turnover
16 Aprile 2010 Share

turnover

 

L’efficienza sembra caratterizzare la società contemporanea. Ovunque, ma soprattutto nel mondo del lavoro, si avverte il bisogno, quasi spasmodico, di ottimizzare – come si preferisce dire oggi -, di potenziare prestazioni e rendimento. E ci si industria nel ricercare tutte le migliori strategie per conseguire l’obiettivo di una attività “efficiente”.

Una di queste strategie è chiamata turnover [pronuncia: t’rnov’r] quando, ad esempio, vengono apportate modifiche al personale di un’azienda. Non sarebbe necessario utilizzare il termine anglofono perché in italiano possiamo dire “ricambio, avvicendamento” (sia di persone che di oggetti di un determinato settore). Apparentemente turnover, nella sua sinteticità, ci aiuta a comprendere in modo più incisivo e senza tanti giri di parole quello che vogliamo indicare.

Il sostantivo, formato dal verbo turn [pronuncia: t’rn] (volgere, piegare) e dalla preposizione over [pronuncia: ov’r] (sopra) racchiude però in sé molteplici significati in inglese, anche diversi da quelli più vicini all’uso che ne facciamo in italiano.

Si definisce turnover, infatti, il valore dei beni e dei servizi venduti da una ditta in un particolare periodo di tempo, come pure il numero delle azioni messe sul mercato. Curiosamente turnover è anche un prodotto gastronomico, una specie di torta rustica farcita dove una parte della sfoglia è piegata (turn, appunto) a ricoprire l’altra racchiudendo il ripieno.

L’accezione del termine alla quale siamo più abituati nella lingua italiana è, come ho detto, quella di avvicendamento, sostituzione, in particolare del personale di un’azienda o di un settore lavorativo. È naturale il ricambio generazionale a seguito del pensionamento dei lavoratori più anziani, meno ovvio il ricambio che avviene a causa di licenziamenti o riduzione del numero degli occupati. Avere un turnover in tutti i campi della società è cosa naturale e importante se si considera che con il passare del tempo le capacità e il rendimento vengono meno e le competenze acquisite non devono disperdersi bensì essere trasmesse alle persone più giovani. È auspicabile infatti che non venga vanificato il bagaglio di esperienze maturato, un patrimonio che necessariamente va trasferito alle future generazioni.

È quindi giusto che ci si alterni, che ci sia un ricambio. A volte però un normale avvicendamento viene mascherato dalla pretesa di voler lasciare posto alla novità, di voler produrre il cambiamento, mentre si tratta in realtà di un semplice turnover!

Nella lingua inglese turnover è un termine diverso da change [pronuncia: ceing] (cambio, cambiamento); non indica il modificare, il volgere dal profondo! In maniera quasi paradossale, nonostante le premesse di efficienza e modernizzazione, turnover sembra proporre la continuità, il ripetersi degli stessi schemi, la “conservazione” delle medesime abitudini.

Trovo interessante sottolineare, soltanto linguisticamente, ciò che sta avvenendo nel corso della campagna per le elezioni primarie negli Stati Uniti: il candidato afroamericano Barak Obama ha scelto come slogan l’espressione “CHANGE – we can believe in” [pronuncia: ceing ui chen biliv in], che può essere tradotto semplicemente “noi possiamo credere nel cambiamento”: un buon proposito, uno slogan usuale per un programma normale.

Ma l’es- pressione si può leggere (direi correttamente) come “Il cambiamento nel quale possiamo credere”. Cambiamento, non ricambio! ☺

 

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