Una giornata storica
Lo scorso gennaio è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge 13 gennaio 2025 n. 6, che istituisce la “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”. Si tratta dell’importante riconoscimento, che cade per di più proprio nell’anno dell’ottantesimo della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, di una pagina poco nota della storia recente del nostro Paese, quella degli IMI.
La sigla IMI, che deriva da Italienische Militärinternierte, fu utilizzata dalle autorità tedesche per indicare i circa 650.000 soldati italiani catturati e deportati nei territori della Germania nazista dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. L’offerta di aderire alle SS o alla Repubblica di Salò ed essere rimpatriati fu accettata solo da pochi di loro; la maggior parte scelse di rimanere prigioniera nei lager, come autentico atto di resistenza. La loro decisione di non collaborare con il nazifascismo fu pertanto il primo episodio della Resistenza, una Resistenza senz’armi. La vicenda degli IMI, simbolo di una guerra persa e di una tragedia che si voleva dimenticare, è stata però sottovalutata, perfino dalla storiografia, almeno fino agli anni Novanta. E, se si escludono le attività promosse in questi ultimi anni da Associazioni Nazionali antifasciste come l’ANPI (Partigiani d’Italia), l’ANED (Ex Deportati nei campi nazisti), l’ANEI (Ex Internati), l’ANRP (Reduci della Prigionia), la loro conoscenza rimane ancora troppo limitata nella cultura di massa.
La data della ricorrenza è stata fissata al 20 settembre poiché in questa giornata, nel 1943, Hitler modificò la condizione dei prigionieri di guerra italiani catturati dopo l’armistizio in quella di internati militari. Come hanno ben illustrato Mario Avagliano e Marco Palmieri nel saggio I militari italiani nei lager nazisti. Una resistenza senz’armi (1943-1945), pubblicato per Il Mulino nel 2020, non assimilare gli IMI agli altri prigionieri di guerra e definirli internati rappresentava un crudele stratagemma da parte di Hitler per sottrarli alle tutele della Convenzione di Ginevra del 1929 (compresa l’assistenza della Croce Rossa), costringerli al lavoro manuale (secondo l’articolo 27 della Convenzione di Ginevra ciò non era ammissibile per i prigionieri di guerra) e aggirare la contraddizione di considerare prigionieri i militari di uno Stato formalmente alleato, la Repubblica Sociale Italiana.
Oltre alla deposizione di una corona d’alloro sull’Altare della Patria da parte delle Alte Cariche dello Stato, per il 20 settembre di ogni anno la legge “invita gli organi competenti (Regione, Provincia, Comuni, ecc.) a promuovere o organizzare iniziative, manifestazioni pubbliche, cerimonie, incontri dibattiti, momenti comuni di ricordo e di riflessione, ricerche e pubblicazioni, per diffondere la conoscenza del valore storico, militare e morale della vicenda degli IMI, nonché il ricordo delle sofferenze a essi inferte, in violazione di tutte le leggi di guerra e dei diritti inalienabili della persona e quale atto di coercizione, affinché si trasformino in un messaggio di pace rivolto soprattutto alle giovani generazioni”.
In attesa di iniziative che ricordino istituzionalmente e degnamente gli IMI, un piccolo consiglio di lettura. Lo scorso aprile è uscito per Feltrinelli La strada giovane, primo romanzo di Antonio Albanese (sì, proprio il comico e cabarettista). È la storia della fuga a piedi di un giovane panettiere siciliano, controfigura di suo padre, dal campo di prigionia in Austria dove era stato deportato dopo l’8 settembre, al suo paesino nelle Madonie. Come nei racconti di mio nonno Michele, catturato in Grecia, deportato in un campo di lavoro ai confini con la Polonia e rientrato a Bonefro dopo un viaggio di sei mesi (gli avevo dedicato un ricordo pubblicato su la fonte di luglio 2017, https://www.lafonte.tv/resistenza-dimenticata-la-storia-dei-militari-italiani-internati/), dominano nel romanzo di Albanese la confusione dei giorni dell’armistizio, quando si credeva di essere rispediti dai tedeschi a casa, la fame, il freddo, il solo conforto dell’amicizia con gli altri prigionieri. Ma emerge soprattutto l’idea che della Seconda guerra mondiale non si è raccontato tutto e che un avvenimento così totale possa essere ancora fecondo di storie.☺
