sistema di protezione di reggersi per anni sul vuoto strutturale di un welfare immaturo e incompiuto. Il mandato di custodia-controllo crea oggi, negli operatori, molto meno scandalo di un tempo: si tratta in fin dei conti di un lavoro come un altro che esaurisce nell’atto di compiersi la sua ragione di esistere. In quanto non più finalizzato al cambiamento radicale del sistema, in quanto non più concepito come prova tecnica di un altro mondo possibile, il lavoro sociale diventa soprattutto lavoro precario e l’operatore sociale “impara” a rappresentarsi innanzitutto come lavoratore sociale alle prese con la grave crisi industriale del proprio settore di produzione che costringe a tagliare anche i fondi del controllo sociale. Lavorare in comunità ci consente di curare storie spezzate e ferite, ma anche di generare qualcosa che insieme alla speranza può chiamarsi proprio il senso della vita e di una battaglia per sottrarre consumatori al mercato illegale che crea dipendenze, ma che inebria e aliena. Qualcuno dice che se trovi uno schiavo addormentato lascialo, perché sta sognando la libertà, ma noi vi diciamo di svegliarlo per parlagli della libertà. ☺
Il 21 giugno la comunità il noce ha festeggiato i vent’anni di vita e ha voluto riflettere sui linguaggi della violenza e sulla cultura dell’incontro. Guardare al presente per capire il passato, alla luce del futuro. Le testimonianze dei ragazzi che hanno subito violenza e di chi ha cercato in questi anni di sostenerli in un percorso di liberazione, reinserendoli nella società affinché anch’essi potessero, a loro volta, sostenere altri, ha consentito di riflettere sul perché la società della collettività (tutti per uno, uno per tutti) è cessata passando alla società della connettività (uno vale uno anche se in rete). I macroprocessi mondiali avrebbero prodotto la microdisintegrazione, nella vita quotidiana di milioni di persone, di quel patto di solidarietà tra uguali che chiamiamo Welfare. Ma le cose sarebbero potuto andare in maniera molto diversa, forse in direzione addirittura contraria. Sarebbe potuto essere il micro della mutazione della forma morale a produrre il macro delle conseguenze socio-storiche sulle quali ci esercitiamo a riflettere. Quello che Bauman ha definito “egoismo dell’opulenza” (da intendersi come una forma emergente del sistema di benessere) ha proprio nella disuguaglianza il valore di misura fondamentale, il volano dello squilibrio nella distribuzione delle risorse. Il superamento, nella coscienza delle masse, del paradigma della giustizia sociale, la fine del sociale, hanno la stessa genesi. E se questo iter ha senso è la disuguaglianza che ha generato la globalizzazione e non il contrario.
Con la banalizzazione dello scandalo generato dalla disuguaglianza è mutato irreparabilmente il concetto di prossimità: mi è prossimo non chi ha i miei stessi interessi/bisogni ma chi è funzionale ai miei interessi; è uguale a me non chi mi è in qualche modo simile (per esempio nella finitezza) ma chi mi è utile. La nuova uguaglianza è, cioè, un tessuto di tipo connettivo e non più collettivo: “mio fratello è figlio unico” ma ha molti follower, direbbe Rino Gaetano. Ad essere mutata profondamente, cioè, è la semantica del like: non più like inteso come uguale ma like inteso come piace; da like me/come me a I like/mi piace. Insieme allo scenario morale è mutata ovviamente anche la semantica del lavoro sociale, e di conseguenza anche il mandato e la legittimazione degli operatori sociali: complessivamente si potrebbe affermare che questa palingenesi porta con sé l’evaporazione dell’operatore sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?” rispose Caino a chi gli chiese notizie di suo fratello (come Bauman ci ha ricordato recentemente). Sin da quando il lavoro sociale esiste, nella sua versione post-moder- na che è quella che conosciamo e sulla cui evaporazione in conseguenza della crisi stiamo ragionando, la risposta a questa domanda-risposta di Caino è stata la stessa (“Sì, sei tu il custode di tuo fratello”) ma con una duplice intenzione: la custodia come protezione e la custodia come controllo. Paradossalmente le due diverse intenzioni, provenienti da due differenti platee di mandanti culturali, hanno configurato due diversi mandati, due diverse consegne, che però si sono ricomposti ad unità nell’azione pratica della custodia dell’altro. La protezione del proprio uguale e della sua fragilità, dunque, si è sempre accompagnata al controllo per conto di coloro che si considerano diversi nel senso di superiori. Anzi: molto spesso la protezione della fragilità è stata la foglia di fico del controllo sociale.
Ciò che oggi è cambiato, in molte comunità e spero poco nella nostra, in conseguenza della evaporazione del ruolo sociale dell’operatore, è il venir meno del mandato di protezione a totale vantaggio del mandato di controllo: l’aggettivo “sociale” dell’operatore sfuma perché è sfumata e si è modificata l’idea di uguaglianza e insieme ad essa è sfumata quella massa di persone che in essa aveva creduto e per essa si era unita; ma l’aggettivo “sociale” sfuma anche perché è irreparabilmente venuta meno quella rappresentazione di sé dell’operatore sociale che ha consentito al sistema di protezione di reggersi per anni sul vuoto strutturale di un welfare immaturo e incompiuto. Il mandato di custodia-controllo crea oggi, negli operatori, molto meno scandalo di un tempo: si tratta in fin dei conti di un lavoro come un altro che esaurisce nell’atto di compiersi la sua ragione di esistere. In quanto non più finalizzato al cambiamento radicale del sistema, in quanto non più concepito come prova tecnica di un altro mondo possibile, il lavoro sociale diventa soprattutto lavoro precario e l’operatore sociale “impara” a rappresentarsi innanzitutto come lavoratore sociale alle prese con la grave crisi industriale del proprio settore di produzione che costringe a tagliare anche i fondi del controllo sociale. Lavorare in comunità ci consente di curare storie spezzate e ferite, ma anche di generare qualcosa che insieme alla speranza può chiamarsi proprio il senso della vita e di una battaglia per sottrarre consumatori al mercato illegale che crea dipendenze, ma che inebria e aliena. Qualcuno dice che se trovi uno schiavo addormentato lascialo, perché sta sognando la libertà, ma noi vi diciamo di svegliarlo per parlagli della libertà. ☺
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