Respirare un’aria diversa
4 Febbraio 2025
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Respirare un’aria diversa

“Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”. Queste note parole attribuite a Voltaire non suonano solo come un frammento di saggezza sempre attuale, ma anche come una condanna senza appello al grado di (in)civiltà della nostra nazione. Perfino Bolzano, finita sul podio delle città italiane in cui si vive meglio nella classifica annuale del quotidiano “Il Sole 24 ore” (https://lab24. ilsole24ore.com/qualita-della-vita/?refresh_ce=1), ha una delle carceri più fatiscenti d’Italia. A sostenerlo è Rita Bernardini, ex deputata del Partito radicale e attuale presidente dell’associazione internazionale “Nessuno tocchi Caino”, che si batte per l’ abolizione della pena di morte. Arrivando a Bolzano, si rimane colpiti dall’ordine, dalla pulizia, dalla bellezza delle aree verdi. Ma proprio sui prati e tra i fiori di uno dei parchi della città sorge il carcere, che fu costruito nell’Ottocento e ormai versa nel degrado totale.
La fotografia delle carceri nel resto d’Italia non è migliore: detenuti ben oltre il numero massimo ospitabile dalle strutture; agenti della polizia penitenziaria, viceversa, sotto il livello minimo; operatori sanitari (medici e psicologi) sempre più rari. Per non parlare delle celle: talmente piccole in alcuni casi che i detenuti sono costretti a organizzare dei turni semplicemente per poter stare in piedi; roventi in estate, soprattutto se esposte al sole, gelide in inverno, a causa del riscaldamento spesso mancante. Molte/i di voi ricorderanno quell’ordinanza con cui un giudice di sorveglianza, lo scorso luglio, aveva rigettato il ricorso di un detenuto: “Con riferimento alla mancanza di acqua calda nel lavandino che si trova all’interno delle camere detentive, ritiene questo magistrato che la fornitura di acqua calda all’interno della cella non sia un diritto essenziale garantito al detenuto, ma una fornitura che si può pretendere solo in strutture alberghiere”. Su questa argomentazione il Garante dei detenuti ha poi avviato degli accertamenti.
Così come delle verifiche da parte del Garante sono in corso su un altro fronte inquietante, quello dei suicidi nelle carceri italiane, che, dopo un costante aumento, nel 2024 hanno toccato la cifra record di 89. In questo caso, il Garante si è soffermato in particolare sull’ordinanza con cui un altro magistrato di sorveglianza ha rigettato la richiesta di liberazione anticipata di un detenuto della casa circondariale di Firenze che aveva tentato il suicidio. La motivazione sarebbe che “il tentativo di togliersi la vita mediante impiccagione è incompatibile con il presupposto della liberazione anticipata che è la partecipazione all’opera educativa”. Ancora più toccante, e per certi versi incredibile, la vicenda riportata da Francesca de Carolis nel libro da lei curato, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai, prefazione di don L. Ciotti, Pitigliano (GR), 2012. Un pastore sardo, umile ma di grande intelligenza, si diede al banditismo per rivalsa contro una lunga e ingiusta detenzione, e fu poi condannato all’ergastolo. In una sua brillante provocazione chiese la pena di morte (con fucilazione in piazza Duomo a Spoleto) al posto dell’ergastolo, per dare soddisfazione a tutti coloro che, anche dopo 32 anni di carcere, avrebbero voluto vedere morto un delinquente. Era il 2009 e il Tribunale di Sorveglianza di Perugia rispose così, nel suo freddo burocratese: “Poiché la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento né ammessa dalla Costituzione, si dichiara inammissibile l’istanza in oggetto”.
Anche se è ormai già un lontano ricordo, vale la pena di tornare sul discorso di fine 2024 del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e in particolare su una sua dichiarazione che Voltaire avrebbe sottoscritto: «l’alto numero dei suicidi è indizio di condizioni inammissibili». Non è forse un caso che in questo stesso discorso il Presidente abbia dichiarato anche: “i detenuti devono potere respirare un’aria diversa da quella che li ha condotti all’illegalità e al crimine”. In questa metafora del “respi- rare” alcuni hanno colto un implicito ri- ferimento alle parole pronunciate dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro il 13 novembre 2024 sulla gioia da lui provata al sapere in difficoltà respiratorie i detenuti del 41 bis in trasferimento sulle nuove auto della polizia penitenziaria.
Per inciso, non è stato questo l’ unico caso in cui altolocate figure dell’attuale Governo abbiano formulato dichiarazioni che hanno poi suscitato notevole sconcerto nell’opinione pubblica. (Non) ultima quella del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, che, a proposito di Cecilia Sala, detenuta per tre settimane in Iran, aveva sostenuto che era “in una cella singola”. Di questa cella – in cui era invece in isolamento totale – Cecilia ha dato tutt’altra descrizione: dormiva sul pavimento con due coperte, una con cui difendersi dal freddo intenso e una su cui distendersi. Nella cella, grande quanto il suo corpo, non c’era nulla, soltanto una luce al neon sempre accesa, notte e giorno. Il cibo (riso e datteri) le veniva passato attraverso una fessura e le avevano confiscato perfino gli occhiali da vista.
Mentre si susseguono i suicidi nelle carceri italiane (alla data del 15 gennaio 2025 se ne sono registrati già otto) e persistono dati statistici impressionanti per chiunque abbia una coscienza, non vi è invece nessuna novità significativa da segnalare, se non l’ apertura di una Porta Santa all’interno del carcere di Rebibbia. Ma più che per il tema scelto da Papa Francesco, “Pellegrini di speranza”, e il suo impegno ad aprire una speranza anche per tutti i detenuti, questa sua iniziativa va segnalata perché ricorda un altro significativo frammento di saggezza, del grande Pietro Calamandrei: “Bisogna vederle le carceri per poterne parlare”. ☺

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