Significato delle rivendicazioni
20 Luglio 2016
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Significato delle rivendicazioni

Quando il nostro giornale uscirà, la vicenda del dottor Testa probabilmente sarà già stata archiviata dai media e dall’opinione pubblica. Io però vorrei riflettere non solo sul perché di un’azione così miserevole ma sul significato delle rivendicazioni di cui oggi parte della società si fa carico.

Bene ha scritto, in una nota, la redazione de Il bene comune, che individua nel clima di una aspra contrapposizione del governatore alle istanze del Forum per la Sanità Pubblica, la genesi di atti così pericolosi. In verità il nostro governatore non ci ha abituati a rapporti di grande ascolto né su questo tema né su altri di grande impatto sociale. Ed il punto è proprio questo. Perché un rappresentante del grande partito di governo che ha svenduto la sovranità nazionale senza battere ciglio (allora Renzi minacciava le rottamazioni ma ancora non ne era il campione, vi ricordate di un tal Bersani?), che ha impoverito il Paese con norme di austerità suicida, che ha reso vuoti tutti i luoghi di democrazia, perché mai dicevo dovrebbe comportarsi in maniera diversa? E, a maggior ragione, perché mai dovrebbe comportarsi in maniera diversa un governatore eletto con il centro sinistra ma proveniente dallo schieramento opposto? L’osservazione de Il bene comune è giusta, ma noi dovremmo prendere tutto ciò come dato acquisito, come accadimenti da mettere in conto. Non sto prendendo alla leggera un atto criminale, dico che dobbiamo comprendere che questa è una guerra criminale, anche se a condurla sono le istituzioni. Criminale è lasciare generazioni, non solo giovani, senza lavoro, criminale è la totale deregolamentazione del lavoro, criminale è lasciare senza cure chi non può pagare, criminale il disegno autoritario della scuola, criminale è consegnare un patrimonio naturalistico e paesaggistico nelle mani di grandi gruppi finanziari perché ne facciano scempio, criminale l’assoggettamento  alla finanza e criminale è la fuga della politica dalla lotta all’arroganza del capitale. Criminale è perseguire le politiche neoliberiste di sfruttamento del lavoro, impoverimento sociale e negazione di diritti. Questa la prima riflessione.

Seconda questione: la strada dei movimenti.

Con sintesi estrema riporto il contenuto di un articolo di un giornalista francese, Pierre Rimbert, su Le Monde diplomatique (e che nessuno me ne voglia per l’eccessiva semplificazione). “Come osservava lo storico Georges Duby, “la traccia di un sogno non è meno reale di quella di un passo”. In politica, il sogno senza il passo si dissipa nel cielo nebbioso delle idee, ma il passo senza il sogno incespica. Il passo e il sogno disegnano un cammino: un progetto politico”. Rimbert intende come passo le strategie e le rivendicazioni contingenti mentre il sogno è la costruzione di una coerente, persistente, illuminante visione politica. In trenta anni di disfacimento sociale ed economico la sinistra ha mantenuto un basso profilo, si è occupata di difendere e non di proporre. Più efficaci sono stati i movimenti che però adottando metodologie atte a non spaventare ma ad includere quanto più dissenso possibile, ora non sono più il punto di riferimento di nuove generazioni che aspirano ad un cambiamento radicale della visione del mondo. Ma il limite più grande dei passati movimenti, Rimbert lo trova nella mancanza di efficacia: sì, siamo stati bravi, ma ora dobbiamo acquisire potere. E compito di un movimento è quello di puntare al completo rovesciamento dei rapporti di forza, quello di individuare e decidere un cammino politico diametralmente opposto all’assetto attuale, forzare senza timori una visione delle cose che uccide, sfrutta, limita e opprime. Allargando le possibilità delle pretese si ottiene un duplice risultato, rafforzare “le battaglie difensive” e “obbligarsi a definire quello che si desidera veramente piuttosto che ripetere ossessivamente quello che non si sopporta più. Ma anche incidere sui partiti, e qui l’autore cita l’esempio di Sanders sostenuto dai militanti operai di Occupy Oakland. Insomma la radicalità paga, se non nell’ immediato, se non nella contingenza storica, nella formazione, nella consapevolezza e nella forza futura. Dimenticavo, l’emblematico titolo dell’articolo è Moderazione non significa ragione. Questi francesi☺

 

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