colmare le disuguaglianze   di Dario Carlone
4 Giugno 2013
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colmare le disuguaglianze di Dario Carlone

 

Scomparsa dall’agenda della politica nazionale di questi ultimi giorni – se mai vi fosse entrata – e salutata dai più ingenui quale evento fortemente innovativo, la “convenzione” per le riforme non ha ancora visto la luce! A lungo auspicata, contornata da fumosi quanto inconcludenti presupposti, è praticamente rimasta “lettera” o meglio “parola morta”.

E veniamo al suo corrispettivo inglese convention [pronuncia: convenscion], utilizzato come versione esterofila del termine italiano “convegno”: il vocabolo è semanticamente ricco ed attiene a diversi settori dell’ambito sociopolitico!

Con esso si designa innanzitutto l’accordo, il trattato, che vincola due o più persone, enti o stati, al rispetto di impegni liberamente presi; in secondo luogo “convenzione” è ciò che comunemente accettiamo e mettiamo in pratica quotidianamente, nei rapporti sociali e nei modi di vivere e di pensare. Il vocabolo sta ad indicare inoltre la riunione di persone che condividono medesimi ideali o valori in campi diversi: nel sistema politico degli Stati Uniti, ad esempio, sono i congressi nei quali i rappresentanti dei due partiti politici americani, quello repubblicano e quello democratico, designano i candidati alle cariche elettive, che si affronteranno, prima della reale competizione elettorale, nelle cosiddette elezioni “primarie”, qui in Italia così tanto “vituperate”.

La critica che da più parti viene mossa a questa “originale proposta” della classe politica italiana non riguarda però semplicemente il nome, la composizione o la presidenza; di tale “convenzione” non è parso ancora chiaro – anche se ormai tutto si sta dissolvendo in una bolla di sapone – l’obiettivo al quale tendere. “Convenzione” sembra essere diventata la “parola magica” per nascondere ancora una volta l’ indifferenza e la distanza di un ceto dirigente che tenta esclusivamente di salvaguardare se stesso, ricorrendo all’artificio e ai buoni propositi soltanto enunciati.

Sono altre invece le parole cui fare ricorso. Altri i nodi da affrontare. Diverse le strade da seguire!

Come ricordava tempo addietro la giornalista Cinzia Sciuto, recensendo un saggio del sociologo Ulrich Beck, la crisi economica nella quale ci stiamo ormai abituando a vivere ha avuto almeno il merito di riportare sulla ribalta del dibattito pubblico un concetto che negli anni passati era decisamente fuori moda: quello della disuguaglianza. 

Oggi come non mai, e soprattutto in Italia, questa parola, che sembrava appartenere alle categorie storiche del passato, interessa sempre più la nostra società. Riemergono situazioni che solo qualche decennio fa pensavamo appartenere ai periodi bui della nostra nazione, al dopoguerra e agli anni della ricostruzione. Ciò che abbiamo attribuito – con il nostro sguardo eurocentrico – a nazioni appartenenti all’area del “sottosviluppo”, è invece dietro l’angolo, nelle nostre strade, nelle nostre città. Ma è lo stesso Beck ad ammonire: “un regime di disuguaglianze può reggere finché esso trova un principio che lo legittimi, rendendolo «tollerabile»: all’interno di un paese è il sistema economico e la struttura sociale che «legittima» la disuguaglianza nazionale, rendendola accettabile proprio finché essa non raggiunge un livello tale da mettere a repentaglio l’ordine e la coesione sociale”.

I segnali di insofferenza, di protesta velata o palese, sono evidenti: si stanno acuendo quelle disuguaglianze socialmente strutturate nelle condizioni di partenza, nelle risorse – materiali, culturali, di riconoscimento – necessarie non solo per sviluppare appieno le proprie capacità, ma per fare in modo che queste vengano riconosciute (Chiara Saraceno).

L’Italia è uno dei paesi in cui la disuguaglianza economica è sempre più elevata: ce ne accorgiamo semplicemente guardandoci intorno, nelle situazioni quotidiane, tra le persone che abitualmente frequentiamo. Se non vogliamo volgere lo sguardo altrove, possiamo riconoscervi il sintomo di una democrazia e una cittadinanza molto imperfette, che non realizzano la promessa di una corsa ad armi pari.

Quale  lo scopo di  una “conven- zione”? Un “locus amenus” di dialogo, incontro pacato e stucchevole di posizioni differenti, confronto tra visioni del mondo distanti? 

Mi chiedo: quanto ancora lo Stato marcherà la sua assenza dal paese reale? Per quanto tempo ancora le persone saranno private della capacità di aspirare, ovvero di sperare in, e lavorare per un futuro migliore che è – secondo l’antropologo Appadurai – la risorsa insieme più a rischio e più preziosa per chi è economicamente e socialmente deprivato?

Vorrei una “convenzione” specchio della realtà di una società che sta perdendo la speranza del futuro. ☺

dario.carlone@tiscali.it

 

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