Cristina di belgioioso
15 Novembre 2020
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Cristina di belgioioso

Le preziose: con questo titolo apro articoli che parlano di donne di ieri, l’altro ieri, oggi che, come le preziose del settecento hanno agito o vissuto per lasciare il testimone alle altre.

L’incarnato pallido, i capelli corvini, il lungo collo, le mani affusolate, lo sguardo dei grandi occhi neri, conturbante e malinconico, profondo, fisso, magnetico. In esso sta annegando il poeta tedesco Heine, che cantava anche le “ingenue pozzette” delle guance, “l’opaco splendore di madreperla, l’altero pallore, la morbidezza” del volto. E per esso si sta struggendo De Musset, respinto più volte. Quando Cristina di Belgioioso si mette in posa nel suo scollatissimo abito nero davanti a Francesco Hayez, la leggenda della principessa rivoluzionaria sta iniziando: quella della spregiudicata patriota italiana, braccata dalle spie austriache. Siede in posa in quello che allora, nel 1831, era il centro del mondo: il Faubourg Saint-Honoré nella Parigi del nuovo regno orleanista di Luigi Filippo, paradiso liberale per esuli da tutta Europa e sede dei salotti più potenti. Uno di questi è il suo. Creato a 24 anni.

Cristina fu una bambina gracile e timida, ma già da giovanissima si dimostra intrepida. A 16 anni Cristina rifiuta il matrimonio con un cugino triste e piagnucoloso e sposa invece, pur sconsigliata dagli amici, il principe Emilio di Belgioioso: che era bello, giovane, sifilitico e stava dilapidando allegramente il suo patrimonio. Per dare un’idea della ricchezza della famiglia Trivulzio, si pensi che Cristina portò in dote 400.000 lire austriache, calcolate oggi a 4 milioni di euro. Il matrimonio con Belgioioso dura poco, ma si dissolse pacificamente in un rapporto d’amicizia che durò tutta la vita.

Verso la fine degli anni Venti Cristina comincia a frequentare i patrioti, cosa che ovviamente non sfugge alla polizia di Milano. Vengono sequestrati tutti i suoi beni in Italia: Cristina decide allora di trasferirsi in Francia dove per qualche tempo si guadagna da vivere facendo pizzi e coccarde. Ma per sua fortuna la povertà dura poco: arriva prima l’aiuto materno, poi il dissequestro del suo patrimonio.

Parigi è conquistata dalla sua attività, dalla sua capacità di mediare, di riunire patrioti, letterati, di aderire ad iniziative anche azzardate. Non a caso aveva investito nel 1831 in Romagna tutti i suoi gioielli per la disgraziata azione di Ciro Menotti.

A Parigi conosce il celebre storico Augustin Thierry, molto malato ormai e quasi cieco, che viene affascinato non dalla proverbiale bellezza ma dall’intelligenza e dalle passioni della giovane donna con un’amicizia che dura un quarto di secolo. Entra in contatto con gli esuli carbonari italiani, scrive articoli, affinando le sue doti di giornalista politica tanto che più tardi promuoverà la nascita de La gazzetta italiana su cui scriverà sempre a favore dei patrioti italiani.

Non pensiamo che il suo attivismo, la sua vita, il suo agire senza cautele e protettori fosse tutto liscio; considerata da Honorè de Balzac una cortigiana, dalla moglie dell’ambasciatore inglese Granville occhi grandi come piattini, mani sottilissime, estremamente intelligente con lo spirito di un demone”. Il conte Rudolf Apponyl la descrive come “la principessa ha un pallore spettrale porta turbanti e acconciature di stile insolito, abiti così eccessivamente scollati e singolarmente vaporosi, con drappeggi bizzarri da fare immaginare che un pugnale si nasconda tra le loro pieghe”. Fantasie e malignità che si applicano ad una donna indipendente che ha vissuto come voleva per amore della libertà propria e della patria.

Supera tutti i limiti che le sono assegnati e continua a superarli nel 1838 quando, di sorpresa, mette al mondo la figlia Maria che solo tardivamente, forse dopo l’ennesimo esborso di soldi, assume il cognome del marito, il principe di Belgioioso. Per assicurare il futuro a Maria, Cristina decide di tornare a Locate, vicino Milano, dove memore degli insegnamenti di Thierry, compie forse l’azione più rivoluzionaria: trasforma la sua tenuta  in un nuovo modello di impresa sociale; abbattendo soprusi e ingiustizie costruisce abitazioni per i suoi contadini, fonda scuole gratuite per i loro figli, e corsi di igiene per le donne. Tutto questo facendo tremare i privilegi della nobiltà tanto che molti mugugnarono. Pensereste i più chiusi, medioevali, eh no! Le parole “ma se i figli dei contadini ora vanno a scuola chi coltiverà i nostri campi?” sono dette dall’illuminato Alessandro Manzoni. Ma lei risponde intelligentemente “Rispetto il modo di vedere di Manzoni ma sono fiera del mio”.

Sono anni caldi che preparano il ‘48. Usa il suo denaro per diffondere idee, fonda la rivista Ausonio sul modello della celebre Revue des Deux Mondes. Incontra Cavour, Cesare Balbo, Tommaseo, Giuseppe Montanelli. Si unisce ai patrioti della Repubblica Romana, trascorre giorno e notte negli ospedali, si espone a ogni rischio e “inventa” le infermiere, arruolando suore, nobildonne e prostitute, facendole lavorare fianco a fianco. È una iniziativa senza precedenti che naturalmente attirerà le critiche dei benpensanti. Perfino Pio IX alzerà la voce contro la principessa che “costringeva le vittime a morire fra le braccia delle prostitute”. Cristina con la sua solita ironia e mitezza rispose al Papa “le donne che mi venivano denunciate erano state per giorni e giorni a vigilare al capezzale dei feriti; non si ritraevano dinanzi alle fatiche più estenuanti, né agli spettacoli o alle funzioni più ripugnanti, né dinanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio delle bombe francesi. Nessuno poteva rimproverare a quelle donne un gesto meno che decoroso e casto”.

Nel 1849 è costretta a scappare di nuovo per sfuggire a un imminente arresto della Curia romana. Ha bisogno di lenire il dolore che ha accumulato per le numerose sconfitte e tradimenti, ha perso quasi tutto il suo patrimonio, con quello che rimane compra una valle in Turchia, dove costruisce una fattoria per ospitare i profughi italiani. Una sorta di comune per cercare di attuare di nuovo i suoi ideali. Intraprende viaggi, rimane testimone giornalista puntuale e curiosa. “Non sarebbe ormai tempo che la società così ansiosa di abbattere tutte le tirannidi si ricordasse che in ogni casa, in ogni famiglia, v’hanno vittime più o meno rassegnate, assorte nel procurare la maggior dose di felicità possibile a chi le condanna ad una vita di dipendenza e sacrificio?”

Femminista ante litteram è anche la prima a rendersi conto che le donne come lei hanno seminato per generazioni future che ne godranno in un lontano futuro. Nel 1866 scrive un saggio, ancor oggi attualissimo, Della presente condizione delle donne e del loro avvenire dove è racchiuso il suo testamento morale. “Che le donne felici e stimate del futuro rivolgano i pensieri al dolore e all’umiliazione di quelle che le hanno precedute e ricordino con un po’ di gratitudine i nomi di quante hanno aperto e preparato la strada alla loro mai gustata prima e forse sognata felicità”.☺

 

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