Alla luce dei fatti di cronaca degli ultimi tempi non possiamo lasciare cadere nel vuoto i segnali indicanti una realtà tristemente segnata dalla violenza contro le donne, donne che quotidianamente vivono spalla a spalla con quegli stessi uomini arbitri della loro vita e della loro morte.
“In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa da un uomo. E quasi sempre quell’uomo diceva di amarla”. Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è, molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale".
Un reato oscuro, strisciante, odioso, quello dei maltrattamenti in famiglia, vissuto in silenzio, all’ombra della paura e della vergogna, o perfino dei sensi di colpa. Stati d’animo diffusi che spingono la vittima a minimizzarne la gravità, a negarne l’esistenza. Un reato difficile da riconoscere e da denunciare. Se il numero delle donne che subiscono violenza all’interno delle mura domestiche rimane avvolto nell’incertezza, le cifre si fanno inesorabilmente più chiare e precise quando si parla di casi in cui l’escalation dei maltrattamenti sfocia nell’omicidio, così come hanno fatto registrare le cronache degli ultimi mesi. I dati sono agghiaccianti: negli ultimi 6 mesi sono circa 62 le donne uccise per mano di un uomo, erano 112 nel 2006 e 134 nel 2005. Una contabilità di sangue che non si arresta e che uccide una donna ogni 3 giorni. Ognuna delle vittime conosceva bene il proprio assassino. Era il fidanzato, il marito, il compagno di una vita; l’uomo che un giorno a ognuna di loro aveva detto “ti amo” e che le ha uccise non potendo sopportare l’abbandono, la separazione, il rifiuto. Se non è un raptus, dietro c’è sempre una storia di violenza, fisica o psicologica che si perpetua per anni senza che le vittime ne parlino o denuncino i maltrattamenti alle autorità.
Le statistiche comunitarie rilevano, in base ad indagini realizzate sui dati inerenti i reati negli stati membri, che in Europa la violenza rappresenta la prima causa di morte delle donne nella fascia di età tra i 16 e i 50 anni, 200 milioni di donne ogni anno muoiono a causa della violenza, più delle vittime del cancro e degli incidenti stradali; nel nostro Paese si ritiene che ogni tre morti violente, una riguarda donne uccise da un marito, un convivente o un fidanzato. Non vi sono statistiche quantitative sul maltrattamento, ma si stima, sempre a partire da indagini comunitarie, che una donna su cinque abbia subito nella sua vita una qualche forma di violenza.
I dati a disposizione sulle morti di donne in Italia si ricavano dalle indagini dell’Eures che da anni monitora gli omicidi volontari nel nostro Paese, e che dal 2004 si vale delle collaborazione dell’Ansa. Attraverso l’utilizzo di una banca dati l’Eures incrocia i dati provenienti da quotidiani, periodici e riviste specializzate, con quelli forniti dall’Agenzia Ansa e con quelli del Ministero per gli Affari Interni Territoriali), che raccoglie le informazioni acquisite dalle Questure.
In Italia, nel solo 2006 – secondo le rilevazioni Istat diffuse all’inizio del 2007- sono state censite 6 milioni 734 mila donne che, almeno una volta nel corso della loro esistenza, sono state vittime di una forma di violenza (31,9%), 5 milioni di violenze sessuali (23,7%), 3.961.000 di violenze fisiche (18,8%). Per l’anno 2007 i dati sono ancora incompleti; si registra per i primi 6 mesi (Gennaio-Giugno 2007) che in Italia 62 donne sono state uccise da un uomo, marito, convivente, fidanzato o ex, 141 sono state vittime di un tentato omicidio (con 137 colpevoli arrestati), 10.383 di lesioni e 1.805 di violenze sessuali (Fonte: Polizia di Stato), e questi sono solo i dati che si riferiscono alle denunce esposte.
Sono dati preoccupanti, anche se è da registrare una incoraggiante flessione rispetto ai precedenti anni (si contano nel 2003 201 delitti).
Un milione e centomila hanno subito “stalking”, cioè comportamenti persecutori. Tra le violenze fisiche rilevate è frequente l’essere spinta, strattonata (56,7%), l’essere minacciata di essere colpita (85,2%), schiaffeggiata, presa a pugni, a calci (36,1%). La violenza psicologica è stata subita da 7.134.000 donne, il 43,2% con partner attuale. Questo tipo di violenza si esprime con l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,9%), la violenza economica (30,7%), la svalorizzazione (25,8%), le intimidazioni (7,8%).
Lo stereotipo ancora piuttosto radicato secondo cui le situazioni di violenza contro le donne possano essere ricondotte a problemi di forte disagio socio-economico o psicologico non è confermato dai dati a nostra disposizione: solo il 7% delle donne maltrattate e il 19% degli uomini violenti presenta problemi di alcolismo, tossicodipendenza o disturbi psichici.
La violenza sulle donne, sotto qualsiasi forma si manifesti, è legata a un sistema complesso di potere che si regge sul controllo e sulla paura. I dati riportati sono solo la punta dell’iceberg in quanto si basano sulle denunce di quelle donne che hanno trovato il coraggio di reagire. Moltissime non ci riescono. E non è solo la paura, o il timore di ritorsioni ad impedirlo. Lo fanno per proteggere e difendere se stesse da una realtà che altrimenti le distruggerebbe. Si chiama “Sindrome da adattamento” e agisce nella stessa maniera di quella di Stoccolma, riscontrata nelle vittime dei sequestri di persona. Sembra che vi sia un’accettazione più o meno rassegnata che la violenza fa parte, può far parte, della relazione uomo-donna. ☺
Alla luce dei fatti di cronaca degli ultimi tempi non possiamo lasciare cadere nel vuoto i segnali indicanti una realtà tristemente segnata dalla violenza contro le donne, donne che quotidianamente vivono spalla a spalla con quegli stessi uomini arbitri della loro vita e della loro morte.
“In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa da un uomo. E quasi sempre quell’uomo diceva di amarla”. Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è, molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale".
Un reato oscuro, strisciante, odioso, quello dei maltrattamenti in famiglia, vissuto in silenzio, all’ombra della paura e della vergogna, o perfino dei sensi di colpa. Stati d’animo diffusi che spingono la vittima a minimizzarne la gravità, a negarne l’esistenza. Un reato difficile da riconoscere e da denunciare. Se il numero delle donne che subiscono violenza all’interno delle mura domestiche rimane avvolto nell’incertezza, le cifre si fanno inesorabilmente più chiare e precise quando si parla di casi in cui l’escalation dei maltrattamenti sfocia nell’omicidio, così come hanno fatto registrare le cronache degli ultimi mesi. I dati sono agghiaccianti: negli ultimi 6 mesi sono circa 62 le donne uccise per mano di un uomo, erano 112 nel 2006 e 134 nel 2005. Una contabilità di sangue che non si arresta e che uccide una donna ogni 3 giorni. Ognuna delle vittime conosceva bene il proprio assassino. Era il fidanzato, il marito, il compagno di una vita; l’uomo che un giorno a ognuna di loro aveva detto “ti amo” e che le ha uccise non potendo sopportare l’abbandono, la separazione, il rifiuto. Se non è un raptus, dietro c’è sempre una storia di violenza, fisica o psicologica che si perpetua per anni senza che le vittime ne parlino o denuncino i maltrattamenti alle autorità.
Le statistiche comunitarie rilevano, in base ad indagini realizzate sui dati inerenti i reati negli stati membri, che in Europa la violenza rappresenta la prima causa di morte delle donne nella fascia di età tra i 16 e i 50 anni, 200 milioni di donne ogni anno muoiono a causa della violenza, più delle vittime del cancro e degli incidenti stradali; nel nostro Paese si ritiene che ogni tre morti violente, una riguarda donne uccise da un marito, un convivente o un fidanzato. Non vi sono statistiche quantitative sul maltrattamento, ma si stima, sempre a partire da indagini comunitarie, che una donna su cinque abbia subito nella sua vita una qualche forma di violenza.
I dati a disposizione sulle morti di donne in Italia si ricavano dalle indagini dell’Eures che da anni monitora gli omicidi volontari nel nostro Paese, e che dal 2004 si vale delle collaborazione dell’Ansa. Attraverso l’utilizzo di una banca dati l’Eures incrocia i dati provenienti da quotidiani, periodici e riviste specializzate, con quelli forniti dall’Agenzia Ansa e con quelli del Ministero per gli Affari Interni Territoriali), che raccoglie le informazioni acquisite dalle Questure.
In Italia, nel solo 2006 – secondo le rilevazioni Istat diffuse all’inizio del 2007- sono state censite 6 milioni 734 mila donne che, almeno una volta nel corso della loro esistenza, sono state vittime di una forma di violenza (31,9%), 5 milioni di violenze sessuali (23,7%), 3.961.000 di violenze fisiche (18,8%). Per l’anno 2007 i dati sono ancora incompleti; si registra per i primi 6 mesi (Gennaio-Giugno 2007) che in Italia 62 donne sono state uccise da un uomo, marito, convivente, fidanzato o ex, 141 sono state vittime di un tentato omicidio (con 137 colpevoli arrestati), 10.383 di lesioni e 1.805 di violenze sessuali (Fonte: Polizia di Stato), e questi sono solo i dati che si riferiscono alle denunce esposte.
Sono dati preoccupanti, anche se è da registrare una incoraggiante flessione rispetto ai precedenti anni (si contano nel 2003 201 delitti).
Un milione e centomila hanno subito “stalking”, cioè comportamenti persecutori. Tra le violenze fisiche rilevate è frequente l’essere spinta, strattonata (56,7%), l’essere minacciata di essere colpita (85,2%), schiaffeggiata, presa a pugni, a calci (36,1%). La violenza psicologica è stata subita da 7.134.000 donne, il 43,2% con partner attuale. Questo tipo di violenza si esprime con l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,9%), la violenza economica (30,7%), la svalorizzazione (25,8%), le intimidazioni (7,8%).
Lo stereotipo ancora piuttosto radicato secondo cui le situazioni di violenza contro le donne possano essere ricondotte a problemi di forte disagio socio-economico o psicologico non è confermato dai dati a nostra disposizione: solo il 7% delle donne maltrattate e il 19% degli uomini violenti presenta problemi di alcolismo, tossicodipendenza o disturbi psichici.
La violenza sulle donne, sotto qualsiasi forma si manifesti, è legata a un sistema complesso di potere che si regge sul controllo e sulla paura. I dati riportati sono solo la punta dell’iceberg in quanto si basano sulle denunce di quelle donne che hanno trovato il coraggio di reagire. Moltissime non ci riescono. E non è solo la paura, o il timore di ritorsioni ad impedirlo. Lo fanno per proteggere e difendere se stesse da una realtà che altrimenti le distruggerebbe. Si chiama “Sindrome da adattamento” e agisce nella stessa maniera di quella di Stoccolma, riscontrata nelle vittime dei sequestri di persona. Sembra che vi sia un’accettazione più o meno rassegnata che la violenza fa parte, può far parte, della relazione uomo-donna. ☺
Alla luce dei fatti di cronaca degli ultimi tempi non possiamo lasciare cadere nel vuoto i segnali indicanti una realtà tristemente segnata dalla violenza contro le donne, donne che quotidianamente vivono spalla a spalla con quegli stessi uomini arbitri della loro vita e della loro morte.
“In Italia ogni 3 giorni una donna viene uccisa da un uomo. E quasi sempre quell’uomo diceva di amarla”. Sì, perché il pericolo per le donne è la strada, la notte, ma lo è, molto di più, la normalità. Se nel consolante immaginario collettivo la violenza è quella del bruto appostato nella strada buia, le statistiche ci rimandano a una verità molto più brutale: che la violenza sta in casa, nella coppia, nella famiglia, solida o dissestata, borghese o povera, "si confonde con gli affetti, si annida là dove il potere maschile è sempre stato considerato naturale".
Un reato oscuro, strisciante, odioso, quello dei maltrattamenti in famiglia, vissuto in silenzio, all’ombra della paura e della vergogna, o perfino dei sensi di colpa. Stati d’animo diffusi che spingono la vittima a minimizzarne la gravità, a negarne l’esistenza. Un reato difficile da riconoscere e da denunciare. Se il numero delle donne che subiscono violenza all’interno delle mura domestiche rimane avvolto nell’incertezza, le cifre si fanno inesorabilmente più chiare e precise quando si parla di casi in cui l’escalation dei maltrattamenti sfocia nell’omicidio, così come hanno fatto registrare le cronache degli ultimi mesi. I dati sono agghiaccianti: negli ultimi 6 mesi sono circa 62 le donne uccise per mano di un uomo, erano 112 nel 2006 e 134 nel 2005. Una contabilità di sangue che non si arresta e che uccide una donna ogni 3 giorni. Ognuna delle vittime conosceva bene il proprio assassino. Era il fidanzato, il marito, il compagno di una vita; l’uomo che un giorno a ognuna di loro aveva detto “ti amo” e che le ha uccise non potendo sopportare l’abbandono, la separazione, il rifiuto. Se non è un raptus, dietro c’è sempre una storia di violenza, fisica o psicologica che si perpetua per anni senza che le vittime ne parlino o denuncino i maltrattamenti alle autorità.
Le statistiche comunitarie rilevano, in base ad indagini realizzate sui dati inerenti i reati negli stati membri, che in Europa la violenza rappresenta la prima causa di morte delle donne nella fascia di età tra i 16 e i 50 anni, 200 milioni di donne ogni anno muoiono a causa della violenza, più delle vittime del cancro e degli incidenti stradali; nel nostro Paese si ritiene che ogni tre morti violente, una riguarda donne uccise da un marito, un convivente o un fidanzato. Non vi sono statistiche quantitative sul maltrattamento, ma si stima, sempre a partire da indagini comunitarie, che una donna su cinque abbia subito nella sua vita una qualche forma di violenza.
I dati a disposizione sulle morti di donne in Italia si ricavano dalle indagini dell’Eures che da anni monitora gli omicidi volontari nel nostro Paese, e che dal 2004 si vale delle collaborazione dell’Ansa. Attraverso l’utilizzo di una banca dati l’Eures incrocia i dati provenienti da quotidiani, periodici e riviste specializzate, con quelli forniti dall’Agenzia Ansa e con quelli del Ministero per gli Affari Interni Territoriali), che raccoglie le informazioni acquisite dalle Questure.
In Italia, nel solo 2006 – secondo le rilevazioni Istat diffuse all’inizio del 2007- sono state censite 6 milioni 734 mila donne che, almeno una volta nel corso della loro esistenza, sono state vittime di una forma di violenza (31,9%), 5 milioni di violenze sessuali (23,7%), 3.961.000 di violenze fisiche (18,8%). Per l’anno 2007 i dati sono ancora incompleti; si registra per i primi 6 mesi (Gennaio-Giugno 2007) che in Italia 62 donne sono state uccise da un uomo, marito, convivente, fidanzato o ex, 141 sono state vittime di un tentato omicidio (con 137 colpevoli arrestati), 10.383 di lesioni e 1.805 di violenze sessuali (Fonte: Polizia di Stato), e questi sono solo i dati che si riferiscono alle denunce esposte.
Sono dati preoccupanti, anche se è da registrare una incoraggiante flessione rispetto ai precedenti anni (si contano nel 2003 201 delitti).
Un milione e centomila hanno subito “stalking”, cioè comportamenti persecutori. Tra le violenze fisiche rilevate è frequente l’essere spinta, strattonata (56,7%), l’essere minacciata di essere colpita (85,2%), schiaffeggiata, presa a pugni, a calci (36,1%). La violenza psicologica è stata subita da 7.134.000 donne, il 43,2% con partner attuale. Questo tipo di violenza si esprime con l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,9%), la violenza economica (30,7%), la svalorizzazione (25,8%), le intimidazioni (7,8%).
Lo stereotipo ancora piuttosto radicato secondo cui le situazioni di violenza contro le donne possano essere ricondotte a problemi di forte disagio socio-economico o psicologico non è confermato dai dati a nostra disposizione: solo il 7% delle donne maltrattate e il 19% degli uomini violenti presenta problemi di alcolismo, tossicodipendenza o disturbi psichici.
La violenza sulle donne, sotto qualsiasi forma si manifesti, è legata a un sistema complesso di potere che si regge sul controllo e sulla paura. I dati riportati sono solo la punta dell’iceberg in quanto si basano sulle denunce di quelle donne che hanno trovato il coraggio di reagire. Moltissime non ci riescono. E non è solo la paura, o il timore di ritorsioni ad impedirlo. Lo fanno per proteggere e difendere se stesse da una realtà che altrimenti le distruggerebbe. Si chiama “Sindrome da adattamento” e agisce nella stessa maniera di quella di Stoccolma, riscontrata nelle vittime dei sequestri di persona. Sembra che vi sia un’accettazione più o meno rassegnata che la violenza fa parte, può far parte, della relazione uomo-donna. ☺
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