Caproni e il pnrr
7 Marzo 2022
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Caproni e il pnrr

Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

Il mio viaggiare

È stato tutto un restare

qua, dove non fui mai.

Questa poesia di Giorgio Caproni, scritta nel 1975, intitolata “Biglietto prima di non andar via” è un ossimoro che esprime bene il bisogno di luogo nel tempo della delocalizzazione e dello spaesamento, la necessità di un senso di appartenenza perduto che già Cesare Pavese aveva colto nel suo tormento esistenziale e che sarà ripreso nella musica cantautoriale italiana degli anni ’50. “Un paese ci vuole”, scriveva Pavese alla metà del ‘900; un paese significa non essere soli, “avere gli amici, del vino, un caffè” avrebbe cantato dieci anni dopo Mario Pogliotti nella straordinaria e quasi dimenticata avventura musicale dei “Cantacronache”. Richiamo i poeti perché gli scrittori, i musicisti, gli artisti vedono le cose prima degli altri: spesso prima degli scienziati e quasi sempre molto prima dei politici, riuscendo a immaginare il tempo che verrà, come era avvenuto coi classici al tempo del Rinascimento: gli unici in grado di parlarci di un tempo nuovo, fonti a cui attingere per costruire il futuro.

Il paese è casa, un tempo si diceva la patria. Che si tratti della nazione intera, o che ci si riferisca al luogo dove si nasce o si vive, ha a che fare col senso di appartenenza a un luogo e a una comunità. Da quando i paesi sono rimasti soli, la coscienza di appartenenza si è indebolita. Dopo la modernizzazione urbanocentrica e capitalista, che ha concentrato le nostre vite nelle città e nei poli industriali e commerciali, i paesi abbandonati e dimenticati si sono trasformati da ambiente di vita a luogo di resistenza, o di “restanza” per riprendere l’efficace espressione di Vito Teti. Oggi anche il paese inteso come comunità locale si è smarrito. Siamo in presenza di uno spaesamento, nel senso del disorientamento, ma anche in quello più letterale di perdita del paese: un indebolimento della coscienza di luogo che è andata di pari passo con la perdita di diritti e di opportunità. Se le differenze territoriali sono diventate disuguaglianze sociali, non è per colpa del destino, ma di scelte compiute e di cambiamenti indirizzati, frutto di politiche che li hanno favoriti e alimentati.

Riuscirà il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) nell’intento di ridurre i divari tra i territori e a ridare fiato ai luoghi? C’è da dubitare che la sua attuazione sia migliore della sua elaborazione. Presi innanzitutto dalla necessità di spendere e di spendere presto, si va diffondendo una isteria da PNRR. Ne abbiamo una prova già nel bando per la presentazione di proposte per la rigenerazione culturale e sociale dei piccoli borghi storici da finanziare nell’ambito del PNRR. Già che si parli di “borghi” e non di “paesi” la dice lunga su quanto il Piano sia lontano dallo spirito di comunità. Un avviso pubblico, con tempi strettissimi considerando l’entità delle risorse: uscito alla vigilia delle vacanze di Natale, i sindaci lo hanno visto in gennaio, la scadenza è al 15 febbraio (regionale) e al 15 marzo (ministeriale). Esso invita i Comuni sotto i 5.000 abitanti a presentare progetti alla svelta, quindi difficilmente agganciati a strategie coerenti di rinascita territoriale e a metodologie partecipative delle comunità locali.

Dal punto di vista delle risorse disponibili (1 miliardo di euro) esse sono distribuite su due linee: una linea A riservata a 21 progetti pilota per la rigenerazione di un borgo individuato da ciascuna regione o provincia autonoma; una linea B per progetti locali di rigenerazione culturale e sociale di piccoli borghi, con ripartizione predeterminata delle risorse tra regioni, secondo criteri che sembrano andare nel senso di dare meno alle regioni più deboli, per cui alla Calabria o al Molise spettano meno soldi che alla Lombardia o al Piemonte. Appare ovvio che la maggior parte delle risorse (linea A) sarà attribuita a pochi luoghi, scelti dalle rispettive regioni, secondo la logica di creare “eccellenze” e lasciare tutto il resto nelle condizioni in cui si trova. Non è creando punti di eccellenza che si attenuano le disuguaglianze. Ci sono tanti piccoli comuni che avrebbero bisogno di 30 o 40 mila euro per tenere aperto un servizio e manutenere una strada… e qui si sceglie la via di dare 20 milioni a uno solo.

Quella delle aree interne italiane è una strada bella e perduta. Come ha osservato l’urbanista Alberto Ziparo, il PNRR – che dovrebbe assicurare futuro e duraturo benessere al Paese – è in realtà un documento che, nonostante l’enfasi sulla digitalizzazione, ripropone logiche vecchie e consolidate. Manca una visione strategica, ambientale e paesaggistica da dare ai progetti, una metodologia partecipativa senza la quale questi si riveleranno interventi episodici, non in grado di durare e di alimentare una effettiva strategia di rinascita, guidati solo dalla logica di portare a casa qualcosa e di creare qualche rara ‘eccellenza’ per poi poter dire “l’abbiamo fatto”. Attenzione, che coi soldi da soli si possono fare altri danni. Ci sarebbe bisogno di investire un altro capitale, affettivo e sociale, quel senso di appartenenza a cui ci rimandano i lontani versi di Caproni.☺

 

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