senza tempo
1 Marzo 2010 Share

senza tempo

 

C’era una volta un orologio fermo e senza lancette. Stava sulla torre più alta di un paesello sempre assolato. Tanto ci batteva il sole su quel paesello che le ombre erano le più scure, nette e definite si fosse mai visto. Era possibile contare i capelli di una donna semplicemente guardando la macchia nitida che quel sole sfrontato stampava sulle strade, sui muri, perfino sull’acqua.

E siccome il tempo era assente, in quel luogo non esistevano nemmeno il bene e il male, il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato. Senza un prima, un durante e un dopo era sinceramente impossibile anche solo provarsi a formulare un pensiero intero su qualsiasi cosa. Non c’era nemmeno religione, ma solo una strana forma di magia né nera né bianca. Le strade erano piene di filosofi, matematici, poeti che cercavano di decifrare il più possibile la questione del cambiamento della luce solare. La mattina si poteva dormire fino a tardissimo senza che nessuno potesse pronunciare la frase “ma ti rendi conto che ora è?” e tutti i litigi che di solito scaturiscono dai problemi connessi con l’idea del tempo erano assenti dalle conversazioni.

Questo mondo senza tempo si dice fosse opera di uno strano artista un po’ matto e un po’ geniale che nessuno aveva mai visto di persona. Non si era capito se il fatto di eliminare il concetto di tempo dal suo progetto fosse una svista o un tocco d’artista. Vero è che tanta originalità dava molto da fare ai poveri abitanti del paesello in riva al mare. Era difficile darsi gli appuntamenti, quasi impossibile organizzare una gita, inimmaginabile arrivare puntali al lavoro. C’erano, va detto, anche i lati positivi della situazione. Non c’erano vecchi e giovani, ma solo persone che stavano peggio di salute e persone che stavano meglio. Non c’erano il nuovo e l’antico, ma solo il bello e il brutto. Parole come “sempre”, “mai”, o anche semplicemente “domani” erano considerate astruse e si sentivano pronunciare solo dai grandi saggi che vivevano dentro le mura di quel paesello senza tempo. C’erano anche delle scuole dove i ragazzi imparavano come si vive in un luogo in cui il tempo non esiste. L’istruzione cominciava verso i sei anni e poteva durare anche tutta la vita se lo volevi e avevi i mezzi per permettertelo. Quelli che non volevano accettare questo gioco si limitavano a diventare pazzi. Non erano molti va detto perché per la maggior parte della popolazione l’idea di vivere in un tempo che non esiste non era un problema, né tanto meno mandare a mente le istruzioni così generosamente fornite dalle scuole. Ma i pochi pazzi riconosciuti venivano tenuti sotto osservazione nella speranza che durante uno dei propri deliri svelassero quel mistero di cui tutti loro facevano parte ma che nessuno aveva scelto.

Ma né i pazzi, né i filosofi, tanto meno i poeti trovavano le risposte tanto attese. Rendevano accettabile la vita questo è innegabile, si scervellavano per trovare nuovi sistemi per organizzare cene e pranzi, appuntamenti. I politici lasciavano a loro le disquisizioni morali e scientifiche, perfino quelle giudiziarie limitandosi ad occuparsi dell’annoso problema dei trasporti pubblici. Tutti gli altri cercavano di tirare avanti adattandosi alle circostanze. Bisogna pur mangiare!

C’era un'altra categoria di persone che non si poteva rassegnare e questi erano i Grandi Sacerdoti. Per loro era scontato che l’artista dovesse amarli e quindi nel suo progetto di creare per loro un mondo senza tempo doveva esserci la migliore intenzione. I cantastorie andavano dicendo che il suddetto artista pur mettendocela tutta avesse sbagliato, ma questo era impossibile da pensare per i Grandi Sacerdoti, i filosofi e i politici. L’idea che l’autore li amasse e che fosse perfetto non poteva assolutamente essere messa in discussione. Era meglio dire che non esisteva nessun autore se non il caso.

Quello fortunatamente non era l’unico progetto a cui l’artista in questione avesse messo mano. In altri casi aveva tolto lo spazio, in altri l’amore, in altri addirittura la forza di gravità. Erano esperimenti, fatti per una buona causa, ma in quanto tali del tutto imperfetti.

 Comunque per quel suo piccolo mondo senza tempo aveva un po’ una preferenza. Si incantava a guardarlo, stupito di averlo fatto lui, praticamente dal nulla. E poi quella storia che mancasse il tempo faceva sì che anche lui spesso si facesse contagiare rimanendo lì senza accorgersi che si era fatto tardi.

Molte sarebbero le cose da dire su questo bel paese, ma qui, nel nostro mondo, anche per raccontare una storia ci vuole tempo e io so che anche solo avvicinandomi con la fantasia all’atmosfera esterna di quel buffo paesello rischio di rimanere contagiata dallo stesso male. Che poi chi lo sa se è un male o un bene? ☺

paolapresciuttini@virgilio.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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