Ristabilire la verità
16 Ottobre 2022
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Ristabilire la verità

Sono con convinzione contrario all’attuale regime russo e al dittatore Putin. Regime capitalista che foraggia ex burocrati stalinisti e le loro aziende finanziate dallo Stato, ma con logica privatistica. Si tratta di mettere i puntini sulle “i” e controbilanciare la propaganda occidentale fatta di falsità e luoghi comuni quando dipingono il regime ucraino come democratico e vittima innocente del sanguinario Putin. Sanguinario sicuramente lo è Putin (Georgia, Cecenia, Afghanistan e condizioni di sfruttamento dei lavoratori russi) ma il regime ucraino non è né democratico (secondo l’ideologia borghese e liberale) né tantomeno vittima innocente, come invece lo è il suo popolo, preso tra due fuochi ed interessi contrapposti.

Correva l’anno 2014. In febbraio una manifestazione antigovernativa, con giuste rivendicazioni contro la dilagante corruzione e il peggioramento delle condizioni di vita, venne rapidamente trasformata in un vero e proprio campo di battaglia per rovesciare il presidente eletto Yanukovich. Ha avuto inizio da qui la narrazione ufficiale di un popolo che democraticamente ha rovesciato un dittatore sanguinario, ma nel suo sviluppo, andando a vedere la reale dinamica dei fatti, si nasconde una storia più oscura. L’ex presidente, già dal 2010, anno del suo insediamento, si era rifiutato di far aderire l’Ucraina alla NATO che da anni aveva iniziato ad espandersi verso est, fino ai confini della Russia, inglobando: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, Croazia e Albania.

L’assistente del segretario di Stato Victoria Nuland aveva dichiarato al National Press Club di Washington, nel dicembre 2013, che gli Stati Uniti avevano investito 5 miliardi di dollari “al fine di dare all’Ucraina il futuro che merita”. A febbraio, mentre si susseguivano le proteste, si verificò una delle più sanguinose insurrezioni del dopoguerra in Europa orientale, dopo quella ungherese del 1956, come confermato dalle registrazioni telefoniche tra l’alto commissario per gli affari esteri della UE Chaterine Ashton e il ministro degli esteri estone Urmas Paet: un gruppo di cecchini sparò sia sui manifestanti che sugli stessi poliziotti. È passato alla Storia come la rivolta di Euromaidan

Nel colloquio tra le due controparti si ipotizzava che questi mercenari appartenessero non tanto a Yanukovich, ma a “qualcuno della nuova coalizione”. Elemento confermato dall’ex capo dei servizi segreti ucraini, Alexander Yakimenko, e dagli stessi cecchini georgiani Koba Nergadze e Alexander Revazishvili che, intervistati da due televisioni europee e anche dalla agenzia di stampa moscovita Interfax, rivelarono di essere stati reclutati da un membro del governo USA con lo scopo di provocare vittime da ambo le parti e gettare Kiev nel caos. Una specie di sperimentata “strategia della tensione”, ma questa volta in Ucraina

Il 22 febbraio 2014, attraverso un voto incostituzionale, il parlamento ucraino votò per considerare vacante la poltrona del presidente eletto, che venne sostituito frettolosamente da Oleksandr Turčynov. A seguito del colpo di stato, il partito di estrema destra Svoboda, il cui leader Oleh Tyahnybok affermò limpidamente di voler “estirpare dall’Ucraina tutta la feccia russa, tedesca e giudea”, entrò nell’esecutivo con vari ministeri: da quello della Difesa a quello dell’Agricoltura passando poi per la posizione di vice primo ministro. Venne imposta immediatamente l’eliminazione del russo come lingua ufficiale e al contempo il divieto di essere “comunisti”, si dava adito alla creazione di un arsenale nucleare ucraino e all’adesione alla NATO esclusivamente in funzione anti-russa. Dall’insediamento del nuovo governo iniziò una campagna di violenza contro la popolazione russa nel Paese e si avviò una sanguinosa guerra nella regione del Donbass. Di fronte al Putsch di Kiev ed all’offensiva contro i russi di Ucraina, il Consiglio supremo della Repubblica autonoma di Crimea votò la secessione da Kiev e la richiesta di riannessione alla Federazione Russa. Il 18 marzo 2014 il presidente Putin firmò il trattato di adesione della Crimea alla Federazione Russa con lo status di repubblica autonoma. A questo punto la Russia venne accusata dalla NATO e dalla UE di aver annesso illegalmente la Crimea e sottoposta a dure sanzioni economiche. Una crisi da allora permanente che ciclicamente viene proposta. E a leggere le ultime notizie con il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, che torna a parlare di minaccia russa e cinese ecco che gli allarmi per rinnovati venti di guerra si fanno ancora più forti.

Sembra essere tornati al clima insostenibile precedente il 1989, nel contesto della guerra fredda, sistema fondato sulle categorie della guerra, del ruolo della forza, della minaccia e del nemico nei rapporti politici interni e internazionali, E poiché era un sistema consensualmente accettato dalle due parti e configurato come sistema duale in necessaria reciprocità, é stato sufficiente che una delle parti uscisse dal gioco e rompesse la simmetria della reciprocità violenta perché tutto il sistema saltasse. E’ stato il totale rovesciamento operato da Gorbaciov. Certo con il rischio, per Gorbaciov, di essere considerato perdente e che la sua decisione per la pace fosse considerata non una scelta ma una resa, comunque con il vantaggio per Gorbaciov e per tutti di una uscita non cruenta da una condizione di massimo pericolo.

Il 1989 ha visto prima la sconfessione del rapporto violento ed armato tra i blocchi, la delegittimazione della guerra e poi il grande mutamento politico nell’Europa dell’Est e la caduta dell’idolo nucleare. All’insorgere dei popoli, non si sono applicate le leggi di guerra. Finché le si applicavano a Budapest o a Praga marciavano i carri armati della potenza vincitrice e occupante. Nell’89 in Europa, a differenza della piazza Tien An Men, i carri armati non hanno marciato; il muro di Berlino non è stato abbattuto dalle cannonate e la porta di Brandeburgo non si è aperta tra i rumori dei cingolati ma nel frastuono di bottiglie stappate e canti della gente delle due parti finalmente abbracciate.

Ma il mantra continuamente ripetuto “il capitalismo ha vinto e il comunismo é morto” sottintendeva che una parte ha vinto sull’altra. Estremamente semplificata, questa è stata l’interpretazione corrente, diventata convinzione comune. Solo che dopo la grande euforia ci si é risvegliati in un mondo ancora più polarizzato e pericoloso e la grande ipoteca della guerra è tornata ad essere di nuovo incombente e strutturante l’intera politica mondiale; “una guerra mondiale a pezzi”. La sorte ha voluto che la morte di Gorbaciov sia avvenuta in contemporanea a quella della regina Elisabetta: in sordina politica e mediatica la prima, nel trionfo celebrativo la seconda; una coincidenza e modalità di risonanza anch’essa rivelatrice.☺

 

 

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