La città della lingua
18 Settembre 2021
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La città della lingua

Riposti costume e ombrellone, come ogni anno ci si chiede in questi giorni qual è stata la colonna sonora dell’estate 2021. Più che per i soliti tormentoni che ci hanno fatto compagnia in spiaggia e nei locali, le roventi giornate che ci siamo lasciati alle spalle saranno forse ricordate per l’Inno di Mameli. Gli Europei di calcio prima e la cascata di medaglie d’oro regalata poi dalle Olimpiadi di Tokyo, e in particolare dalla regina degli sport, l’atletica leggera, ne hanno fatto spesso risuonare le note, risvegliando con orgoglio il senso di appartenenza all’Italia. E pensare che il Canto degli Italiani – questo il nome ufficiale – adottato in via provvisoria dal Consiglio dei ministri il 12 ottobre 1946, quando l’Italia diventò una repubblica, è stato ufficialmente riconosciuto come inno nazionale solo nel 2017, dopo 71 anni di provvisorietà e dopo numerose critiche, tanto che più volte si è parlato della sua sostituzione. Ma nessuna delle opzioni presentate, incluso il Va’ pensiero di Verdi, risultato vincitore in un sondaggio radiofonico degli anni Cinquanta quale nuovo inno, è riuscita a soppiantare il linguaggio piuttosto arcaico e i richiami alla lotta armata (talora ritenuti di destra) di Fratelli d’Italia.

Non ha alcuna pretesa di sostituire il Canto degli Italiani, ma sta facendo parlare di sé un altro inno, che dei valori comuni alla nazione esalta invece quello linguistico. Si tratta dell’Inno al Placito Capuano, primo vero documento ufficiale scritto in volgare italiano. Su suggerimento del professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, il testo di quello che è considerato il solenne atto di nascita della lingua italiana è stato recentemente musicato dai maestri e dagli allievi del Liceo musicale di Capua, città che dal 2005 ospita ogni anno una suggestiva rievocazione storica del Placito Capuano. Come nella Capua del 960, viene nuovamente emessa la sentenza a favore dell’Abate di Montecassino Aligerno, che rivendicava la proprietà di un terreno in Aquino posseduto illegalmente da un certo Rodelgrimo. Secondo il rito del diritto germanico, l’evento giudiziario si svolge ancora all’aperto, davanti al Palazzo dei Principi longobardi, alla presenza del popolo e delle massime autorità del Principato di Capua. Il Giudice Arechisi consente che i tre testimoni designati dall’Abate pronuncino la loro dichiarazione giurata in lingua volgare per agevolare chi non conosceva la lingua ufficiale, cioè il latino aulico usato nei documenti. Ed ecco la famosa dichiarazione in volgare trascritta nel Placito dal notaio capuano Atenolfo: Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti (“So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trent’anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto”). Nonostante sia ancora latina la forma del genitivo Sancti Benedicti, il documento presenta chiaramente alcuni fenomeni linguistici tipici del volgare di area campana, quali per esempio kelle e possette. È per questa ragione che il Placito Capuano segna la nascita di una nuova lingua, derivante dal latino, dalla quale poi deriveranno tante altre lingue dell’intera Europa. Un primato tanto importante per Capua, che è stata eletta la Città della Lingua. La pergamena del Placito Capuano del marzo 960 è invece conservata ed esposta presso la sala del Tesoro dell’Abbazia Benedettina di Montecassino.☺

 

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