Lettera aperta a quanti vogliono farsi artigiani di pace
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo…”. Tutta l’amarezza per l’efferatezza della guerra, di ogni guerra puntualmente perseguita o non esclusa da governi di ogni colore politico, che siano o semplicemente si dichiarino democratici, la troviamo racchiusa in questa poesia del Quasimodo. Mai come oggi c’è bisogno di artigiani di pace che alzino la voce, che vengano allo scoperto, che siano lievito perché tutti si diventi costruttori di pace. Se vuoi la pace lavora per la pace, perché essa non accadrà senza di te, e questo non solo per deviare il corso della storia incamminatasi ineluttabilmente verso la terza guerra mondiale, non ancora dichiarata, ma già accesa in tanti punti geografici abitati da persone umane. Non vorrei sembrare catastrofista, né tanto meno essere scambiato per un apocalittico che come Cassandra annuncia solo sciagure. Ho il fondato timore che veniamo percepiti come quel clown che si era appena truccato di tutto punto quando scoppiò un incendio nel circo. Per non frapporre indugi corse vestito così in piazza ad invocare aiuto ma, nonostante i forti e determinati appelli, non lo presero sul serio. Tutti pensarono ad una trovata pubblicitaria per attrarre allo spettacolo, finché l’incendio divampato non avvolse il paese e ogni intervento risultò tardivo e inefficace perché il fuoco aveva abbracciato ogni cosa. Non è in gioco la nostra credibilità di annunciatori, che pure è importante, ma l’annuncio stesso. Nessuno può prendersi il lusso di tacere in questo frangente storico in cui ognuno deve essere inchiodato alle sue responsabilità e deve fare l’impossibile perché tutti ci si inerpichi per sentieri di pace, benché non siano facilmente percorribili.
Siamo concordi che la pace non si ottiene esponendo una bandiera arcobaleno o scendendo in piazza o facendo una marcia, ma neppure dobbiamo trascurare il potere dei segni. Dal 2003, anno in cui uno dei catastrofici Bush dichiarò guerra all’Iraq, i cui tragici effetti, come riportano le cronache, purtroppo sono ancora agli inizi, poiché la Esso si accaparrò l’esclusiva dei rifornimenti, non mi sono più fermato ad un distributore di quella compagnia, con tutto l’incubo di chi viaggia con me quando vede accendersi la spia della riserva. Oggi molti si chiedono dove sono finiti i pacifisti e come è possibile che da cultura cristiana e socialista possa germinare guerra e violenza.
Il 2 ottobre è la giornata internazionale della nonviolenza. Perché non cominciamo ad approfondire questa scelta di vita, riproposta da Gandhi e poi da Tolstoj, Martin Luther King ecc., tanto più che per i cristiani il fondamento della nonviolenza è nelle parole e prassi di Gesù di Nazareth? Non è vigliaccheria perché è più facile essere violenti che nonviolenti, anche per le polizie, perciò è necessario un serio allenamento. Come è possibile che il 4 novembre insieme alla commemorazione dei caduti in guerra si celebri la giornata delle forze armate? O che il 2 giugno, festa della Repubblica, si solennizzi con la parata militare? Il valore di uno stato non può dipendere dai muscoli che riesce ad ostentare! Non sarebbe il caso che sulla dichiarazione dei redditi ci venisse chiesto se vogliamo finanziare la difesa armata – e quindi dilapidare denaro acquistando anche boiate come gli F 35 – o la difesa popolare nonviolenta? Lo stato italiano spende 70 milioni di euro al giorno in armi e armati per giocare alla guerra, forse sarebbe il caso che tutte queste risorse anziché essere usate per uccidere vengano utilizzate per migliorare le condizioni di vita!
Accogliamo sempre con maggior fastidio gli sbarchi dei migranti, tanto che ormai siamo indifferenti se non sollevati quando apprendiamo che qualche carretta del mare è affondata con tutto il carico umano. Se Frattini, l’ex ministro, grida “uccisa una madre” e Salvini, segretario della lega, arriva a dire “qualcuno deve pagare”, non è perché stanno piangendo la disgraziata sorte dei migranti, ma l’uccisione dell’orsa Daniza! Di essa sappiamo tutto, i nomi e le storie di quanti fuggono dalle loro patrie non suscitano invece particolari sentimenti perché non vogliamo riconoscere il diritto di muoversi liberamente sull’unico pianeta, casa comune dell’intera umanità. Armiamo le nazioni, fomentiamo le guerre, cerchiamo in ogni caso un ritorno economico, ma non ci interessano le persone. Abbiamo inneggiato alla primavera araba, ma invece avevamo solo destabilizzato le dittature che non rispondevano ai nostri interessi e alla possibilità di continuare a comandare per interposte persone. Oggi abbiamo il terrore di situazioni che, essendoci sfuggite di mano, non riusciamo più a controllare.
Pace è interessarsi alle sorti dell’umanità promuovendo la dignità degli esseri umani e impegnandosi per restituire il primato ad una politica ormai a rimorchio dell’economia. Capitalismo e finanza speculativa, come il tornaconto di banche e multinazionali creano ingiustizia e non possono lasciarci indifferenti. Solo rimuovendo le cause cambieranno gli effetti. Parlare di pace non è fare del futile e alienato irenismo, ma è coinvolgimento a 360 gradi smilitarizzando il linguaggio, diventando artigiani, costruttori con ogni essere umano di relazioni autentiche e paritarie con le proprie mani, capacità, iniziative, stile, con la stessa vita e poi prestando una nuova attenzione al clima, all’ambiente, alla madre terra e solo allora il corso della storia potrà prendere una nuova piega.
Mai con le armi si è costruita la pace, se non quella dei cimiteri. Chi sostiene: si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) non dimentichi mai che si vis bellum para culum! ☺
Lettera aperta a quanti vogliono farsi artigiani di pace
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo…”. Tutta l’amarezza per l’efferatezza della guerra, di ogni guerra puntualmente perseguita o non esclusa da governi di ogni colore politico, che siano o semplicemente si dichiarino democratici, la troviamo racchiusa in questa poesia del Quasimodo. Mai come oggi c’è bisogno di artigiani di pace che alzino la voce, che vengano allo scoperto, che siano lievito perché tutti si diventi costruttori di pace. Se vuoi la pace lavora per la pace, perché essa non accadrà senza di te, e questo non solo per deviare il corso della storia incamminatasi ineluttabilmente verso la terza guerra mondiale, non ancora dichiarata, ma già accesa in tanti punti geografici abitati da persone umane. Non vorrei sembrare catastrofista, né tanto meno essere scambiato per un apocalittico che come Cassandra annuncia solo sciagure. Ho il fondato timore che veniamo percepiti come quel clown che si era appena truccato di tutto punto quando scoppiò un incendio nel circo. Per non frapporre indugi corse vestito così in piazza ad invocare aiuto ma, nonostante i forti e determinati appelli, non lo presero sul serio. Tutti pensarono ad una trovata pubblicitaria per attrarre allo spettacolo, finché l’incendio divampato non avvolse il paese e ogni intervento risultò tardivo e inefficace perché il fuoco aveva abbracciato ogni cosa. Non è in gioco la nostra credibilità di annunciatori, che pure è importante, ma l’annuncio stesso. Nessuno può prendersi il lusso di tacere in questo frangente storico in cui ognuno deve essere inchiodato alle sue responsabilità e deve fare l’impossibile perché tutti ci si inerpichi per sentieri di pace, benché non siano facilmente percorribili.
Siamo concordi che la pace non si ottiene esponendo una bandiera arcobaleno o scendendo in piazza o facendo una marcia, ma neppure dobbiamo trascurare il potere dei segni. Dal 2003, anno in cui uno dei catastrofici Bush dichiarò guerra all’Iraq, i cui tragici effetti, come riportano le cronache, purtroppo sono ancora agli inizi, poiché la Esso si accaparrò l’esclusiva dei rifornimenti, non mi sono più fermato ad un distributore di quella compagnia, con tutto l’incubo di chi viaggia con me quando vede accendersi la spia della riserva. Oggi molti si chiedono dove sono finiti i pacifisti e come è possibile che da cultura cristiana e socialista possa germinare guerra e violenza.
Il 2 ottobre è la giornata internazionale della nonviolenza. Perché non cominciamo ad approfondire questa scelta di vita, riproposta da Gandhi e poi da Tolstoj, Martin Luther King ecc., tanto più che per i cristiani il fondamento della nonviolenza è nelle parole e prassi di Gesù di Nazareth? Non è vigliaccheria perché è più facile essere violenti che nonviolenti, anche per le polizie, perciò è necessario un serio allenamento. Come è possibile che il 4 novembre insieme alla commemorazione dei caduti in guerra si celebri la giornata delle forze armate? O che il 2 giugno, festa della Repubblica, si solennizzi con la parata militare? Il valore di uno stato non può dipendere dai muscoli che riesce ad ostentare! Non sarebbe il caso che sulla dichiarazione dei redditi ci venisse chiesto se vogliamo finanziare la difesa armata – e quindi dilapidare denaro acquistando anche boiate come gli F 35 – o la difesa popolare nonviolenta? Lo stato italiano spende 70 milioni di euro al giorno in armi e armati per giocare alla guerra, forse sarebbe il caso che tutte queste risorse anziché essere usate per uccidere vengano utilizzate per migliorare le condizioni di vita!
Accogliamo sempre con maggior fastidio gli sbarchi dei migranti, tanto che ormai siamo indifferenti se non sollevati quando apprendiamo che qualche carretta del mare è affondata con tutto il carico umano. Se Frattini, l’ex ministro, grida “uccisa una madre” e Salvini, segretario della lega, arriva a dire “qualcuno deve pagare”, non è perché stanno piangendo la disgraziata sorte dei migranti, ma l’uccisione dell’orsa Daniza! Di essa sappiamo tutto, i nomi e le storie di quanti fuggono dalle loro patrie non suscitano invece particolari sentimenti perché non vogliamo riconoscere il diritto di muoversi liberamente sull’unico pianeta, casa comune dell’intera umanità. Armiamo le nazioni, fomentiamo le guerre, cerchiamo in ogni caso un ritorno economico, ma non ci interessano le persone. Abbiamo inneggiato alla primavera araba, ma invece avevamo solo destabilizzato le dittature che non rispondevano ai nostri interessi e alla possibilità di continuare a comandare per interposte persone. Oggi abbiamo il terrore di situazioni che, essendoci sfuggite di mano, non riusciamo più a controllare.
Pace è interessarsi alle sorti dell’umanità promuovendo la dignità degli esseri umani e impegnandosi per restituire il primato ad una politica ormai a rimorchio dell’economia. Capitalismo e finanza speculativa, come il tornaconto di banche e multinazionali creano ingiustizia e non possono lasciarci indifferenti. Solo rimuovendo le cause cambieranno gli effetti. Parlare di pace non è fare del futile e alienato irenismo, ma è coinvolgimento a 360 gradi smilitarizzando il linguaggio, diventando artigiani, costruttori con ogni essere umano di relazioni autentiche e paritarie con le proprie mani, capacità, iniziative, stile, con la stessa vita e poi prestando una nuova attenzione al clima, all’ambiente, alla madre terra e solo allora il corso della storia potrà prendere una nuova piega.
Mai con le armi si è costruita la pace, se non quella dei cimiteri. Chi sostiene: si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) non dimentichi mai che si vis bellum para culum! ☺
Lettera aperta a quanti vogliono farsi artigiani di pace
Lettera aperta a quanti vogliono farsi artigiani di pace
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo…”. Tutta l’amarezza per l’efferatezza della guerra, di ogni guerra puntualmente perseguita o non esclusa da governi di ogni colore politico, che siano o semplicemente si dichiarino democratici, la troviamo racchiusa in questa poesia del Quasimodo. Mai come oggi c’è bisogno di artigiani di pace che alzino la voce, che vengano allo scoperto, che siano lievito perché tutti si diventi costruttori di pace. Se vuoi la pace lavora per la pace, perché essa non accadrà senza di te, e questo non solo per deviare il corso della storia incamminatasi ineluttabilmente verso la terza guerra mondiale, non ancora dichiarata, ma già accesa in tanti punti geografici abitati da persone umane. Non vorrei sembrare catastrofista, né tanto meno essere scambiato per un apocalittico che come Cassandra annuncia solo sciagure. Ho il fondato timore che veniamo percepiti come quel clown che si era appena truccato di tutto punto quando scoppiò un incendio nel circo. Per non frapporre indugi corse vestito così in piazza ad invocare aiuto ma, nonostante i forti e determinati appelli, non lo presero sul serio. Tutti pensarono ad una trovata pubblicitaria per attrarre allo spettacolo, finché l’incendio divampato non avvolse il paese e ogni intervento risultò tardivo e inefficace perché il fuoco aveva abbracciato ogni cosa. Non è in gioco la nostra credibilità di annunciatori, che pure è importante, ma l’annuncio stesso. Nessuno può prendersi il lusso di tacere in questo frangente storico in cui ognuno deve essere inchiodato alle sue responsabilità e deve fare l’impossibile perché tutti ci si inerpichi per sentieri di pace, benché non siano facilmente percorribili.
Siamo concordi che la pace non si ottiene esponendo una bandiera arcobaleno o scendendo in piazza o facendo una marcia, ma neppure dobbiamo trascurare il potere dei segni. Dal 2003, anno in cui uno dei catastrofici Bush dichiarò guerra all’Iraq, i cui tragici effetti, come riportano le cronache, purtroppo sono ancora agli inizi, poiché la Esso si accaparrò l’esclusiva dei rifornimenti, non mi sono più fermato ad un distributore di quella compagnia, con tutto l’incubo di chi viaggia con me quando vede accendersi la spia della riserva. Oggi molti si chiedono dove sono finiti i pacifisti e come è possibile che da cultura cristiana e socialista possa germinare guerra e violenza.
Il 2 ottobre è la giornata internazionale della nonviolenza. Perché non cominciamo ad approfondire questa scelta di vita, riproposta da Gandhi e poi da Tolstoj, Martin Luther King ecc., tanto più che per i cristiani il fondamento della nonviolenza è nelle parole e prassi di Gesù di Nazareth? Non è vigliaccheria perché è più facile essere violenti che nonviolenti, anche per le polizie, perciò è necessario un serio allenamento. Come è possibile che il 4 novembre insieme alla commemorazione dei caduti in guerra si celebri la giornata delle forze armate? O che il 2 giugno, festa della Repubblica, si solennizzi con la parata militare? Il valore di uno stato non può dipendere dai muscoli che riesce ad ostentare! Non sarebbe il caso che sulla dichiarazione dei redditi ci venisse chiesto se vogliamo finanziare la difesa armata – e quindi dilapidare denaro acquistando anche boiate come gli F 35 – o la difesa popolare nonviolenta? Lo stato italiano spende 70 milioni di euro al giorno in armi e armati per giocare alla guerra, forse sarebbe il caso che tutte queste risorse anziché essere usate per uccidere vengano utilizzate per migliorare le condizioni di vita!
Accogliamo sempre con maggior fastidio gli sbarchi dei migranti, tanto che ormai siamo indifferenti se non sollevati quando apprendiamo che qualche carretta del mare è affondata con tutto il carico umano. Se Frattini, l’ex ministro, grida “uccisa una madre” e Salvini, segretario della lega, arriva a dire “qualcuno deve pagare”, non è perché stanno piangendo la disgraziata sorte dei migranti, ma l’uccisione dell’orsa Daniza! Di essa sappiamo tutto, i nomi e le storie di quanti fuggono dalle loro patrie non suscitano invece particolari sentimenti perché non vogliamo riconoscere il diritto di muoversi liberamente sull’unico pianeta, casa comune dell’intera umanità. Armiamo le nazioni, fomentiamo le guerre, cerchiamo in ogni caso un ritorno economico, ma non ci interessano le persone. Abbiamo inneggiato alla primavera araba, ma invece avevamo solo destabilizzato le dittature che non rispondevano ai nostri interessi e alla possibilità di continuare a comandare per interposte persone. Oggi abbiamo il terrore di situazioni che, essendoci sfuggite di mano, non riusciamo più a controllare.
Pace è interessarsi alle sorti dell’umanità promuovendo la dignità degli esseri umani e impegnandosi per restituire il primato ad una politica ormai a rimorchio dell’economia. Capitalismo e finanza speculativa, come il tornaconto di banche e multinazionali creano ingiustizia e non possono lasciarci indifferenti. Solo rimuovendo le cause cambieranno gli effetti. Parlare di pace non è fare del futile e alienato irenismo, ma è coinvolgimento a 360 gradi smilitarizzando il linguaggio, diventando artigiani, costruttori con ogni essere umano di relazioni autentiche e paritarie con le proprie mani, capacità, iniziative, stile, con la stessa vita e poi prestando una nuova attenzione al clima, all’ambiente, alla madre terra e solo allora il corso della storia potrà prendere una nuova piega.
Mai con le armi si è costruita la pace, se non quella dei cimiteri. Chi sostiene: si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) non dimentichi mai che si vis bellum para culum! ☺
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