Un male antichissimo
Nel De civitate Dei (IV 16), deridendo la religione pagana e il suo vacuo politeismo, sant’Agostino ricorda come ai dodici dei magni corrispondenti a quelli del pantheon greco, si aggiungeva una vera e propria costellazione di dei minuti. Si trattava per lo più di divinità minori, nate dalla personificazione di una qualità o di un’attività umana: Cerere, nume tutelare dei raccolti, era ad esempio accompagnata da una schiera di figure divine con funzioni specifiche: Insitor, “il seminatore”, Sarritor, “il sarchiatore”, Messor, “il mietitore”, Convector, “il carrista”, Conditor, “il magazziniere”. Ma per ogni necessità c’era un dio al quale appellarsi: così, al momento del parto, si invocava Postvorta se il bambino era podalico, anziché Antevorta, che presiedeva alla nascita del bambino quando era in posizione cefalica.
Perfino il cosiddetto male oscuro che oggi chiamiamo depressione veniva considerato una divinità: se ne occupa un recente saggio di Donatella Puliga, La depressione è una dea. I Romani e il male oscuro, pubblicato per Il Mulino nel 2017. Punto di partenza è in realtà la Grecia del V secolo a.C., dove la depressione viene per la prima volta considerata una patologia fisica, dovuta a un eccesso di bile nera (un liquido organico che non trova un preciso corrispondente nella moderna fisiologia) e per questo indicata con melancholía, “malinconia”, una parola composta da mélaina (“nera”) e cholé (“bile”), e curata con la pianta dell’elleboro, dalle violente proprietà purganti. Nel passaggio dal pensiero greco al mondo latino, la depressione non viene più riferita alla sfera del corpo, ma diventa una malattia dell’anima. A raccogliere il testimone della melancholía greca sono le epistole di Cicerone, i versi di Lucrezio e Ovidio, i dialoghi di Seneca. Ma nel rileggere e confrontare questa ricca messe di testi, parallelamente, Donatella Puliga segue soprattutto le tracce delle diverse parole – e delle metafore – con cui i Romani indicavano il male di vivere.
Anche oggi, in fondo, a prevalere è un’immagine: la nostra “de-pressione” consiste infatti in una metafora, poiché il termine dice semplicemente che si è “premuti verso il basso”. Un’immagine poco più forte, insomma, della colloquiale espressione “mi sento giù”. Se è il filosofo Seneca ad adoperare per la prima volta, interiorizzandolo, il participio deprimens per indicare lo stato di chi si abbatte, in opposizione a quello di chi si esalta eccessivamente, nella cultura romana la rappresentazione della malinconia rimane per lo più affidata ad altre metafore. La più diffusa è quella dell’influsso malefico della dea Murcia, che si chiamava così perché rendeva l’uomo murcidus, cioè “estremamente pigro ed inattivo”. Gli antichi eruditi mettevano in relazione sia Murcia sia l’aggettivo murcidus con marcidus, “marcio”. In altre parole Murcia era la dea che faceva “marcire”, e la depressione era immaginata come una marcescenza dell’animo, incapace di agire e di reagire. La seconda metafora è quella della “vecchiaia”, chiamata in campo dal sostantivo veternus, evidentemente connesso con vetus, “vecchio”. Il veternus corrisponde a quel torpore e a quella dimenticanza, in cui si tende talvolta a sprofondare, proprio come può capitare ai più anziani. Colpisce la circostanza che a renderlo celebre fu proprio colui che è considerato il poeta dell’equilibrio e della misura: Orazio. In una lettera all’amico Celso Albinovano (ep. I 8), confessa di essere affetto da funestus veternus, “torpore mortale”: “Non vivo né bene né con gioia. E non perché la grandine ha rovinato la vigna, o la calura ha morso l’oliveto… ma perché più del mio corpo ho l’animo malato: né mi sento di ascoltare nulla, sapere nulla, che possa alleviare il mio malessere. Mi irrito con i fidi medici, mi arrabbio con gli amici perché cercano di scuotermi dal mio funesto torpore. Corro dietro a quel che mi ha fatto male, e fuggo quel che potrebbe giovarmi. A Roma desidero Tivoli, a Tivoli rimpiango Roma…”. Affermazioni di una disarmante semplicità, grazie alle quali il poeta acquista un’umanità che lo avvicina all’uomo qualunque, con le sue fobie e le sue ansie, con i fantasmi della mente contro cui si deve quotidianamente lottare oggi, ma con cui si dovevano fare i conti già nell’antichità. Tra le muffe del marcio o nel torpore proprio della vecchiaia, la depressione non è insomma un’invenzione dei moderni psichiatri, ma un male antichissimo.☺
