Armata di luce
29 Aprile 2017
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Armata di luce

Da qualcosa devo pur cominciare, per uscire dal caos che ho dentro, di sentimenti, dolore, memorie.
Già il fatto di volere parlare di te che non ci sei, rende ridicola ed inefficiente l’azione; perché tu sei qui, ancora, come tutto il meraviglioso ed imperdibile eterno di noi, anche quando scappiamo via o andiamo lentamente o inavvertitamente attraversiamo la soglia, la porta o non so dire, che altro dovrei dire. Il tempo sembra sovrastarci ma non è il tempo che interessa, tu sei già lì, anno 1983: Lisabetta eri tu non perché fosse importante la novella di Boccaccio teatralizzata ma perché fra trenta persone, tu venisti fuori con quelle che sono le tue principali essenze.
Ricordo di aver chiesto di sederti su uno sgabello, spalle al pubblico, di girare leggermente il busto, fare una mezza rotazione con il collo ed il viso a metà fra la luce dell’obiettivo – luce rosso scuro – e me. Ti girasti, ed avevi già:
la fotogenia come innesto fra oggetto ed un obiettivo;
il gesto del personaggio che ridà la visione di linguaggi lontani sconosciuti, di luoghi ignorati;
il ritmo attoriale (la cadenza) principio estetico fondamentale di evocazione, suggestione attraverso cui la “successione dei quadri” raggiunge la perfezione;
la fruizione espressiva della natura – personaggio: né sfondo, né macchina teatrale, ma luogo di visione interiore.
Racchiudevi la forma di essere linguaggio, la forma di essere spettacolo, la forma di essere arte con una particolare organizzazione dello sguardo, il tuo, che guardava me e il restante.
Avevi allora, come dopo nella poesia e nella scrittura, i tratti di verità, un flusso fra spectator e chi opera, una costante dalle linee precise.
Non guardavi la vita, la penetravi e questa penetrazione permetteva allora, come nella foto che ho davanti del 2010, come nelle tue pagine o nelle tue poesie, di vedere il miracolo assoluto della tua presenza reale.
Non volevi rappresentare, ma evocare, suggestionare con la tua visione d’artista, armonizzata secondo un particolare uso plastico di colori e di linee.
Può nascere un nuovo paesaggio zero dall’equivoco delle tue palpebre che battono; abbiamo una drammaturgia tenera, tenace, legata al filo del tuo corpo.
Ora le tue gambe sono sulla sedia di Visicari, Lost si strofina; tu ridi, con lentezza sollevi la maschera delle tue ciglia vicino al melograno, sempre in primo piano la tenerezza del tuo volto proteso a Franco che legge, alla risacca lontana, all’assoluto del tuo volto: ti giri e dichiari che potremmo avere conseguenze meravigliose.
C’è la soglia del desiderio che è la perfezione fra le varie arti che tu hai sempre conosciuto, (non so dire se solo culturalmente o in maniera anche spontanea) per quel miracolo che avviene per cui esisti come commozione assoluta tra la mano e l’occhio.
È la sgranatura della tua pelle
filiforme natura stessa degli alberi e dell’onda che tocchi,
il tramonto che sfiori a Selinunte, nulla turba l’equilibrio,
neppure il precipizio che stai attraversando, non supinamente
ma scandendo parole di amore e libertà che ti sono proprie.
Vedo svolazzare l’ala del tuo cappello leggero,
i fiori si sfaldano in petali: li rincorri fino al viola della buganvillea;
ti giri di nuovo, c’è l’ombra della tua palpebra,
l’intimo scuro che rende quasi impudico l’attimo.
Fremi con l’angolo del tuo occhio – penombra violacea e infossata la tua occhiaia -.
Imprescindibile il ridere punteggiato dei tuoi occhi
fra un ciuffo ribelle che ti copre il viso e il taglio della colonna.
Manca lo sfondo del mare, ma in questo ci sei tu, i tuoi capelli,
le tue mani, i tuoi occhi sbiancati dal sole vogliono offrire la messa in scena completa.
Ecco, il brillio indecifrabile della pupilla mi porta quasi ad avere paura dell’ignoto.
Melagrana che si spacca in mille pezzi di storia, si staccano i chicchi.
Vibrano le tue parole leggere, diventano una rete in cui sgusciano pesci d’argento che sono la tua voce profonda, il timbro, il suono, la tenerezza.
E siamo all’estetica della sensualità, arrivi a sottolineare d’improvviso la tua alterità all’angolo della bocca. Una forma di alberi irride il cielo, sgrana il tuo labbro, si affida all’eternità attendendo che la perfidia, in ombra, in ogni ombra, s’impossessi della tua erratica forma, del sorriso, dell’impercettibile movimento brusco del sopracciglio.
Non ho possibilità di fermarti, qualsiasi imperativo diventa inutile: armata di luce e di vita per sempre vuoi andare e vai con l’assoluta certezza che la tua luce riporti tutto al centro, al silenzio, alla musica.
Non posso neppure fermarti con il suono di un’orchestra per la tua voce bruna, o di un canto di protesta o di una voce a te cara, che ti richiami: mi manca questa competenza che tu hai assoluta.
Tu sai di essere sparsa ovunque al d’intorno, al sempre, all’adesso, al noi, al tutto; non posso evadere da questa tua consapevolezza della vita e dalla mia incertezza
Il progetto era, forse, mio. Tu sei l’artista assoluta di questa drammaturgia e sceneggiatura. Posso solo scrivere: dissolvenza, buio.

La Fonte

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