Contro le tossicità
20 Febbraio 2019
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Contro le tossicità

Toxic, tossico, è la parola dell’ anno scelta per il 2018 dall’Oxford Dictionary, quella che rappresenta lo stato d’ animo dell’intero anno!

Il termine, derivato dal latino toxicus (avvelenato) fa parte del vocabolario inglese dalla metà del ‘600. Come è noto, la scelta della parola dell’anno prende in considerazione la frequenza d’uso nei mezzi di comunicazione come pure gli eventi rilevanti occorsi nell’anno da poco concluso: disastri ambientali, rifiuti pericolosi, avvelenamento delle acque. L’aggettivo è diventato parte integrante del nostro gergo comune e viene usato per rappresentare una gamma sempre più vasta di inefficienze. Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indica con toxic lo stato contaminato dell’aria e i decessi ad esso collegati; di recente, in Florida, la tossicità di alcune alghe è stata posta al centro di discussioni politiche durante le elezioni di Midterm.

Secondo Daniele Cassandro (Internazionale extra, dicembre 2018) “ci sono anche altri miasmi metaforici: i veleni inoculati nel dibattito pubblico attraverso gli algoritmi dei social network,… le culture e gli ambienti di lavoro tossici e le relazioni avvelenate”.

Si ricorre a questo termine, quindi, per la descrizione di luoghi di lavoro sempre più stressanti ed anche per raccontare il crescente disagio relazionale che oggi pervade la società. Molto in voga – ahimè – è diventata l’espressione Toxic masculinity: derivata dagli studi sui comportamenti violenti degli uomini, essa indica un ideale della figura maschile in cui la forza è considerata tutto mentre le emozioni sono debolezza. Tale ristretta definizione ha come oggetto quegli uomini inclini alla violenza e all’aggressività, quelli che una recente campagna di sensibilizzazione contro la violenza di genere ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica che spesso ha definito con questo aggettivo gli abusi perpetrati dal potere maschile.

Il nostro tempo si sta sempre più caratterizzando per conflittualità ed approssimazione; sul piano sociale, politico ed anche culturale emergono atteggiamenti che rimandano ad una visione volutamente distorta della realtà. Oggi il racconto di ciò che ci accade intorno è dominato dalla cosiddetta “svolta narrativa”, favorita dall’emergere dell’informazione digitale e delle reti. Secondo Stefano Calabrese, docente di Semiotica, ogni esperienza – e quindi, anche i fatti di cronaca – viene elaborata attraverso il confronto con un modello derivato da esperienze simili nella memoria: valutiamo, leggiamo un evento attraverso il confronto con uno schema pregresso che ci offre la possibilità di comprenderlo. Di qui si arriva alla narrazione che viene denominata tossica, perché raccontata sempre “dallo stesso punto di vista, nello stesso modo, con le stesse parole”, e “rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità” (Wu Ming)

Diviene quindi tossica la narrazione sui migranti, quando si evoca la condizione di una nazione – la nostra – che si sta impoverendo causa la mancanza di lavoro per gli italiani; quando il tema è ridotto ad una guerra di tutti contro tutti. È tossico, ancora, secondo alcuni, il continuo clima di emergenza che invoca gli spettri di un’invasione, impedendo di considerare e affrontare l’immigrazione come una tematica sociale tra le altre. Tossico è il racconto che sposta l’attenzione dai problemi reali sul nemico pubblico di turno, che “guarda caso, è sempre un oppresso, uno sfruttato, un discriminato, un povero”.

Clima avvelenato, aria irrespirabile, sia in senso fisico che metaforico. Nessun antidoto potrà rimuovere rapidamente la condizione di tossicità cui siamo giunti. Occorrono impegno, volontà, innumerevoli “tentativi ed errori”, accanto ad una seria ed attenta riflessione, a cominciare dai nostri quotidiani rapporti interpersonali!

Intanto un consiglio di Zigmunt Bauman, che ci prospetta, ancora una volta, la “scelta giusta”: “oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana” (Sulla fragilità dei legami affettivi).☺

 

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