Maria concetta barone
29 Aprile 2017
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Maria concetta barone

Zia Tittù è una rosa: ma non uno di quei fiori che si trovano in splendide, profumose composizioni; zia Tittù non è uno dei tanti fiori che rende l’insieme piacevole da guardare. E’ una rosa di campo che ruba tutta la scena per sé. È una rosa che puoi ammirare in tutta la sua profumata bellezza; ti nutri di quei suoi colori vivi, sorridi perdendoti nel numero dei petali che la compongono, ma non ti permetti di sradicarla dal suo campo. Le spine che la proteggono, la natura selvaggia di cui si circonda, placano la tua sete di portarla via con te. E quando ti allontani da quella rosa di campo che ti ha indotto splendide riflessioni, quasi ti penti di essere andato via: ma il profumo di quella rosa è così bello, è così intenso, che è impossibile da dimenticare. Rimane con te, anche se sei lontano.
Zia Tittù è un vento forte, un maestrale che si alza improvvisamente. Il suo arrivo in una stanza è capace di squarciare una qualsiasi bonaccia e, senza che te ne renda conto, ti trovi coinvolto in una divertente danza da lei guidata; un vortice di parole, di allegria, di sconfinata cultura che ti fa venire ancor più voglia di starle dietro. È una presenza che si impone ovunque, che non rimane in disparte; zia Tittù non è scenografia, zia Tittù è attore protagonista. E ti ritrovi rapito da lei sia se ti spiega una terzina del Paradiso dantesco, sia se fa un’arringa sul perché non si può trasformare l’estrazione di un numero della tombola in un’espressione matematica.
Zia Tittù è un’incantatrice di serpenti: chiunque la starebbe a sentire quando dalla sua sacca tira fuori un flauto ed inizia a suonare. Si è attratti dalla melodia che esce da quelle labbra sagge sia se si è adulti alla ricerca di un mondo parallelo che si trova nella poesia sia se si è bambini.
Ricordo quando andavamo da lei al mare e ci radunava intorno al suo tavolo come gattini intorno a ciotole di latte: utilizzava la sua voce da cantastorie per raccontarci fiabe di altri mondi, racconti di paura o storie di amori regali. Ricordo che i castelli di sabbia di cui lei era ufficiale progettista, ingegnere e architetto si trasformavano nella casa dei sogni quando lei iniziava a tessere storie sui loro abitanti: e allora un bastoncino di legno e un’alga si trasformavano in una splendida principessa che sembrava sentir parlare tramite la voce di zia Tittù. Ricordo che quella stessa voce, che rendeva parlanti i granchi e poetesse le principesse di mare dai capelli d’alga, è rimasta punto di riferimento anche quando siamo stati più grandi, sempre disponibile ad approfondire la nostra sete di conoscenza, provocando in noi domande che altrimenti sarebbero rimaste solo nebbie destinate a dissolversi.

Mai gelosa della sua conoscenza, una fonte da cui attingere senza fine.
La cosa che mi è mancata di più in questi mesi è forse proprio la voce di zia Tittù, della mia George, e del poliedrico uso che ne faceva: e sebbene aumentassero i giorni senza sentirla, sebbene aumentasse il timore di non ricordarla più, di dimenticarne il tono, riesco a percepirla ancora chiaramente, in ogni sua minima sfumatura.
Questo a mio parere è il potere più grande di nostra zia: impedire a chiunque l’abbia conosciuta di dimenticarsi di lei.
Siamo certi che continuerà ad amare, guidare e proteggere tutta la sua grande famiglia dall’alto, in uno stretto abbraccio con Nonno Pasquale e Nonna Carmela.
Ti vogliamo bene, per sempre.
I tuoi nipoti

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