Il manicomio era femmina
9 Novembre 2018
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Il manicomio era femmina

“So bene che quelli sono dei reietti non solo dei mendicanti; no, non sono affatto dei mendicanti, bisogna distinguere. Sono rifiuti, bucce di uomini, che il destino ha sputato. Umidi della saliva del destino, stanno appiccicati a un muro (…) lasciandosi dietro una traccia scura e umida”. A scorrere le cartelle cliniche delle donne ricoverate nel manicomio di Sant’Antonio Abate di Teramo, a partire dall’ultimo decennio dell’ Ottocento e fino al 1950, si ha l’impressione che le parole utilizzate da Rainer Maria Rilke, ne I quaderni di Malte Laurids Brigge assumano contorni esatti, incarnandosi nei volti e nelle vicende di quante conobbero l’ emarginazione derivante dall’internamento. La descrizione rilkiana si riferiva ai poveri che affollavano i quartieri degradati di Parigi, ma tra gli esclusi abbandonati sulle strade e quelli medicalizzati all’interno di un manicomio, non ci sono differenze rilevanti. L’esclusione tende ad essere interpretata, come una condizione ineluttabile toccata in sorte ai più deboli e disperati: la naturale conseguenza di stili di vita condotti fuori dagli schemi. Gli ospedali psichiatrici, in questo senso, nel corso della loro esistenza, hanno saputo rispondere alle esigenze di comunità che, per costruire i propri ideali, per inseguire cambiamenti tumultuosi o stemperare disuguaglianze sociali, hanno avuto bisogno di estromettere dallo spazio pubblico quanti dimostravano di non sapersi adeguare alla durezza del vivere e quanti, nel processo di formazione nazionale, venivano percepiti come elementi estranei e perciò potenzialmente dannosi. Anche in Italia il cosiddetto “grande internamento manicomiale” – il periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, nel corso del quale nuovi manicomi sono stati edificati su tutto il territorio nazionale – è coinciso con la nascita del paese moderno. Un paese nel quale, accanto alle campagne, cominciavano a svilupparsi grandi agglomerati urbani capaci di accogliere famiglie sempre più numerose, con infrastrutture potenziate per garantire la circolazione delle merci, con un sistema di istruzione obbligatorio per assicurare livelli minimi di alfabetizzazione,con un sistema di leva per addestrare uomini che provvedessero alla difesa nazionale. Non ultimo, con un sistema manicomiale concepito per “assistere la follia”, ma usato soprattutto per mantenere l’ordine pubblico e la tutela della moralità, attraverso la presa in carico della pericolosità sociale e del pubblico scandalo.

Questo aspetto dell’istituzione manicomiale, già dispiegato all’indomani dell’Unità d’Italia, si irrobustisce negli anni del fascismo quando, con la stretta repressiva attuata dal regime, si ampliano i contorni che circoscrivono i concetti di marginalità e devianza e i manicomi, di riflesso, accentuano la loro dimensione di controllo, affiancandosi allo Stato per contribuire a plasmare uomini e donne nuovi chiamati ad assolvere una serie di compiti che rispecchiano il clima di “tempi nuovi” e a mettere le proprie vite al servizio della “rivoluzione fascista”. In manicomio allora finisce, come sostiene nel suo bel saggio, Annacarla Valeriano, dal titolo Malacarne, “la malacarne” appunto che, nella sua declinazione di genere, è composta da quelle donne, che si discostano dall’ideale fascista della sposa e madre esemplare e che con le loro condotte intemperanti, con le loro esuberanze, con la loro inadeguatezza fisica, rischiano di intaccare il patrimonio biologico e morale dello stato. Il materiale fotografico e documentario, che costituisce la base di questo libro è oggetto della mostra dal titolo “I fiori del male. Donne in manicomio nelI’Italia fascista” a cura di Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante. Mostra che l’associazione “Mai più sole-non una di meno” proporrà a Termoli dal 6 al 16 novembre prossimi.

L’idea di realizzare una mostra sulle donne ricoverate in manicomio durante il periodo fascista è nata dalla volontà di restituire voce e umanità alle tante recluse che furono estromesse e marginalizzate dalla società dell’epoca. Si raccontano le storie di queste donne a partire dai loro volti, dalle loro espressioni, dai loro sguardi in cui sembrano quasi annullarsi le smemoratezze e le rimozioni che le hanno relegate in una dimensione di silenzio e oblio. Basta, avere gli occhi rivolti al passato! Dicono alcuni! Ormai è una storia superata. Il 13 maggio 1978, con la legge Basaglia, si apre in Italia la storia della nuova psichiatria senza manicomio e si chiude quella del manicomio. Ma siamo proprio certi che la storia del manicomio in Italia si chiuda in quel momento? No. Perché quel giorno i manicomi italiani ospitavano migliaia di persone, e furono necessari altri vent’anni perché le ultime lasciassero quegli spazi. Ma soprattutto perché il manicomio non è soltanto un luogo che si può chiudere una volta per tutte; è anche uno stile di fare psichiatria – e un equilibrio nelle relazioni che sono anche relazioni di potere – che può ritornare ad aprirsi o a chiudersi ogni volta che un operatore e un paziente s’ incontrano nella cura. Per questa ragione le tracce – parole, cose – che ci rimangono della storia dei manicomi sono importanti, in quanto ci parlano del nostro presente, oltre che del passato. E se non è più possibile “ricomporre l’infranto” sono una risorsa da utilizzare per interpretare il presente e per non ripetere gli stessi errori sotto forme diverse.☺

Associazione “Mai più sole-Non una di meno”

L’associazione di promozione sociale, “Mai piu’ sole-Non una di meno”, di Termoli, con il patrocinio del Comune, in collaborazione con la Caritas, l’Università del Molise sede di Termoli, il Centro di Salute Mentale, la rivista la fonte, il Liceo artistico Jacovitti di Termoli, la Fondazione “Lorenzo Milani”, la FlcCgil. l’ANPI, propongono la mostra documentaria “I fiori del male. Donne in manicomio nel regime fascista” nei giorni dal 6/11/18 al 16/11/18, presso i locali del Vescovato di Termoli.

 

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