costituzione tradita
2 Dicembre 2010 Share

costituzione tradita

 

La Costituzione generava un processo di costruzione sociale con l’intreccio tra uguaglianza e libertà, pari diritti e opportunità; un patto sociale animato dall’impegno a “rimuovere gli ostacoli di ordine sociale ed economico che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3).  Il percorso avviato entra profondamente in crisi nel tempo della globalizzazione, perché i processi politici ed economici non sono più tarati sui bisogni e le attese di tutti, ma sulla prevalenza degli interessi di pochi. Mentre ci si discostava, sempre più drammaticamente, da tali finalità si costituivano strumenti conoscitivi adatti a monitorare la forbice della disparità sociale ed economica del paese.

A fronte di una conoscenza puntuale delle trasformazioni sociali che registravano l’aumento della forbice tra benessere e povertà ci si avviava sempre più a sostenere la parte più solida del paese – la cosiddetta società dei due terzi – fino all’attuale esito di un impoverimento generale della popolazione italiana. Dal 1984  il governo instituiva una propria Commissione di indagine sulla povertà in Italia, divenuta dal 2000 Commissione di indagine sull’esclusione sociale, presieduta, la prima, da Ermanno Gorrieri, fino all’attuale presieduta da Marco Revelli della università del Piemonte orientale. Venivano puntualmente pubblicati i rapporti 1984-85, 86-87, 88-90, 90-93, 94-96, 97, 98-2000, 2001, 2002-2005 e 2005-2008, che registravano la situazione allarmante di persone e famiglie in povertà o  sulla “soglia” della povertà, ma la politica economica del paese ha percorso strade lontane dalla consapevolezza dei fenomeni sociali.

Un altro processo costituzionale di indirizzo significativo, è quello che si può ricavare dall’intreccio dell’art. 11 con l’art. 2 della Costituzione.

Il primo recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. È evidente in questo articolo la memoria fresca e la reazione alle guerre coloniali, all’occupazione dell’Etiopia e dell’Albania, alla tragedia della seconda guerra mondiale. Ma è soprattutto un impegno vincolante per il futuro, senza lasciare margini a interpretazioni equivoche. Non voleva essere un mettersi a parte rispetto alle vicende del mondo, ma un mettere in sordina, fino al ripudio, la cultura militarista e belligerante. Anche questo fino al crollo del muro di Berlino (1989) poiché il potenziale militare italiano era vincolato ai limiti stabiliti dalla Conferenza di Yalta, in quanto nazione perdente e colpevole della seconda guerra mondiale.

Il secondo, l’art. 2, recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili  di solidarietà politica, economica e sociale”. Dall’intreccio ideale dei due – insieme ad altri passaggi per brevità non richiamati – si intravede e si delinea l’intento orientativo del percorso futuro dei padri costituenti La Costituzione chiedeva e chiede di costruire un mondo senza violenza (art.11) e senza ingiustizie (art. 2 e 3).

Purtroppo, sul piano internazionale ed interno, si profila sempre più minaccioso un clima opposto, che tende a vedere nell’altro una minaccia, in quanto diverso: per religione, etnia, condizione sociale, convinzioni etiche o politiche. Invece di opportunità di relazione capaci di svelare la complessità, invece di incontro tra le differenze che attenui intolleranza e violenza, la percezione dell’altro come minaccia rischia di degenerare nella percezione di lui come nemico, magari un nemico da creare o enfatizzare con operazioni mediatiche o culturali precise.

Questo clima è non solo pericoloso ma in rotta di collisione con la Costituzione. Costruendo con cura nemici per poi poterli schedare, fermare o combattere, si cancella il movimento dialettico fra orizzonti culturali diversi e si afferma un assolutismo mentale che nega a priori la possibilità del confronto e del contrasto, anche duro, ma rispettoso di un effettivo pluralismo, si riafferma la cultura militarista e violenta del dominio.

Ci si ritrova così in guerre, vicine e lontane, rinonimate, per tacitare la coscienza, missioni di pace; ci si blinda di fronte alle immigrazioni, spacciando per sicurezza la logica violenta del rifiuto preconcetto, dimentichi che prima si era venuti meno ad ogni impegno di solidarietà con i paesi poveri. Si ambisce stare sulla scena internazionale con l’immagine dei forti capaci di prevalere, mentre si abbandonano le vie della giustizia e della pace.

Diceva don Milani ai suoi ragazzi, ai quali si rivolgeva ispirato dal Vangelo e dalla Costituzione, che abbiamo bisogno di persone “che stiano in alto, mirino in alto e sfottano crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso”.  ☺

 

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