Vacanze romane?
Nell’estate del 162 d.C., Marco Aurelio, il filosofo che era diventato imperatore da poco più di un anno, si trovava in villeggiatura ad Alsium, una località marittima in Etruria (oggi Ladispoli, poco distante da Roma). Sperava di riposarsi per qualche giorno, ma continuava a essere assillato dagli affari di Stato e dalle preoccupazioni per la guerra contro i Parti in Oriente. Un altro Marco, Marco Cornelio Frontone, celebre oratore e grammatico latino che era stato suo maestro, temendo che il suo ex allievo stesse lavorando troppo, gli mandò una lettera in cui si prendeva gioco del suo dedicarsi al lavoro senza concedersi mai alcun riposo. Pur non essendo un’opera autonoma, ma parte del carteggio fra i due, questa lettera è usualmente citata con un suo titolo, De feriis Alsiensibus, “Le vacanze di Alsium”. A renderla interessante non sono solo le informazioni che fornisce su alcuni aspetti della villeggiatura aristocratica romana nel II secolo, o sul senso del dovere quasi ossessivo di Marco Aurelio, o, ancora, sul rapporto affettuoso tra maestro e allievo. Ma è piuttosto la cosiddetta fabula Somni, un elogio del sonno costruito come una storiella, con una vera e propria sequenza narrativa.
Frontone comincia infatti con il presentare il Sonno come una potenza divina di straordinaria importanza per gli uomini, insistendo sul fatto che nemmeno quelli più potenti possono farne a meno. Per esaltarlo, allontanandosi dalla genealogia tradizionale che, fin da Esiodo, faceva del Sonno il figlio della Notte, gli attribuisce invece un’origine più prestigiosa, quasi a sottolinearne il ruolo essenziale nel funzionamento del mondo. Universali e innumerevoli sono i suoi benefici: pone fine alle fatiche del giorno, restituisce vigore ai corpi stanchi, allevia i dolori e le preoccupazioni, introduce una temporanea uguaglianza tra ricchi e poveri, potenti e umili: tutti devono dormire. Conferendo poi alla narrazione un tono più giocoso, Frontone sostiene che il Sonno non si limita a concedere il riposo, ma offre anche i sogni. E nei sogni gli uomini possono ottenere ciò che nella realtà è loro negato: ricchezze, onori, successi, incontri desiderati. Se il Sonno è così benefico, Marco Aurelio dovrebbe approfittarne almeno durante la sua permanenza ad Alsium.
Il punto centrale di questa fabula non è tanto il mito quanto il piccolo encomio paradossale del Sonno che Frontone costruisce per persuadere il suo allievo imperiale a riflettere sul rapporto fra lavoro, potere e riposo, e sull’importanza di quest’ultimo. Si tratta, in un certo senso, di una versione lieve e sorridente di un tema che si ritrova, più seriamente, nei Pensieri dello stesso Marco Aurelio, un diario intimo in otto libri, tramandato con il titolo A sé stesso: la difficoltà di sottrarsi al dovere e di concedersi una tregua. Quando Marco Aurelio ascese al trono, il momento storico era particolarmente delicato, sia per le rivolte interne, sia per le pressioni dei barbari che cominciavano a minacciare l’impero dall’esterno. Ma da filosofo stoico egli seppe far fronte alle responsabilità della sua carica grazie alla sua forza interiore e al suo inflessibile senso del dovere. La stessa struttura aperta di quest’opera, che inaugura un nuovo genere letterario, quello della riflessione solitaria e del colloquio con sé stesso, sotto forma di meditazioni e di aforismi che si succedono senza alcuna pretesa di continuità e di organicità, trova la sua ragion d’essere nelle situazioni contingenti in cui venne scritta: tra una battaglia e l’altra durante le spedizioni militari, nel ritiro della tenda e, possiamo immaginare, sottraendo tempo proprio al sonno e al riposo notturno. Ma almeno una volta all’anno – lo ammonisce Frontone – tutti dovrebbero distrarsi dal lavoro. E se proprio non vogliono distrarsi, dovrebbero cercare almeno di dormire. In fondo il Sonno non è una divinità minore o oscura, ma una forza benefica voluta dall’ordine stesso del cosmo.☺
