anoressia sociale    di Cristina Muccilli
4 Giugno 2013
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anoressia sociale di Cristina Muccilli

 

Se la – attuale, nostra, odierna – realtà fosse un film sarebbe uno di quelli muti, un film delle origini, personaggi marcati, sentimenti dipinti in volto, due colori a contrasto, a definizione dei soggetti, il bianco e il nero. Se la realtà fosse un film sarebbe Metropolis, l’alienazione, l’angoscia collettiva.

Il suicidio è diventato una pratica anti-crisi, risolviamo così i problemi di disoccupazione, delle pensioni da fame, della perdita di prospettive. Gli ospedali chiudono o riducono la capacità di accoglienza, le visite specialistiche diventano praticabili solo al costo di un taglio al budget familiare. Il territorio è ormai solo, e sempre di più, esclusivamente l’oggetto dell’ingordigia di pochi. E ancora, e ancora e ancora…

Tutti viviamo due vite, parallele o sovrapposte, una quotidiana, con le certezze dei soliti gesti della solita fatica, l’altra collettiva ovattata, precaria, estraniante, lobotomizzante. Siamo informati e inermi, una società che permette alla storia di evolversi senza il proprio apporto.

Certo, ogni tanto nasce ciò che può sembrare l’inizio di un cambiamento, di un nuovo corso, poi l’entusiasmo scema e ci si ferma al primo ostacolo, rimangono le parole senza suono, rimane l’esempio di chi lotta isolatamente, rimangono le giornate di protesta, pardon, giornate  per il lavoro – guai a far vedere che siamo arrabbiati -, giornate a difesa della Costituzione o giornate con grilli per la testa. E nient’altro.

Qualcuno molto più bravo di chi scrive ha definito questo stato di cose con questa espressione: anoressia esistenziale, io immodestamente la cambierei con sociale, storica. La nostra è una incapacità congenita a tenere la schiena dritta, ad una elaborazione autonoma, al pensiero critico. Ma soprattutto è una resa senza condizioni e poco onorevole al capitale, abbiamo accettato priorità e metodi di un sistema economico che ci ha tolto tutto, persino la percezione di essere vivi.

Una società affetta da letargia. Come definire altrimenti l’atteggiamento di paziente attesa (non può far testo l’impazienza acquiescente e permissiva di pochi) davanti all’osceno spettacolo dell’attuale mondo politico? Come definire il silenzio sui commenti alla notte di molotov e scontri con la polizia in Val di Susa, quando si sono usate parole quali terrorismo e attacco allo Stato? Come definire la passiva accettazione dell’azzeramento sociale di una intera generazione? Un esaustivo elenco di domande sarebbe troppo lungo.

Stefano, una brillante laurea in medicina, andrà a Bruxelles per la sua specializzazione, con un salario e la certezza di essere seguito, non vedo la possibilità che rientri nel suo paese per esercitare. Così faranno tanti suoi amici.

Mia madre, ottantacinque anni, è stata colpita da ischemia temporanea, ha passato le prime settantadue ore su di una lettiga del pronto soccorso – col mio giubbotto per cuscino – in una stanzina senza finestre insieme ad altre undici persone – eravamo sei degenti e sei accompagnatori – perché in nessun altro reparto c’era un posto libero. La cosa terribile è che questa è la prassi.

Quindici giorni fa abbiamo allestito un improvvisato e frettoloso presidio sotto gli uffici di una Regione che vuole ad ogni costo continuare lo scempio del territorio con pale eoliche – tra poco inizierà quello dell’autostrada -, eravamo semplicemente sei persone tra cartelli e bandiere che effettuavano una curiosa sosta davanti ad un cancello tra l’indifferenza generale.

Mi chiedo cosa mai ci vorrà ancora perché una nazione decida di prendere nelle proprie mani la responsabilità del proprio futuro, quale immane catastrofe dovrebbe accadere ancora perché una moltitudine di donne e di uomini possa riconoscersi come soggetto che agisce e decide, che disobbedisce e detta regole; a noi molisani non è bastato un terremoto, né l’ impoverimento, la devastazione e la desertificazione culturale dell’intero territorio.

 Trascrivo la definizione di temerarietà, tratta dal De Mauro: audacia sfrontata, impudenza. Sinonimi: avventatezza, baldanza, coraggio, imprudenza, incoscienza, sventatezza, temerità. Non è, per me, un termine qualsiasi, ma una categoria dello spirito, una spinta verso l’alto, una ricetta per una vita sana, o perlomeno accettabile.☺

cristina.muccilli@gmail.com

 

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