Ho avuto la fortuna e il piacere di trascorrere gran parte della mia vita nei paesi, anche piccoli, mai sognando o rimpiangendo i grandi agglomerati. A metà degli anni ‘80 mi sono trasferito a Ripabottoni, un centro vivace e dinamico, anche se a sera non sempre era facile trovare il quarto per un tressette, e, forse primi in Italia, aprimmo alle donne la possibilità di fare la passatella (per i profani: gioco di carte per designare chi amministra le bevute di birra tra i giocatori). Non si avvertiva ancora la drammaticità dello spopolamento; divenne acuto a fine secolo con la chiusura di alcune classi della scuola. La socialità era alta, tanto da far sentire a loro agio anche i confinati. Tutti si occupavano ancora di tutti e l’emarginazione sociale era pressoché assente. Doposcuola, confronti aperti, incontri ecumenici erano all’ordine del giorno. In seguito si aprirono le porte a immigrati del cosiddetto terzo mondo ma anche a famiglie dell’Europa del nord. Da quella permanenza, nel 2004, nascerà questa rivista, per resistere allo sfacelo causato dal terremoto e da una politica regionale e nazionale che condanna i piccoli paesi alla morte assistita.
Dopo ho trascorso quasi un ventennio a Bonefro. Anni meravigliosi. Una comunità apparentemente chiusa ma profondamente umana. La sensazione era che fosse avvolta da una cappa sociale, che impediva la libertà di movimento agli stessi abitanti. Forse non è un caso che sia uno dei paesi più segnato da morti giovanili per droga. Oso pensare che fossero tentativi di ribellione allo status quo, finiti su strade senza uscita. La scuola, soprattutto quelle dell’infanzia ed elementare, era all’avanguardia. La maestra capostipite del rinnovamento, Teresa, a settembre festeggerà, ancora piena di vita e di passione per la conoscenza, i cento anni. Molte le attività, anche culturali, intraprese dagli abitanti, positive le risposte. Una riprova della ricettività è la presenza di stranieri che scelgono di abitarvi, anche se non offre molte opportunità di lavoro. Una di questi, giunta da Berlino, è Christiane, che onora della sua firma questa rivista, ed ha messo a disposizione il suo archivio su Tina Modotti e anche quest’anno a luglio allestirà un convegno internazionale per ricordare che gran donna fu la Modotti.
Da dieci anni sono a Larino, una città che offre molte opportunità ed ha un grande dinamismo, determinato soprattutto dalle varie associazioni e dalla presenza delle scuole superiori, ma anch’essa, soprattutto dopo la chiusura dell’ospedale, soffre di un calo demografico costante e inarrestabile. Una pagina indimenticabile è stata scritta da Domenico Iannacone che, a metà giugno, nel programma televisivo che ci faccio qui, ha narrato l’Hospice presente a Larino.
Ho accennato a centri molisani a soli 12 km da Casacalenda, il mio paese natale, dove ho vissuto la prima gioventù e da dove, a fine anni ’70, è partita una rivoluzione politica e sociale che ancora non si spegne. Nei giorni scorsi proprio la sindaca di Casacalenda, Sabrina Lallitto, ha lanciato una proposta che non può essere ignorata, anzi va ripresa e sostenuta. “Continuiamo a parlare di spopolamento, scrive, di paesi che muoiono, di giovani che se ne vanno. Però poi chi bussa trova porte chiuse”. Vicino a molte case c’è apposto il cartello “vendesi” e poiché non sono molti quelli che possono prendersi il lusso di comprarle, finiscono per rimanere chiuse. Se quei cartelli fossero sostituiti con “affittasi” si darebbe la possibilità a molte famiglie di trovare casa e di ripopolare i centri abitati. È un cambiamento di paradigma indispensabile per salvare scuole, negozi, opportunità di lavoro, insomma per rivitalizzare comunità condannate a una eutanasia irreversibile. In estate i nostri centri riprendono vita perché si ripopolano, diventa bello viverci, fervono attività e iniziative, grazie proprio alla presenza delle persone. Perché non far sì che questo possa diventare l’inizio di una ripartenza? Le amministrazioni comunali dovrebbero farsi carico di un progetto che incoraggi, favorisca, consenta affitti e ristrutturazioni prima che sia troppo tardi.
La politica regionale è sorda e cieca, l’unica prospettiva della maggioranza è quella di mantenersi in vita e per far questo gioca al cambio delle poltrone. In questi giorni abbiamo assistito alla nomina di due nuovi assessori, che sostituiscono ma non rimpiazzano i vecchi, in quanto questi tornano sì consiglieri ma si portano anche le deleghe. Si vede che ormai c’è aria di mare: hanno ceduto il posto al sole ma non asciugamano e borsa frigorifero! Inoltre, ai nuovi scudieri è stata offerta la pagnotta perché si rifocillino prima delle prossime elezioni. Ci sarebbe dovuta essere una sollevazione popolare di fronte a questo nuovo insulto all’intelligenza dei molisani che chiedono viabilità decente (i vigili del fuoco hanno impiegato 40 minuti da Santa Croce di Magliano a Casacalenda mentre la scuola bruciava), sanità, salvaguardia dell’ambiente, gestione delle acque, ecc. Non poca responsabilità naturalmente è delle opposizioni che, intente a coltivare il loro orto, non si preoccupano minimamente del futuro della regione. La loro pochezza non consente il lavoro di squadra, la formulazione di un progetto di riscatto, l’individuazione di persone capaci di far uscire da una desolazione che perdura da lustri.
È più che mai necessaria la riscossa della società civile, unita, senza distinguo di lana caprina, che individui mete, obiettivi, percorsi per incamminarci verso il riscatto. Lo dobbiamo alla nostra terra e ai tanti che per fortuna non si rassegnano. Urge un’onda anomala, un vero tsunami, che travolga anche le squallide politiche nazionali e internazionali che continuano a scommettere su armi e guerre piuttosto che sulla vita e la fratellanza dei popoli.☺
