Il teatro del guerriero
La stanza era piena di materassi messi in terra; una radio andava a tutto volume, nell’ingresso sostavano quattro o cinque donne giovani come lei, sul tavolino una pila di depliant sulla pillola anticoncezionale e altre riviste. Fu chiamata rapidamente, tremava, aveva già sperimentato una “mammana” ma era corsa via appena aveva visto il ferro da calza vicino a un fuoco acceso; poi era andata da un medico ma era svenuta al primo ferro che le fu messo dentro ed era crollata dalla barella e il medico si era rifiutato di andare oltre. Era sola come si può essere sole, povere e sole in una città poco conosciuta quando “i cucchiai d’oro” ti percepivano due tre stipendi per un aborto e tu ti senti persino sporca e nemica al mondo; non riusciva a parlarne con nessuno finché non si confidò con una collega che la mise in contatto con il partito radicale.
La radio le sembrava urlasse: si svegliò a terra sul materasso fra il vomito ed il pianto: chiamava sua madre e sua figlia singhiozzando come se la perdita fosse stata irreparabile.
Teoricamente e storicamente in Francia la questione si era aperta con il movimento del planning familial su i due piani della libertà di contraccezione e quella dell’aborto. La questione assunse una dimensione di massa il 5 aprile 1971 quando Le Nouvel Observateur pubblicò un manifesto firmato da 343 donne, che dichiaravano di aver abortito. Il manifesto, sottoscritto tra le altre da Simone de Beauvoir, Marguerite Duras, Catherine Deneuve, provocò una reazione nell’opinione pubblica francese anche perché la richiesta delle donne non si limitava all’idea che l’aborto dovesse essere legale, ma anche libero e gratuito con lo slogan “notre ventre nous appartient”. Avvocato delle 343 donne fu Gisèle Halimi, divenuta nota in Italia l’anno seguente, per l’eco che ebbe la sua difesa di una giovanissima donna (accusata di aver abortito, dopo aver subito uno stupro da parte di un compagno di classe).
Questo atto l’aveva forse resa responsabile ma non aveva colmato la sua solitudine. Era la stessa solitudine che aveva provato due anni prima, quando era andata via dalla casa maritale. Suo padre per aiutarla le aveva mandato un avvocato che la tutelasse, ma l’avvocato fu gelido e anonimo, lei pesava i suoi 41 kg di anoressica infelicità e lui le parlava di soldi e di status sociale. Suo marito le disse che a lui aveva suggerito di darle due schiaffoni per rimettere le cose a posto.
Ma così non fu, la casa era una tomba quando i figli non c’erano, quando c’erano lei si rianimava come una bambola, giocava con loro, mangiava e li metteva a letto, poi si rinchiudeva nello stanzino dove una volta aperto il letto, nessuno poteva entrare, Qualche volta suonò a quella porta suo marito e lei finse di non sentire, non come quando, distesa sul letto matrimoniale, gli disse, voglio andare a trovare mamma, (era malata non la vedeva da tempo) quello che lui fece le risultò come una gelida frustata, il peggio fu che dopo le disse -puoi andare -.Puoi andare. –
Quando trovò la piccola stanza in una pensione, salutò i bambini davanti alla porta di casa nel dire che andava più vicino alla scuola perché era debole e malaticcia. Fu dolore: nessuno nel mondo, in questo mondo, riparerà il dolore di quei tre poveri esseri in balia di un pater familias che fece bello e cattivo tempo per anni finché non arrivò la nuova legge di famiglia.
Interessante è la cronologia comparata dei provvedimenti in Italia e in Francia: in Italia con due sentenze della Corte Costituzionale del 1968 furono abrogate le norme civili e penali sul diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile, mentre solo nel 1981 venne abolito la norma sul “delitto d’onore” che riduceva la pena a chi uccideva la madre, la moglie, la figlia o la sorella adultere per “difendere l’onore della famiglia”. Ulteriori passi furono successivamente la legge del 1970 sul divorzio, il nuovo diritto di famiglia del 1975 e la legge del 1977 sulla parità.
Ma il risultato non fu solo questo: l’esito più radicale fu l’affermazione di una differente soggettività sulla scena pubblica che si tradusse, a partire dagli anni Ottanta, nella creazione di luoghi d’incontro e di elaborazione culturale e politica: dagli women’s studies, alle case e ai centri delle donne, alla formazione di reti internazionali.
Lei era cambiata, frequentava gruppi misti e di donne, cercava di scegliere cosa fare di definitivo per “cambiare il mondo. Per questo forse formò un teatro nel ‘77 che apriva alle sole donne tre giorni la settimana, un luogo dove si potessero dibattere temi e luoghi di donne; lo so sembra antidiluviano, ma allora neppure qui, nella civilissima Bologna esisteva la possibilità di avere spazi privati. Poi arrivò tutto: Bologna è una città che istituzionalmente fa tutto per avere fiori all’occhiello: lo spazio per gli omosessuali, lesbiche e trasgeneder, unico, in Italia, il centro documentazione donna, la grassa Bologna inglobava tutto.
Ma nella nostra piccola cantina “Il Teatro Del Guerriero” avvenivano miracoli di cultura e poesia. Era un luogo di politica libera, d’indipendenza dai partiti, dove chi arrivava da ogni posto del mondo poteva entrare e fare poesia e musica. Uomini illuminati come Roberto Roversi, Mauro Felicori, Roberto Grandi, ci aiutarono. Presenze come Claudio Lolli, Susy Blady, Antonietta La Terza, Silvana Strocchi, Bifo, i teatri di vita, alcuni gruppi musicali bolognesi, scrittori romani alle prime e seconde armi, famosi come Spatola e Ceronetti, Dacia Maraini uniti a giovanissimi che erano i primi graffitari di Bologna erano il nostro mondo: Roberta Garrison con la sua danza, il feminist group improvvisation con la loro musica jazz, e poi il cinema con gruppo comunicazione visiva di Genova, la scimmia viola di Roma, la Maddalena. Tutto un mondo variopinto delle politiche, separatiste e non, ha attraversato il teatro del guerriero dando forza al femminismo e alla lotta delle donne iniziata nel ‘68.
Certamente anche per consolare e disperdere le paure di quella figura minuta, stesa su un materasso nel lontano ‘71.☺
