cosa ci rimane in tasca
22 Febbraio 2010 Share

cosa ci rimane in tasca

Riccardo di Niro

 

L’Italia è nel pieno di una crisi economica e, di questo, tutti ne stiamo subendo le conseguenze.

L’Italia è nel pieno di una crisi sociale ma, di questa realtà, pochi hanno “voglia” di accorgersi.

In questa situazione, come si colloca lo stato di quel bene impalpabile definito “felicità”? Lo spunto per una riflessione del genere ci è stato offerto da un interessante convegno tenuto lo scorso anno dal Prof. Luigino Bruni sul tema: “Per una economia capace di felicità. Spunti di riflessione e provocazioni teoriche”.

Il convegno, tra le altre cose, dimostrava un rapporto direttamente proporzionale tra la ricchezza e la felicità individuali, per quanto riconoscesse la seconda come funzione di diversi fattori di cui la prima rappresenta uno solo. Tali altri fattori si riconducono essenzialmente alla vita relazionale e affettiva, che non transita per il mercato.

A questo punto, se una tale relazione è vera, allora è giustificabile concentrarsi sul reddito, studiare le sue leggi e dinamiche, poiché in questo modo si contribuisce direttamente alla felicità, che è il fine ultimo delle persone. Ma fin qui non vi è nulla di paradossale. Le “provocazioni teoriche” arrivano quando il prof. Bruni mette in evidenza come l’aumento del reddito oltre una determinata soglia abbia effetti negativi sulle relazioni, e quindi indirettamente sulla felicità. Questo, a quanto pare, è ciò che si sta verificando in questi ultimi anni soprattutto nelle società a reddito elevato nelle quali avere più reddito non rende più felici o, quantomeno, lo fa in misura minore di quanto ci si potrebbe aspettare.

Cercando di spiegare questo paradosso, di trovare il perché di un andamento del rapporto ricchezza/felicità diverso da quello che il buon senso si aspetterebbe, si arriva al nocciolo della questione: la scienza economica nel concentrarsi sulle sue variabili focali (reddito, ricchezza, consumo, etc.) trascura qualcosa di importante che poi si riflette sulla felicità delle persone individuabile negli status lavorativi, nelle aspirazioni sociali, nelle libertà, nella diminuzione di altruismo, nella diseguaglianza, nella diminuzione della vita associativa traducibile e riassumibile nel progressivo disinteresse che l’homo, proteso ad aumentare il suo reddito, ha nei confronti dei rapporti interpersonali genuini. Questa ricerca dell’aumento della ricchezza personale, inoltre, ha come effetto collaterale che ogni essere umano (ovviamente solo coloro che ne hanno la possibilità) guarda alla propria felicità come un qualcosa di imprescindibile da quanto il proprio reddito (o consumo) si differenzia da quello di coloro con i quali ci si confronta.

Tutto qui il problema per le persone che vivono nella società contemporanea? Nossignore! L’homo si dimostra alquanto insensato ed allora più che al proprio reddito inizia a badare al reddito di chi lo circonda, quindi si pone da solo il paletto del reddito di riferimento: “se il mio reddito aumenta ma quello medio dei miei colleghi cresce di più, la mia felicità potrebbe diminuire…!” Ed ecco allora che ognuno tenderà o a cercare un nuovo lavoro o, cosa ancora più grave, a cercare di lavorare di più. Ma non basta: questa nostra adorata società globalizzata ci “educa”, molto sottilmente, a prendere come redditi di riferimento dei campioni che, da una parte rappresentano una fetta sempre più esigua del genere umano e, dall’altra, risultano sempre più irraggiungibili per i “comuni mortali”. Finiti i problemi? Neanche per idea perché così, all’improvviso, senza che nessuno se ne sia reso conto in tempo (sic!) si scopre che una parte di coloro che l’uomo comune prendeva come riferimento per il proprio reddito ha fatto il passo più lungo della gamba gettando tutti in una crisi profonda che, equamente, travolge tutti ma che ha la spiacevole capacità di essere maggiormente distruttiva verso la base della piramide economica.

No, così non se ne esce: in questo modo non faremo nient’altro che continuare a romperci la testa aggiungendo sempre nuove ed astruse variabili economiche per determinare una felicità che, molto semplicemente, non riusciamo più a cogliere dentro di noi ed insieme alle persone che ci circondano, prese per quello che sono e non per gli status symbol che possono apparecchiare alla nostra vista.

Ora, ovviamente, nessuno vuole minimamente affermare che la soluzione di tutti i problemi consiste nell’aumentare il valore della “variabile” relazioni, sarebbe troppo semplicistico affermare che, in tempi di crisi, basta “volersi tutti più bene” per aumentare o quantomeno non far diminuire la felicità complessiva di una persona.

Pretendere di convincere una persona in cassa integrazione che il fatto stesso di essere disoccupato ha il lato positivo della maggiore disponibilità di tempo da poter dedicare alla coltivazione dei rapporti coi suoi vicini e che, in definitiva, è più fortunato di tanti altri che passano la loro vita ad ammazzarsi di lavoro per potersi permettere un’auto più lussuosa, è semplicemente immorale e lesivo della dignità di questi. Ma ad un anno da quel convegno, dopo che la crisi ha assunto dimensioni che forse neanche il Prof. Bruni aveva potuto prevedere, quelle provocazioni assumono un tono ancor più severo. Sperare, perciò, che la rivalutazione (nel senso di dare una dimensione più umana) di un bilanciamento tra gli interessi economici e quelli relazionali è forse la strada da intraprendere per dare una dimensione più equa al senso della vita di ognuno di noi.

Concludendo: l’Italia è nel pieno di una crisi economica e di una crisi sociale. L’interdipendenza delle due sfere dovrebbe suggerirci lo sviluppo di un modello economico capace di valorizzare le relazioni non come riferimento concorrenziale, ma come genuina e feconda cooperazione.☺

coopilnoce@libero.it

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