Stereotipi
3 Maggio 2014
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Stereotipi

Sono stanca di veder “mal” considerata la Scuola in pièces teatrali; il cliché desueto ancora una volta riproposto di recente in La scuola da Daniele Luchetti e Silvio Orlando ha esaurito la sua stagione. Basta!

La denuncia di Domenico Starnone (anni ’80) diventa oggi anacronistica. Delegittima ulteriormente un mondo in seria difficoltà, quello scolastico; induce i più ad associare la figura dell’insegnante all’immagine di chi aspetta i primi di settembre per “pretendere un buon orario settimanale”, non al fine di ottimizzare tempi ed energie, si badi bene, per svolgere nel modo migliore il suo lavoro, ma per conciliare scuola e spesa (data la prevalenza di insegnanti donne), e altre incombenze più voluttuarie. Sicuramente l’insegnante è anche questo: il questuante dell’orario. È anche colui/colei però che deve fronteggiare un ampio ventaglio di problematiche. Il volgo dice, a seconda dei momenti, delle stagioni e del tornaconto personale: “Gli insegnanti sono vecchi per un mondo sempre più veloce e dinamico”. Il volgo adopera luoghi comuni ed “etichetta” le persone: si va dal semplice “vecchi e giovani” a “esperti ed inesperti” oppure “severi e disponibili” senza escludere “buoni e cattivi”. È  ancora  in voga l’antico detto “gallina vecchia fa buon brodo”? Se sì,  quella “vecchiaia” potrebbe allora equivalere ad esperienza accumulata.

Proviamo a sgombrare il campo dai luoghi comuni!

Guardiamo ai veri protagonisti, ai primi attori della Scuola (recitano così i documenti programmatici e non prescrittivi del Ministero dell’Istruzione): gli studenti, maschi e femmine, perché anche il genere fa la differenza.

L’esperienza accumulata mi permette di concordare con quanti oggi, professionisti del mestiere, ritengono, documenti fonti e serrate argomentazioni alla mano, che solo un “bagaglio leggero di conoscenze interrelate”, le life skills [competenze per la vita], come le chiama l’Europa, garantiscono a persone in formazione la possibilità di accedere al Sapere. Questo devono comprendere gli studenti italiani di ogni ordine e grado, dalla scuola dell’infanzia all’università. E perché possano comprenderlo c’è bisogno di novità. Soprattutto, e qui parlo alla mia categoria, il nuovo non va demonizzato. E nuova non è solo la strumentazione, la tecnologia digitale, bensì il metodo. Solo un metodo nuovo può permettere, a chi ha desiderio di imparare, beninteso, la padronanza di nozioni (conoscenze) afferenti a diversi ambiti disciplinari; solo un metodo nuovo può permettere di adattare quelle nozioni a situazioni diverse (abilità); solo un nuovo metodo può consentire di reinterpretare autobiograficamente la “situazione” incontrata.

Negli anni ’70 uno studente poteva sentirsi rivolgere quesiti del tipo: “In quale anno, da quale popolo, e dove, dove gli antichi Romani furono vinti?”. Negli anni ’80 ai concorsi abilitanti un laureato doveva misurarsi con la domanda: “Perché Carlo Magno ha ripudiato Ermengarda?”. Esistono purtroppo ancora oggi docenti che, in compagnia di Gerry Scotti, pretendono risposte a simili quesiti. Ancorati al nozionismo puro, restano inebetiti di fronte a “competenza”, termine non ancora decodificato in Italia, noto in Europa dall’alba del terzo millennio, interiorizzato da tempo in India e Cina. Quale fine si vedranno riservata i nostri studenti?

Su questo ed altro converrà soffermarmi ancora… A presto.☺

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