Polvere e palle
30 Aprile 2016
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Polvere e palle

Fra qualche tempo quasi certamente non sentiremo più parlare di “Regione Molise”. Dopo oltre cinquant’ anni dalla sua istituzione, l’Ente che governa questo territorio, inesorabilmente chiuderà i battenti. Starnazzeremo per un po’ ma, anche stavolta, ce ne faremo una ragione. Siamo ormai assuefatti a tutto, persino al governo Frattura che  non è peggiore degli altri, ma solo l’ultimo, in perfetta sintonia con i precedenti, di centro, di centrosinistra, di centrodestra. Si spera che a qualcuno prima o poi verrà voglia di avviare una discussione sul perché non siamo stati capaci di esercitare i poteri dell’autonomia fortemente voluta da quei molisani che avevano anche un’idea di cosa farsene. Purtroppo alle buone intenzioni dei Costituenti sono seguite le pessime pratiche dei politicanti, non solo da noi ma nell’intero paese. L’istituto del decentramento, concepito come percorso democratico per avvicinare i cittadini alle istituzioni, è stato realizzato con la tecnica della clonazione: venti centri di poteri al posto di uno, tutti regolati dalle intese maturate nella Conferenza delle Regioni, luogo di inciuci che a breve sarà sostituito dal nuovo Senato. Non è un caso che tutte e venti sono diventate centri di malaffare.

La domanda a questo punto viene spontanea: di chi la responsabilità di questo enorme flop? Si spera che, almeno dopo la tumulazione, l’elaborazione del lutto sia rapida, non senza dolore, in grado tuttavia di consentire una obiettiva ricostruzione dei fatti e delle responsabilità che hanno determinato il fallimento. Nel frattempo, per non smentirci, ci muoviamo come abbiamo sempre fatto: mobilitando le truppe, “tanto passerà anche questa”. Che non si sia compresa la portata della sconfitta, lo dimostra il fatto che invece di trattare una buona resa ci attrezziamo per costruire muri e dighe sperando in una nuova dilazione. Eppure, di tempo per difendere la nostra identità, la nostra cultura, i nostri sogni, ne abbiamo avuto tanto in questi cinquant’anni di allegria; avremmo potuto impiegarlo per sviluppare le potenzialità del nostro territorio ed offrire un futuro dignitoso alla nostra gente. Ai politici regionali, che hanno assunto responsabilità di governo negli anni dell’ autonomia, sarebbe bastato raccogliere le raccomandazioni di uno dei loro migliori maestri, contenute nell’appassionato intervento tenuto alla camera dei deputati in occasione dell’approvazione della legge istitutiva dell’Ente per comprendere che la realizzazione di quel sogno avrebbe richiesto un impegno straordinario di tutti i molisani. polvere e palle

In questo mezzo secolo di storia regionale, l’appello dell’on. Sedati è stato ignorato: invece di costruire l’autonomia, gli eredi politici del deputato, pensarono bene di mettere al riparo da ogni tempesta un bene più prezioso, le numerose poltrone che la stessa offriva per ospitare i bullonatissimi culi, a prescindere dal colore delle loro mutande e per mantenerla, l’autonomia, sperperarono quantità ingenti di risorse statali impiegate per favorire brillanti carriere e dispensare laute ricompense ai sostenitori del principe di turno, confondendo La Città del Sole col paese dei balocchi. Oggi che la festa è finita non è poi così difficile riconoscerli, i beneficiari di tanta generosità. A protestare contro il rischio di perdere l’autonomia non sono i soliti sfigati, i disoccupati, i giovani, gli emarginati, gli scartati, i terremotati, questa volta è toccata a loro, quelli che sono sempre stati dall’altra parte del tavolo. Gli altri, i contestatori abituali, non ci sono più perché “li hanno portati tutti via”. A presidiare, non il posto di lavoro ma il potere che esercitano nei fortini di rispettiva competenza, adesso ci sono quelli che contano e, lancia in resta, al grido di “avanti Savoia”, difendono gli ospedali, i tribunali, le prefetture, le province, le regioni, in estrema sintesi quella che chiamano autonomia: il rischio di perdere “polvere e palle” è a portata di mano.

Alcuni mesi fa la commissione Vietti, istituita dal Governo per ridisegnare la geografia giudiziaria, così si esprimeva in un documento condiviso anche dal Parlamento: “l’attuale dislocazione territoriale dei distretti di Corte di Appello sul territorio Italiano appare fortemente disomogenea. Al riguardo un cenno ai due estremi di Milano e Campobasso dà il senso a questa affermazione. La Corte di Appello di Milano eroga servizi per oltre 6 milioni di abitanti mentre quella di Campobasso ad una popolazione di poco superiore ai 300 mila”. Confutare questi dati o contrastare la logica che sottende il lavoro della suddetta commissione mi pare del tutto inutile. Per un territorio che misura meno di 5.000 Km quadrati e che contiene poco meno di 314.000 abitanti il destino è già segnato. Spesso ci arrabbiamo  quando ascoltiamo commenti di questo tipo “Per un posto così piccolo e così bello si sarebbe potuto pensare a una location cinematografica, a un luogo di sperimentazione amministrativa ma non a una regione” non si comprende che l’autonomia regionale già non esiste da quando, parecchi anni fa, è stato nominato un commissario, ancorché presidente della regione, che gestisce la Sanità con i poteri delegati. A tale proposito è il caso di ricordare che la spesa sanitaria incide sul bilancio regionale per oltre il 70%, che, tradotto, significa aver perso il 70% di autonomia, e nessuno fino ad oggi ha gridato allo scandalo. Facciamo ancora in tempo a scegliere con chi condividere il nostro futuro.

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