un modello da seguire
30 Giugno 2010 Share

un modello da seguire

 

Ci ha lasciati sabato 15 maggio Nicola Palladino, un testimone di rara portata sul terreno incolto dello sport sociale aperto a tutti. In particolare a ragazzi e giovani. L’immagine che egli ha lasciato di sé ci interroga sugli itinerari educativi che tutti ci coinvolgono. Nicola ha vissuto una esperienza di vita nell’ambito di uno sport estraneo ai modelli correnti che, dai tempi degli antichi gladiatori ad oggi, propendono per il successo ad ogni costo e per il ricorso a qualsiasi mezzo… pur di vincere.

È nato e cresciuto all’interno di un gruppo sportivo molisano che lo scorso autunno ha festeggiato cinquant’anni di vita: il G. S. Virtus di Campobasso. Prima da ragazzo e adolescente votato all’atletica e al calcio, poi interamente dedito al ruolo di tecnico/educatore. Una figura che promuove uno sport che dà senso alla vita, facendone riscoprire il valore e l’attualità di sempre.

Lo sport autentico raccoglie al suo interno tre dimensioni che nel loro intreccio serrato ne caratterizzano l’identità autentica: il gioco, il movimento e l’agonismo. È la prima di esse che nella storia rimane per lo più oscurata. Ed è questa invece che costituisce un elemento che connota la vita stessa dell’uomo. A partire dall’infanzia.

In un suo affascinante diario di vita, nella pagina datata novembre 1986, così Nicola  scriveva: “Noi adulti drammatizziamo la vita: nel nostro linguaggio spesso trovano spazio solo parole che rubano immagini all’inferno: angoscia, nevrosi, insofferenza, magia, droga. Come non dar ragione a chi diceva che il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini? Ma allora guardiamo i ragazzi e non per dare lezioni ma per essere una volta tanto scolari. I loro messaggi non hanno codici indecifrabili, non si affidano al politichese, né al computerese, né al sinistrese: la chiave di traduzione è il gioco. Solamente il gioco. I piccoli giocheranno con le strade e i vialoni, con i vicoli e lo sterrato; si fermeranno appena saranno stanchi e procederanno solo dopo aver riposato. Tenteranno di emularsi senza per questo aver voglia di un nemico, arriveranno comunque al traguardo senza patire la posizione d’arrivo, saranno contenti del premio che toccherà loro senza pretendere un riconoscimento discriminante”.

Una pagina, tra le tante, tracciata con la mente, con la penna e con il cuore. Ma soprattutto che ha testimoniato fedelmente con la vita. Sapeva comunicare, usava scherzare, ma era un convinto stimolatore di impegno e di fatica, nel rispetto delle regole e nell’accettazione di sé e degli altri.

Il mondo adulto ha bistrattato il senso e la pratica sportiva per i più giovani. Determinando l’insorgenza di quell’emergenza educativa di cui tanto si parla. Per poi lasciarsi andare ad un luogo comune di comodo, antico come il mondo, che si rilancia nel secolare responso di sempre “questi giovani di oggi…!” E giù sentenze senza appello sulle nuove generazioni.

Ma perché non ci assumiamo noi adulti le responsabilità che ci spettano? Impegniamoci nel  promuovere un’attività che, fin dai tempi antichi, ha visto coinvolti pensatori, famiglie e polis nel creare spazi di gioco, di attività fisica e di corretto agonismo. Un patrimonio culturale che fungeva da laboratorio di vita. All’interno delle comunità del tempo i momenti cruciali della vita sono segnati dal gioco, dal movimento, dalla danza e dalla competizione fondata sul rispetto delle regole.

Si narra nella Bibbia che il re David danzava davanti all’arca dell’alleanza; il grande teologo Jurgen Moltmann ci allerta con un’affermazione sorprendente: “Il mondo diviene deserto quando si smarrisce la libertà del gioco”; e Federico Schiller ci sorprende ancor più: “L’uomo gioca solo quando è uomo nel pieno significato della parola ed è interamente uomo solo quando gioca”.

Verrebbe fatto di applicare alla modernità il tutto, col ricordarci che “facciamo la guerra perché giochiamo poco”. E allora i più poveri sono i nostri bambini.

Per dare numeri… ci confrontiamo con una recente indagine del Forum europeo presentata a Madrid nell’aprile scorso. In quella sede l’Unione Europea smentisce l’Italia sui dati che riguardano la pratica sportiva e colloca il nostro Paese all’ultimo posto tra i 27 dell’UE insieme a Grecia e Bulgaria. Solo il 3% degli italiani infatti pratica l’attività fisica con una certa regolarità rispetto al 9% della media europea. Ai vertici riscontriamo che in Svezia e Finlandia si sale al 18%. Guarda caso, tra noi i mass media riferiscono di una pratica di attività fisica in Italia del 42%. Falso! Ricordiamo anche a noi stessi che il Molise presenta uno degli indici più elevati di obesità infantile.

Ritorniamo allora a recuperare l’impegno del volontariato educativo che si adopera per far fronte all’emergenza educativa che oggi siamo in tanti a sollevare a voce alta. Le giovani generazioni ne sono particolarmente segnate.

Nicola Palladino ci ha lasciato tracce incancellabili che ci saranno di valido aiuto e stimolo. ☺

 le.leone@tiscali.it

 

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