Vecchi e spazi di vita
19 Settembre 2023
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Vecchi e spazi di vita

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) sancisce l’intangibilità della dignità umana, impone la rimozione di ogni ostacolo che possa incidere negativamente sui “diritti, uguali e inalienabili, di tutti gli uomini” senza discriminazione alcuna. L’art. 2 della Costituzione sancisce la solidarietà economico-sociale verso coloro che la sorte naturale o sociale ha posto in condizioni meno favorevoli. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea stabilisce l’inviolabilità della dignità umana e il diritto di godere delle prestazioni di sicurezza sociale. La mancata fruizione di tale diritto può essere causa di povertà e di espulsione sociale. Tali diritti devono essere garantiti sempre e, soprattutto, quando le condizioni socio-econo- miche e, in special modo quelle psico-fisiche e mentali di una persona, cominciano a declinare. Sono condizioni che impongono una presa di coscienza sia individuale che sociale.
Molti accadimenti, anche recenti, documentano in modo forte e, a volte, anche drammatico quali siano le condizioni di solitudini e di isolamento socio-spaziale in cui si imbattono molti vecchi, vedendosi così negati dei diritti. Sono condizioni che tendono a colpire, soprattutto, chi sta/abita in strutture residenziali ma anche chi vive nella propria abitazione. Abitano ‘non-spazi’ (M. Augè parla di ‘non-luoghi’) che, stante la loro strutturazione architettonica o le condizioni abitative, rendono difficoltoso poter costruire/ricostruire/mantenere relazioni socio-amicali durature e soddisfacenti e, quindi, sentirsi dentro la società. Si vive in solitudine non perché si vive da soli ma perché si è out, si sta/abita in non-spazi depauperanti relazionalmente. Gli spazi sono ambiti di vita aperti in cui è possibile costruire/ricostruire/mantenere/ampliare relazioni socio-amicali e, quindi, essere/sentirsi dentro la società. Esistere. I ‘luoghi’, al contrario, rinchiudono, rinserrano, isolano. Sono luoghi per, sono categorizzanti: non esiste la solitudine, ma tanti modi di sentirsi soli, di vivere in solitudine.
La società italiana invecchia e il processo di invecchiamento incide, più o meno pesantemente, sulle fragilità psico-fisiche di una persona. Si perdono ruoli lavorativo-produttivi, socialmente centrali, accompagnati da fragilità economico-sociali e da ‘negazione’ di diritti, legata a tali fragilità. Aumentano gli anziani non-autosufficienti. Forse si deve parlare di dipendenza al cui interno va collocata con peso la non-autosufficienza. Gli anziani non-autosufficienti sono, al momento, circa 3.800.000. Si ipotizza che saranno, nel 2030, 4.400.000 e, nel 2050, 5.500.000. Il 6,3% di costoro abita/sta in strutture residenziali. Sono soprattutto ultra85enni che, spesso, sono colpiti da demenza senile, più o meno elevata. Lo 0,6% sta/abita in strutture semiresidenziali. Il 21,6% beneficia dei servizi sociali domiciliari per un numero insufficiente di ore. Il 26% (1 milione circa) è assistito da badanti e il 45,6% è affidato alle cure dei familiari. Il 71% di chi li deve accudire sono donne. Il dato deve fare riflettere poiché in tal modo si nega il diritto alla partecipazione al lavoro a oltre un milione di donne costrette a dedicare gran parte del loro tempo alla cura di uno o più anziani. Ciò, spesso, è causa di conflitti e rotture familiari.
Il Parlamento ha, di recente, approvato la legge 23 marzo 2023, n. 33: “Delega al Governo in materia di politiche a favore delle persone anziane” con cui si vuole promuovere, tra l’altro, interventi a contrasto dei fenomeni di solitudine sociale e di deprivazione relazionale, il diritto delle persone anziane a determinarsi in maniera indipendente, libera, informata e consapevole e la riqualificazione dei servizi socio-assistenziali in modo che possano rispondere ai bisogni delle persone anziane. Si pone, forse, maggior attenzione ai servizi sanitari ‘dimen- ticando’ il giusto peso e lo spazio che devono avere i servizi socio-relazionali. La stesura dei Decreti delegati ha visto la partecipazione di numerose associazioni (59) aderenti al Patto per un nuovo welfare per la non-autosufficienza. Andrebbe verificato quanto sia stato incisivo il loro peso nell’approntamento di tali Decreti. Interessante sarebbe anche valutare quali saranno gli ostacoli (finanziari e strutture) al processo di implementazione di tale norma e il pericolo (presente) che la stessa possa ridursi a “un diritto enunciato”. Serve un consistente finanziamento, stimato, approssimativamente, a regime in circa cinque/seimila miliardi all’anno da collocare subito ed effettivamente nelle prossime leggi finanziarie. Dubbi sorgono anche circa l’effettiva disponibilità di tale somma visto che, “per necessità”, si è depauperato il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale.
Altro problema è quello del personale medico-infermieristico e socio-assistenziale e della loro formazione. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha stabilito che i Decreti delegati vadano emanati entro gennaio 2024. Ritardi sembrano, però, inevitabili, anche perché si dovrà mettere concretamente in cantiere quanto previsto da tali Decreti. I tempi si allungheranno. Sorgeranno, probabilmente, ostacoli e conflitti di competenze. Ogni riforma può dirsi tale e produrre effetti concreti solo se viene dotata di strutture che dispongono di “attrez- zature” tecniche e di personale professionalmente preparato ai nuovi compiti, a meno che si voglia fare una riforma ‘con fichi secchi”. È già successo in passato. Non basta una legge per cambiare.
L’Europa offre qualche strumento. La Convenzione dell’Aia (13 febbraio 2000. Protezione internazionale degli adulti), non ancora ratificata dall’Italia, propone misure di protezione per chi soffre di “alterazione o insufficienza delle facoltà personali” e dei suoi beni qualora non sia in “grado di curare i propri interessi”: il “Mandato di protezione”. Esistono nell’ ordinamento italiano tutela e curatela, poco usate; esiste la figura dall’amministratore di sostegno, nominato dal giudice (Legge 9 gennaio 2004, n. 6): offre sostegno a chi “per effetto di una infermità ovvero una menomazione fisica o psichica” si trova “nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi”. Vi si può fare ricorso quando l’anziano ha perso le proprie capacità cognitive per cui non può decidere o non può sempre essere tempestivo. Il giudice nomina un mandatario a cui affida il mandato di occuparsi del patrimonio dell’ anziano e dell’accudimento dei suoi bisogni contingenti solamente nel momento in cui esso non è più in grado di farlo. Il mandatario è una figura giuridica di fiducia, un professionista, non necessariamente un familiare. Si riconosce la possibilità di un decadimento fisico-mentale. È una saggia preveggenza poiché si rispetta in tal modo la libertà di autodeterminazione, avendo presente le condizioni di fine vita e il rischio di un decadimento delle facoltà mentali.
Si è proposto la Procura notarile o Notariato. Solo l’11% delle successioni è regolato da un testamento. Se le capacità cognitive sono intaccate, chi decide del nostro patrimonio? Il mandatario esiste in molti Paesi europei ed è anche incoraggiato. Sono stati registrati, in Germania, 5.650.000 mandatari. Succede, però, che i sei milioni di italiani all’estero, che lo hanno sottoscritto, non lo possono far valere in Italia causando, ingiustamente, un danno non solo all’anziano ma anche a chi gli sta accanto. Il decadimento cognitivo è accompagnato da uno stigma che porta alla rimozione della realtà. Accettare tale condizione vuol dire anche accettare di invecchiare e che ciò possa incidere sul proprio senso di dignità di persona.☺

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