Riscoprire il dialogo
31 Gennaio 2014
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Riscoprire il dialogo

Il frastuono che imperversa in questa società è fortemente generato dalla carenza di un corretto scambio di idee e dalla crescita delle distanze incommensurabili tra individui e gruppi. Vien fatto di pensare che non siamo riusciti a colmare i vuoti sociali che si registravano un secolo addietro nel nostro Paese. In un saggio di Antonio Gramsci, Passato e Presente, il grande pensatore sardo, nell’analizzare il conflitto sociale in corso in Italia, ebbe la sensazione che il sovversivismo era un fenomeno diffuso che coinvolgeva il contadino, creava avversione nei confronti della burocrazia e si diffondeva a destra e a sinistra. Ne ricavò la convinzione che “Quest’odio generico è ancora di tipo feudale, non moderno, e non può essere portato come documento di coscienza di classe”,  anche se il contrasto con l’avversario può comunque favorire la coscienza di sé in termini di identità che comprende diritti, ma anche risorse e limiti. In un altro libro dello stesso autore troviamo un passaggio in cui si registra l’istanza di raffrenare lo scontro con l’altro quando si attiva un percorso volto al bene comune. Ovviamente il grande pensatore, martire della libertà, si riferiva ad una dialettica che riguarda i partiti politici.

Venendo ad oggi cogliamo la sollecitazione di un grande testimone del mondo cattolico di recente scomparso, il cardinale Carlo Maria Martini, che nel suo ultimo libro prodotto a Gerusalemme, dove si era ritirato in età avanzata, tra i messaggi che ci lascia scopriamo la sua ferma convinzione che “la nostra società ha bisogno di uomini di pace e di dialogo. Occorre ricreare consenso attorno ad alcuni valori irrinunciabili: la dignità dell’uomo, della sua vita, della sua libertà, delle sue relazioni familiari, del suo lavoro”.

Per rientrare negli ambiti in cui ci muoviamo come operatori nel sociale dovremmo uscire dalle urne racchiuse di una società satura dei dissidi alimentati da una politica che inquina la comunicazione  con parolai che ci tormentano quotidianamente con le “grandi idee” ma non riescono a cogliere i vincoli con la realtà concreta che tormenta il popolo alle prese con problemi che assillano la vita di ogni giorno.

Prendiamo coscienza che spetta a ciascuno di noi adoperarsi per avviare percorsi operativi che si aprano alla soluzione di inquietanti situazioni che affliggono i più deboli. Ci stimola un esperto che da anni è impegnato su questo fronte: Stefano Zamagni. In ambito nazionale ha assunto il ruolo di servizio e di proposta su questioni attinenti l’economia sociale e sostiene con impegno e proposte operative che la cittadinanza attiva può e deve fornire modelli di interlocuzione e di cooperazione che si traducano in azione riscoprendo i  valori e le urgenze proprie della cultura e della prassi comunitaria. A proposito delle imprese cooperative parla di una interdipendenza tra diversi che non può prescindere da una preventiva interdipendenza valoriale. “La coordinazione nasce dall’interdipendenza strategica… La cooperazione invece da una interdipendenza assiologica. Il che significa che nella cooperazione l’intersoggettività è un valore; nella coordinazione è una circostanza”. E conclude: “I soci di una cooperativa sociale o di una associazione, devono dialogare tra loro e scambiarsi informazioni morali”. E ancora: “i soci non vengono trattati dai loro simili come mezzi ma come fini”.

È giunto il tempo che ci si adoperi per promuovere modelli di comunicazione e di comportamento che prendano le distanze da quelli che ci provengono giorno dopo giorno dalla informazione corrente che di comunitario non offre nulla, mentre beffeggia la cultura della solidarietà e dell’etica centrata sul bene comune. La rissa non ha mai costruito ma ha solo procurato guerre e divisione. Anche noi siamo correntemente inquinati da un modello di comunicazione che dà più rilievo all’individualismo che è centrato sui toni aspri del ciarlare che sugli obiettivi da raggiungere.  Nella cultura del dialogo occorre con onestà intellettuale rinunciare ai rissosi pareri personali e ad una comunicazione isterica che  di frequente provoca il sovrapporsi di interventi che inesorabilmente produce scontri e spesso sollecita i colloquianti più seri a porre fine ad un chiacchiericcio improduttivo. È costruttiva la nostra parola che, pur con motivazioni, proposte e pareri razionalmente fondati lascia chiaramente intendere a chi ascolta che può, a sua volta,  proporre strategie e linee di comportamento che non coincidono con le  nostre. Il dialogo comporta l’ascolto e l’interlocuzione pacata che non è propria di una cultura corrente centrata sul dissidio che non si traduce mai in ascolto.

Diamo segnali dialogici in una società che, per quanto critica e avversa alla cultura e alla prassi politica corrente, non riesce a produrre modelli alternativi di interlocuzione prima che di azione.☺

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