Violenza sulle donne
8 Novembre 2015
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Violenza sulle donne

Che cosa dire di nuovo, di diverso che possa colpire qualcuno dei lettori e fare riflettere? Cosa e con quali parole poter fermare questa guerra? Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne ma tutto o molto sembra vano, inefficace. Bisogna sempre riproporre, sempre lottare; credo che non bisogni mai abbassare la guardia. Dai vari siti che seguo, leggo continui attacchi alle donne, alle femministe (ma, le femministe chi sono, ci sono, dove sono?) considerate la causa e la colpa di tutto. Su Facebook in una pagina ho letto un commento che non solo nega il femminicidio ma invita le femministe a morire presto. Una violenza inaudita e una teoria strampalata con la quale tentano di far passare come violenza delle donne sugli uomini e che la percentuale di suicidi che negli uomini è tre volte superiore che nelle donne.
Ecco come l’admin della pagina spiega il perché si suicidano più uomini che donne: “La propensione al suicidio è maggiore tra la popolazione maschile, oltre  tre volte quella femminile, e cresce all’ aumentare dell’età.”
Poi la negazione del femminismo, la frase che vorrebbe distruggere anni di lotte fatte per i diritti delle donne. Il femminismo italiano ha disturbato e traumatizzato, oltre che le vittime maschili, anche le donne, rendendole sadiche: non c’è niente di più sadico e malato e violento di portare una persona al suicidio.
Nella realtà il “bollettino di guerra” ogni giorno registra casi di donne, spesso giovani ragazze, vittime della violenza degli uomini. Molte volte proprio quelli che a loro erano più vicini: mariti, fidanzati ex amanti. È la storia di Lucia Bellucci, la donna di 31 anni, scomparsa da Pinzolo (Trento) e il cui cadavere è stato trovato dai carabinieri a Verona chiuso nell’auto dell’ex fidanzato. Il 29 luglio, avviene l’uccisione di Erika Ciurlia, a Taurisano, nel Salento, da parte del marito che la donna aveva lasciato. Il 23 luglio a Gela c’era stato un caso fotocopia: Maria Nastasi viene uccisa, sempre a colpi di arma da fuoco, dal suo convivente, Salvatore Greco. E ancora il 27 giugno scorso il cadavere di una donna, Silvia Caramazza, viene trovato, a Bologna, nel congelatore di casa del fidanzato, Giulio Caria che viene arrestato.
Rispetto al passato, le donne oggi vogliono denunciare: chiamano e chiedono di assisterle nel formalizzare la denuncia. Si comincia ad avere coscienza che questi passi vanno fatti con persone esperte. L’autore è nel 48% dei casi il marito, nel 12% il convivente, nel 23% l’ex; si tratta poi di un uomo tra i 35 e i 54 anni nel 61% dei casi, di un impiegato nel 21%, e di una persona istruita (il 46% ha la licenza media superiore e il 19% la laurea). Il persecutore non fa poi in genere uso di alcol e di droghe (63%). Anche il profilo della donna-vittima descrive una persona piuttosto normale: una donna di età compresa fra i 35 e 54 anni, con la licenza media superiore nel 53% e la laurea nel 22%. La maggior parte delle violenze continuano ad avvenire in casa, all’interno di una relazione “sentimenta- le” (84%), in una famiglia normale. L’atto violento, inoltre, non è mai isolato ma è costante e continuo (81%) e non finisce con la chiusura del rapporto ma si protrae anche dopo, spesso con un atteggiamento persecutorio. Un quadro da cui emerge che la violenza sulle donne è ancora molto radicata nei contesti normali di vita: “sulla strada dell’educazione” – sottolinea Moscatelli.
La “donna picchiata” è la punta di un iceberg. Se associamo la violenza all’aggressione fisica trascuriamo l’ essenza del problema. La violenza dell’uomo contro la donna inizia con le molestie psicologiche. Un climax di micro-violenze. Prima sono piccole, quasi invisibili, a stento lei se ne accorge: uno sgarbo, una parolaccia. Lui continua. “Non sei più capace di cucinare”. Squalificata. “Ti sei vista allo specchio? Hai la cellulite, fai schifo”. Derisa. “Io non ti ho detto niente, ti inventi tutto. Sei pazza”. Incolpata. “Se entro le sette non sei a casa, mi arrabbio”. Controllata. Poi i divieti: niente gonna, niente tacchi, no rossetto, zero amiche. Dalle umiliazioni l’uomo passa agli spintoni e alle botte. Alla fine lui e lei sono incappati in una spirale di violenza. L’uno dipendente dall’altra. Lui perché ha bisogno di esprimere il potere che non sente di avere dentro di sé, all’esterno; lei perché sottomessa e spogliata delle sue qualità, ha bisogno della scossa dell’uomo per sentirsi viva. È sbagliato dire che è la donna che se l’è cercata.
Ma vorrei finire con un episodio che mi ha colpita, in questi giorni.
”Scommetto che gli piaci”. Sono queste le parole pronunciate dall’infermiere all’accettazione di un ospedale pediatrico di Columbus, in Ohio, rivolgendosi a una bimba di quattro anni colpita violentemente sul volto da un compagno di scuola. Merrith Smith, madre della piccola, ha deciso di scrivere su Facebook una lettera aperta a quell’uomo, e ha ricevuto migliaia di condivisoni. ”L’idea che passi il messaggio che fare del male a qualcuno significhi volergli bene è inaccettabile – si legge nel post – In quel momento, ferite e in un posto sconosciuto, avevamo bisogno di parole di aiuto e non di quel tipo di conforto. Forse lei ha pensato di alleggerire la situazione ma non lo ha fatto. È l’ora di assumerci la responsabilità per quello che diciamo ai nostri bambini. Non si può dire a mia figlia di 4 anni che chi l’ha ferita le vuole bene” (12 ottobre 2015).☺

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