la corruzione nella chiesa
La recente cronaca ecclesiastica che ha visto, con la morte del papa emerito, la conclusione dell’epoca dei due papi, accompagnata da intrighi e voci maligne, mi ha fatto pensare a quanto dice Dante nella Divina Commedia sulla chiesa del suo tempo e la sua corruzione. Al di là dei singoli personaggi che sono collocati nei vari regni dell’oltretomba, molto spesso fa delle riflessioni molto più generali o in prima persona oppure facendo parlare alcuni personaggi. Nell’Inferno è lui stesso che si lancia nell’ accusare il sistema di corruzione e di tradimento degli ideali evangelici; rivolgendosi ad un papa messo a testa in giù in una buca, dice con rabbia: “Deh, or mi dì: quanto tesoro volle Nostro Segnore in prima da san Pietro ch’ei ponesse le chiavi in sua balia? Certo non chiese se non “Vienmi retro”. Né Pier né li altri tolsero a Mattia oro od argento, quando fu sortito al luogo che perdé l’anima ria (cioè Giuda)” (Inf. XIX, 90-96). Dante focalizza subito il problema centrale della corruzione della chiesa: la sete di denaro e la consuetudine a corrompere per ottenere i posti di governo nella chiesa.
Vedendo solo le cronache degli ultimi decenni, fino a tempi recentissimi, si potrebbe dire: nulla di nuovo. Nonostante Dante e la Commedia sono stati oggetto di meditazione e di grandi lodi nei secoli da parte degli esponenti della chiesa, le sue denunce non sono state oggetto di grande attenzione, come del resto i moniti di Gesù stesso o dei profeti e degli apostoli riguardo all’invito alla povertà ed essenzialità. Forse anche per questo, in modo coerente, nel periodo di massima pressione della Controriforma cattolica, sono quasi scomparse le edizioni della Commedia di Dante: troppo irriguardoso verso le sacre gerarchie e quindi pericoloso leggerlo, col rischio di incappare in quell’ inquisizione che arse Giordano Bruno e costrinse Galileo all’abiura.
Ma voglio ancora far parlare Dante che, pur riconoscendo la legittimità dell’ istituzione papale, non ha paura di denunciare chi ha agito indegnamente andando contro tutti gli insegnamenti del vangelo: “E se non fosse ch’ancor lo mi vieta la reverenza delle somme chiavi che tu (si rivolge al papa dannato Niccolò III) tenesti nella vita lieta, io userei parole ancor più gravi; ché la vostra avarizia il mondo attrista, calcando i buoni e sollevando i pravi. Di voi pastor s’accorse il Vangelista (Giovanni), quando colei che siede sopra l’acque (la Roma papale) puttaneggiar coi regi a lui fu vista … fatto v’avete Dio d’oro e d’argento: e che altro è da voi all’idolatre, se non ch’elli uno e voi ne orate cento?” (Inf. XIX, 100-108.112-114). Gli uomini di chiesa assetati di denaro sono peggio dei pagani perché loro si scelgono un idolo, mentre questi si prostrano ad ogni realtà che gli procuri denaro.
Dante ha provato sulla propria pelle cosa significhi una chiesa che ha dimenticato i propri valori fondanti, occupandosi solo di conservare e accrescere il potere terreno, anche a costo di distruggere la vita delle persone (come è accaduto a Dante esiliato da Firenze e condannato a morte) e di interi popoli. Certo, oggi, le chiese, se paragonate ai tempi di Dante, hanno solo il residuo del potere enorme di allora, anche se purtroppo ancora si cerca di mantenere l’influenza sulla sfera politica. Forse ciò che la chiesa era un tempo oggi lo è l’alta finanza globalizzata che sfrutta e schiaccia la vita delle persone e dei popoli in nome del profitto di pochi ma si assiste ancora, in molte parti, all’alleanza mortifera tra trono e altare, come tragicamente si vede, ad esempio, nella Russia di Putin dove chi promuove la morte e la distruzione, con sfacciata devozione assiste alla messa di Natale, con la benedizione di un patriarca che promette il paradiso a chi va ad uccidere in un paese invaso.
Ma se l’Inferno presenta la condanna inequivocabile di una chiesa corrotta, Dante fa vedere anche la possibilità di conversione in chi occupa i vertici della chiesa. È quanto accade nel Purgatorio, con la figura del papa Adriano V. Anzi, in questo caso proprio l’ascesa al papato fa cambiare vita ad una persona che aveva fatto della ricerca del potere lo scopo della sua vita. Sarà per questo, forse, che è durato poco sul soglio papale: “La mia conversione, ohmé! Fu tarda; ma come fatto fui roman pastore, così scopersi la vita bugiarda. Vidi che lì non si quetava il core, né più salir potiesi in quella vita; per che di questa (cioè la vita eterna) in me s’accese amore” (Purg. XIX, 106-110). Ed è proprio questo papa convertito e penitente che, di fronte ad un gesto di riverenza di Dante, ha la stessa reazione di Pietro in At 10,26, che dice a Cornelio che si era prostrato di fronte a lui: “Alzati: anche io sono un uomo!”. Gli Atti sono stati scritti in tempi non sospetti, quando ancora non ci si poteva immaginare le liturgie della corte papale, in uso fino a tempi abbastanza recenti e di cui si vorrebbe un nostalgico ripristino. Ma Dante scrive nel pieno dello sviluppo di queste ritualità antievangeliche, adottate per imitazione delle corti dei re e imperatori, per cui le parole del papa in purgatorio mettono ancora più in risalto l’assurdità delle pretese di chi si dichiarava successore di Pietro e servo dei servi. Dante racconta: “Io m’era inginocchiato e volea dire; ma com’io cominciai ed el s’accorse, solo ascoltando, del mio reverire, ‘Qual cagion’, disse, ‘in giù così ti torse?’ Ed io a lui: ‘Per vostra dignitate mia coscienza dritto mi rimorse’. ‘Drizza le gambe, levati su, frate!’ Rispuose. ‘Non errar: conservo sono teco e con li altri ad una potestate (sono servo come te e altri e soggetto al potere divino)” (Purg. XIX, 127-135).
Nel Paradiso, che vedremo la prossima volta, saranno i santi, come Pier Damiani e lo stesso san Pietro, a mettere in evidenza le mancanze di una chiesa che sempre più si era allontanata dal vangelo.☺
